Hyouka (Italiano):Volume 1 Capitolo 4: Difference between revisions
| Line 1: | Line 1: | ||
4 - I discendenti del turbolento Club di Letteratura Classica | |||
Fu in una tranquilla domenica che ricevetti l'invito a uscire da parte di Chitanda. Mi aveva accennato di volermi vedere al di fuori del contesto scolastico, affidandosi a me per decidere il luogo dell'incontro; di conseguenza, eccomi qui ad aspettarla nel "Caffè Pineapple Sandwich". Questa caffetteria, famosa per servire il caffè Kilimanjaro più acidulo e forte che io conoscessi, era decorata con delle cupe e solenni tonalità testa di moro. La vistosa insegna fuori dal locale era praticamente impossibile da ignorare. | |||
La caffetteria era silenziosa, priva del solito rumore di fondo di radio o televisori accesi. Sebbene l'atmosfera fosse indubbiamente rilassante, si rivelava anche un posto maledettamente noioso in cui dover attendere l'arrivo di qualcuno. Mancavano pochissimi minuti all'orario concordato, e cominciavo a sentirmi un po' irrequieto per il fatto che Chitanda non si fosse ancora fatta viva; nel frattempo, continuavo a fissare ipnotizzato la mia tazzina di caffè dal mio tavolino appartato. | |||
Finalmente Chitanda fece la sua comparsa e, stando al mio orologio, spaccando il secondo alle l'una e mezza in punto. Trattandosi di un locale piuttosto intimo, non ci mise molto a individuarmi. Indossando un grazioso abito bianco monopezzo, si avvicinò e prese posto di fronte a me. Non esisteva letteralmente nessun'altra persona capace di risultare elegante quanto Chitanda anche in abiti casual. | |||
«Perdonami per averti fatto chiamare con così poco preavviso.» | |||
«Nessun problema» replicai, finendo in un sorso il mio caffè, per poi fare un cenno al cameriere. Chitanda diede una rapida occhiata al menù e ordinò: «Prenderò un Cacao alla viennese, per favore.» | |||
Aveva optato per qualcosa di dolce. Essendo io un normalissimo studente liceale squattrinato, non godevo certo della ricchezza necessaria per permettermi una seconda ordinazione. | |||
Prima di | Prima di arrivare al sodo, ci scambiammo due chiacchiere di circostanza, partendo dalla prima, favorevole impressione che la caffetteria aveva suscitato in lei. Feci allora notare come una persona del genere, che non ordina mai del caffè in una caffetteria, somigliasse molto a chi visita lo Zoo di Ueno senza fermarsi a guardare i panda giganti. Proprio mentre Chitanda si apprestava a elencarmi un'infinita serie di varianti di caffè a basso contenuto di caffeina, il suo Cacao alla viennese le venne servito. Rimasi esterrefatto nel vedere la spropositata montagna di panna montata che svettava sulla tazza. A quanto pareva, aveva un bel debole per i dolci. | ||
Chitanda | Chitanda iniziò ad affondare il cucchiaino per mescolare la panna. Sembrava divertirsi un mondo a farlo. Di questo passo, sarebbe finita a bere la sua bevanda inzuppata di chiacchiere leggere per tutto il pomeriggio, per poi rincasare senza aver detto nulla. Diviso tra la serietà e il panico che un'eventualità del genere potesse concretizzarsi, decisi di prendere in mano le redini del discorso. | ||
«Dunque, che c'è?» | |||
«Eh?» | |||
È questo | È forse questo l'atteggiamento consono dopo aver preteso che una persona sacrificasse il suo sacro fine settimana per te? | ||
«Per quale motivo mi hai invitato qui fuori?» | |||
Continuando a sorseggiare placidamente il suo cacao e mormorando "Che delizia", Chitanda inclinò il capo e rispose: «Beh, sei stato tu a scegliere questo locale come punto d'incontro.» | |||
«Va bene, io me ne torno a casa.» | |||
«Ah! | «Ah! Aspetta un istante, ti prego!» | ||
Posando in fretta il cucchiaino e la tazza, Chitanda raddrizzò la postura e disse: «Perdonami, io... ero solo un po' nervosa.» | |||
Sebbene sembrasse intenta a calmare i propri nervi, la sua espressione non risultava affatto rigida. Era evidente che la sua natura la spingesse semplicemente a blaterare la prima cosa che le passasse per la testa ogniqualvolta si sentisse sotto pressione. Così decisi di stuzzicarla domandando: «Nervosa? Devi forse confessarmi qualcosa di compromettente?» | |||
Non appena lo dissi, mi accorsi subito di come una battuta tanto scontata avesse in realtà scatenato un effetto inatteso su di lei. | |||
«No, io...» | «No, io...» | ||
Come nel tentativo di celare il proprio imbarazzo, si mostrò esitante, annuendo lentamente. Iniziai ad andare nel panico anch'io e chiamai frettolosamente il cameriere. | |||
«...Un altro caffè, per favore.» | |||
Ignorando del tutto la mia reazione istintiva, Chitanda iniziò a parlare con voce sommessa. | |||
«Forse potrebbe anche trattarsi di una confessione, ma in verità è più una richiesta di aiuto. È un problema prettamente mio, personale, quindi non so nemmeno se io abbia il diritto di farti una richiesta del genere. Per questo... saresti così gentile da ascoltare prima la mia storia?» | |||
Chitanda aveva smesso di fissare il fondo della sua tazza. ''Ah, così stanno le cose...'' Anche se non sono affatto portato per situazioni così cariche di solennità, risposi: «D'accordo, sentiamo.» | |||
«Grazie.» | |||
E così, dopo aver deglutito a fatica, Chitanda iniziò a raccontare. | |||
«...Ho uno zio, il fratello maggiore di mia madre. Il suo nome era Jun Sekitani. Dieci anni fa è partito per un lungo viaggio in Malesia, ma da sette anni a questa parte risulta disperso. Quando ero piccola... no, insomma, sono ancora giovane, ma dieci anni fa ero tremendamente attaccata a lui. Per quello che riesco a ricordare, aveva sempre la risposta pronta a ogni singola domanda gli facessi. Ovviamente, agli occhi di una bambina, le cose che raccontava suonavano come magie incredibili, anche se oggi non riesco più a ricordare con esattezza le sue parole. L'immagine che mi è rimasta scolpita di mio zio è quella di un uomo che sapeva assolutamente tutto.» | |||
«Sembrava un tipo in gamba.» | |||
«Era un uomo erudito e dalla spiccata eloquenza, anche se non posso sapere se lo sia ancora.» | |||
Sorrisi e risposi con un velo di ironia: «Beh, almeno sei sicura che lo fosse finché è stato nei paraggi. Anch'io ho due o tre zii in totale, ma per fortuna nessuno di loro è misteriosamente scomparso nel nulla. Dunque, qual è la richiesta di cui parlavi? Non ti aspetterai mica che io prenda un aereo per la Malesia a cercarlo, vero?» | |||
«No. Mio zio è stato avvistato per l'ultima volta nella regione del Bengala, uhm, in India, insomma. Ciò che vorrei domandare a Oreki-san è... di aiutarmi a ricordare cosa mi disse esattamente mio zio quel giorno.» | |||
'' | Chitanda chiuse la frase con questa stoccata, e feci bene a non parlare, dato che non avevo minimamente colto il senso di ciò che mi aveva appena detto. ''Mi sta forse chiedendo di farle tornare in mente i ricordi sbiaditi delle parole di suo zio?'' | ||
«...Questa è una pretesa ridicola.» | |||
«Sto correndo troppo, vero? I ricordi legati a mio zio risalgono tutti a quando ero solo una bambina, ed è per questo che io stessa fatico a ricostruirli. Eppure... c'è questo singolo episodio che si è impresso a fuoco nella mia mente. E desidero disperatamente rievocare i dettagli di quel preciso momento.» | |||
Essendole diventate le labbra secche per l'agitazione, Chitanda prese un sorsetto dal suo cacao. Poi proseguì abbassando ulteriormente il volume della voce: «Ero ancora all'asilo. Per qualche strano motivo, finii per ascoltare di sfuggita mio zio parlare di un certo 'club di letteratura classica'. Io mi convinsi che questo 'club giurassico' fosse un posto dedicato allo studio dei dinosauri, e la cosa catturò inevitabilmente la mia attenzione[6].» | |||
"Club Giurassico", "Club Classico"... era uno sciocco gioco di parole basato su un fraintendimento tipico di quell'età. Probabilmente fu in quell'esatto momento che vide la luce Eru Chitanda, l'incarnazione fisica della Curiosità in persona. | |||
«Sentivo in continuazione storie e aneddoti sul 'club di letteratura classica' di mio zio. Poi, un bel giorno, andai da lui di proposito per fargli una domanda specifica riguardante questo club. In una situazione normale, lui mi avrebbe risposto con la sua solita pacatezza, ma in quell'occasione si mostrò insolitamente restio a parlare. Iniziò a torcersi le mani con un'espressione colma di rimpianto in volto e, quando finalmente riuscì a calmarsi, mi diede la sua risposta. Nel sentire le sue parole, io...» | |||
«Cosa successe?» | |||
«...Io scoppiai a piangere. Non ricordo se provassi terrore o profonda tristezza, ma so di aver pianto a dirotto. Mia madre, spaventata dalle urla, corse subito a vedere cosa stesse succedendo, e questo è tutto ciò che riesco a ricordare dell'evento. L'ultimo nitido ricordo che mi è rimasto impresso è il fatto che, in quell'occasione, mio zio non fece nulla per consolarmi come era solito fare.» | |||
«Eri sotto shock?» | |||
«Credo di sì, un po'. Da allora ho continuato a ripensare a quel giorno senza sosta. In seguito, sì, all'incirca durante le scuole medie, quell'episodio iniziò a tormentarmi sul serio. Perché mio zio aveva un'espressione così colma di rimpianto? Perché non mosse un dito per consolarmi? ...Oreki-san, tu che spiegazione ti daresti?» | |||
Essendomi stata rivolta la domanda, iniziai a elaborare i dati. Per quale motivo una persona dotata dell'infinita pazienza necessaria per rispondere a ogni singola domanda di una bambina piccola l'avrebbe poi lasciata a piangere da sola in una situazione del genere? | |||
Arrivai rapidamente alla radice logica del problema e, mantenendo il massimo della compostezza che riuscii a racimolare, esposi la mia deduzione: «Tuo zio ti aveva appena svelato qualcosa che non poteva assolutamente rimangiarsi. Non aveva alcuna intenzione di mentire spudoratamente a una bambina, e probabilmente voleva farti assimilare il fatto che le sue dure parole fossero la cruda verità.» | |||
Chitanda trattenne il respiro, per poi illuminarsi in un sorriso. | |||
«Sì, è esattamente alla stessa conclusione a cui ero arrivata anch'io» disse, fissandomi dritto negli occhi. | |||
''Uhm, quando diavolo arriva il mio secondo caffè?'' | |||
«Presa consapevolezza di ciò, iniziai a chiedermi con un'insistenza spasmodica cosa potesse avermi mai rivelato di così sconvolgente quel giorno. Così passai ai fatti, provando come prima cosa a ricreare da zero l'ambiente in cui si era svolta la scena. Mi intrufolai di soppiatto nella residenza della famiglia Sekitani, con la quale abbiamo interrotto i rapporti da tempo.» | |||
C'era da scommetterci: era esattamente il tipo di persona disposta a spingersi fino a questi estremi pur di raggiungere il proprio obiettivo. | |||
«Capisco. Era a questo che ti riferivi con 'motivi personali' quando mi hai spiegato perché ti sei iscritta al Club di Letteratura Classica.» | |||
Chitanda annuì. | |||
«Sì, proprio così. Ignoravo del tutto che il Club di Letteratura Classica rischiasse lo smantellamento fino a poco tempo fa. Sapevo che non sarebbe stata un'impresa facile, ma di certo non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi davanti un club fantasma in cui non c'era più nessuno in grado di svelarmi la verità dei fatti. Ho persino valutato l'idea di domandarlo ai professori, ma gli insegnanti che operavano in questa scuola quando mio zio era uno studente, ovvero ben trentatré anni fa, sono andati tutti in pensione o trasferiti.» | |||
«Dunque, perché chiedere aiuto proprio a me?» | |||
«Perché tu...» | |||
Proprio mentre Chitanda si apprestava a terminare la frase, il cameriere si palesò con il mio sudato caffè. Muovendosi con gesti freddi e meccanici, l'uomo barbuto ritirò la mia tazzina vuota e ne piazzò una colma al suo posto. Non appena il cameriere tolse il disturbo, Chitanda prese un sorso dal suo cacao, come a voler riordinare le idee, e riprese: «...Durante lo spiacevole incidente con la chiave dell'aula, e per il mistero del libro sollevato da Ibara-san in biblioteca, sei riuscito a formulare deduzioni geniali superando i limiti della mia immaginazione. Sebbene io possa sembrare sfacciata a dirtelo in faccia, sono profondamente convinta che Oreki-san sia l'unica persona in grado di arrivare alla risposta del mio quesito.» | |||
Mi accorsi di stare aggrottando la fronte. | |||
«Tu mi sopravvaluti di grosso. Mi sono solo affidato a qualche fugace intuizione, il che richiedeva a sua volta una dose sfacciata di fortuna.» | |||
«Allora ti prego, lascia che mi affidi a questa tua stessa fortuna.» | |||
«Non credo proprio di poterti essere d'aiuto.» | |||
Il primo motivo per cui non credevo di poterle essere d'aiuto era la totale assenza di obblighi morali nell'imbarcarmi in una faccenda così clamorosamente tediosa; in secondo luogo, se non fossi riuscito a dedurre un bel niente, avrei finito non solo per deludere atrocemente Chitanda, ma anche per sentirmi un completo inetto. Questa non era la puntata di un quiz televisivo, ma solo il disperato, plateale tentativo di Chitanda di dare un senso e una conclusione a un tassello mancante della propria esistenza. Ti aspetti davvero che un risparmiatore di energie cronico come me si accolli un tale fardello di responsabilità? Tu stai scherzando. | |||
«Perché deve trattarsi proprio di me? Sicuramente ci sono altre persone ben più qualificate per darti una mano in una cosa del genere.» | |||
Gli occhi di Chitanda si sgranarono. Ignorando il peso di quella sua reazione, rincarai la dose: «Non credi sarebbe infinitamente più produttivo ed efficiente appoggiarsi a più persone per unirti alla ricerca? Potresti parlarne a Satoshi, a Ibara, o ai tuoi stessi amici.» | |||
Non ci fu alcuna reazione. Chitanda incassò in silenzio il mio palese rifiuto. Chinò il capo verso il tavolo e mormorò lentamente: «Io... vedi, Oreki-san, non sono affatto il tipo di persona incline a sbandierare in giro i fatti del proprio doloroso passato con chiunque.» | |||
«...» | |||
«Io... non ne ho mai parlato con nessun altro prima d'ora.» | |||
Fui colto alla sprovvista. Certo, ora aveva perfettamente senso. | |||
Per quale diamine di motivo Chitanda avrebbe dovuto farmi scomodare in una domenica di festa per parlarmi a quattr'occhi in privato? La risposta era elementare: non voleva che troppa gente venisse a frugare nella drammatica storia di suo zio disperso. Chitanda si era ritrovata a dover riporre la sua cieca fiducia in me, un tizio strambo che a malapena conosceva da un mese, e per tutta risposta io le avevo suggerito con tatto nullo di "andare a parlarne con più persone". | |||
Era ovvio e naturale che chiunque avrebbe provato un forte imbarazzo nel vedere dettagli così intimi e privati spifferati ai quattro venti. Chi, su questa terra, non custodisce un segreto inconfessabile nel profondo del proprio cuore, desideroso di proteggerlo dal giudizio altrui? | |||
Avvertii il sangue salirmi al viso, arrossendo di vergogna, e abbassai la testa a mia volta. | |||
«...Perdonami, sono stato un idiota.» | |||
Vedendola rivolgermi un debole sorriso, intuii che molto probabilmente aveva già deciso di perdonarmi lo scivolone. | |||
Seguì un lungo silenzio. Chitanda sembrava in attesa che io prendessi di nuovo la parola. Eppure, non riuscivo a farmi venire in mente nulla di appropriato per smorzare la tensione. Il vapore denso della mia tazza di caffè bollente saliva a spirale tra noi due. Il Cacao alla viennese di Chitanda si era ormai freddato da un pezzo, non emettendo più il minimo sbuffo di vapore. | |||
Strinsi le mani attorno alla tazzina bollente. Quasi per infrangere quel muro di imbarazzo, Chitanda disse con espressione gentile: «Ti ho fatto una richiesta irragionevole. Sono ben conscia di averti trascinato a forza in una faccenda in cui non avresti mai dovuto essere coinvolto, eppure io...» | |||
«...» | |||
«Oreki-san, quando sei riuscito a risolvere con tale scioltezza i miei rompicapo... per qualche motivo, mi hai ricordato incredibilmente mio zio. Senza offesa per lui, ovviamente, ma anche tu sei riuscito a fornire le risposte alle mie infinite domande. È per questo che... oh cielo, mi sto comportando in modo pateticamente egoista.» | |||
«Hai ancora davanti a te ben tre anni di liceo, quindi potresti benissimo prenderti tutto il tempo necessario per svolgere le tue indagini. Se ti troverai ancora impantanata o in difficoltà, non mi tirerò necessariamente indietro senza muovere un dito.» | |||
Chitanda scosse la testa con lentezza. | |||
«Ho il disperato bisogno di ricordare cosa successe in quel frangente con mio zio prima che lui muoia. Voglio assolutamente scoprire, prima del suo imminente funerale, per quale motivo mio zio sia stato costretto a dirmi qualcosa che non avrebbe mai potuto rimangiarsi, e cosa diamine mi disse quel giorno.» | |||
«Prima che lui muoia?» | |||
Che modo agghiacciante e bizzarro di riferirsi a una persona. Una persona morta è morta, e basta, mentre una persona scomparsa non è esattamente morta a livello logico. | |||
''...No, un momento.'' | |||
È proprio così: le persone scomparse da un certo lasso di tempo, vengono dichiarate morte a tutti gli effetti. | |||
«Sono trascorsi sette lunghi anni dal giorno in cui mio zio, Jun Sekitani, è svanito nel nulla in Malesia. Nel caso tu non lo sapessi, le persone che restano disperse per sette anni di fila vengono dichiarate legalmente morte a tutti gli effetti... La famiglia Sekitani ha da poco ricevuto la comunicazione ufficiale da parte dell'Ufficio Persone Scomparse, e terrà una funzione funebre a tempo debito. È proprio per questo che desidero trovare la pace, risolvendo le mie questioni in sospeso con mio zio prima che si celebri il funerale.» | |||
Chitanda esalò un sospiro sfiancante dopo avermi messo al corrente della cupa situazione, per poi volgere lo sguardo oltre la vetrata del locale. Seguii la traiettoria dei suoi occhi, ritrovandomi a fissare la banale e anonima strada sottostante. | |||
Presi un altro abbondante sorso del mio caffè. Pareva che Chitanda avesse finalmente esaurito le parole. | |||
Iniziai a riflettere seriamente sulla questione. | |||
In ballo c'era un frammento di memoria smarrito che esigeva di essere ritrovato, e indubbiamente era un frammento che valeva la pena recuperare. Una faccenda del genere era assai ardua da incasellare e liquidare appellandomi in modo bieco al mio proverbiale motto sul risparmio energetico. Per un tipo come me, da sempre abituato a schivare con destrezza crisi su crisi per mantenere l'omeostasi, io stesso scarseggiavo di ricordi per cui valesse la pena lottare con le unghie e con i denti. | |||
Tuttavia, per una come Chitanda, pur di recuperare eventuali ricordi scivolati nell'oblio, si sarebbe spinta in capo al mondo. A pensarci bene, era proprio la sua sterminata, famelica curiosità a spingerla a scavare disperatamente alla ricerca dei propri stessi ricordi, per cui non c'era assolutamente da meravigliarsi che scavasse a piene mani nel suo passato. Non stava scavando solo ed esclusivamente in nome del suo compianto zio, ma lo stava facendo anche per la propria salvezza interiore. E cosa sarebbe accaduto, alla fine, se per caso avesse fallito miseramente nell'impresa a cui si era votata? | |||
Mentre mi perdevo in questi cupi pensieri, un passaggio della famosa lettera di mia sorella mi balenò all'improvviso nella mente: ''"E poi, dopotutto, tanto non hai niente di meglio da fare, no?".'' | |||
''...Maledizione, ha ragione lei. Sono io Houtarou, il risparmiatore di energie. Se non devo fare una cosa, non muovo un dito.'' | |||
In tal caso, non sarebbe poi la fine del mondo se mi abbassassi ad aiutare qualcuno a fare un lavoro che deve assolutamente essere portato a termine, giusto? | |||
Posai con flemma la tazzina vuota e feci scrocchiare leggermente le dita, avvertendo una sensazione mai provata prima farsi strada nel mio petto. La ceramica produsse un tonfo ovattato a contatto con il tavolo, inducendo Chitanda a staccare gli occhi dalla strada trafficata per rivolgerli su di me. Iniziai a parlare lentamente e scandendo bene le parole, come per assicurarmi di avere tutta la sua attenzione. | |||
«Non ho la minima intenzione di assumermi le responsabilità di ciò che intendi fare delle tue scoperte.» | |||
«?» | |||
«Ed è proprio per questo che mi rifiuto di dirti un 'accetto la tua richiesta' su due piedi. Tuttavia, prenderò la tua storia in forte considerazione e, se mai dovessero capitarmi a tiro dei validi indizi su cui lavorare, sarò il primo a fartelo sapere senza esitazione. Così facendo, mi risparmierò anche l'inutile fatica di dovermi smazzare troppe spiegazioni snervanti.» | |||
«...Va bene.» | |||
«Se a te sta bene pattuire queste condizioni, allora puoi contare sul mio aiuto.» | |||
Chitanda raddrizzò di colpo la schiena contro la sedia e si profuse in un inchino formale col busto, a una perfetta angolazione di quarantacinque gradi. | |||
«Grazie dal profondo del cuore. Sono consapevole di recarti un disturbo inenarrabile, ma sappi che ti sono immensamente grata e in debito.» | |||
''Recarmi un disturbo inenarrabile, eh?'' | |||
Voltai leggermente il viso verso la finestra, in un'angolazione dove Chitanda non potesse scorgermi, e mi lasciai sfuggire un lieve, amaro sorriso di rassegnazione. Ero genuinamente e spaventosamente sorpreso da me stesso per non aver chiuso la porta in faccia a una richiesta così logorante da parte di qualcuno. Se Satoshi venisse mai a scoprirlo, mi chiedo cosa diavolo tirerebbe fuori. Probabilmente sgranerebbe i suoi occhioni castani dallo stupore, e darebbe sfogo alla sua incredulità attingendo a termini arcaici di cui ignoro pure l'esistenza, dicendo qualcosa come: "Ma se l'Houtarou che conosco è il tipo che stroncherebbe una simile richiesta all'istante senza battere ciglio!". | |||
Mi chiedo proprio che razza di scusa mi dovrei inventare per giustificarmi con quel maledetto. | |||
Caddi in un turbine di pensieri profondi, mentre l'eco dei ringraziamenti infiniti di Chitanda mi accarezzava i timpani. Avevo già tracannato la bellezza di due caffè amari, ma la sua tazza traboccante di cacao si era già irrimediabilmente raffreddata. | |||
---- | |||
[1] In originale si tratta di un'incomprensione dovuta all'assonanza fonetica: Eru da bambina aveva confuso la parola giapponese *Koten-bu* (Club di Letteratura Classica) con qualcosa che le ricordava i dinosauri o la paleontologia, presumibilmente *Koseibutsu* (Paleontologia) o un termine simile. L'adattamento "Club Giurassico" rende bene l'idea in italiano. | |||
Revision as of 15:28, 27 July 2026
4 - I discendenti del turbolento Club di Letteratura Classica
Fu in una tranquilla domenica che ricevetti l'invito a uscire da parte di Chitanda. Mi aveva accennato di volermi vedere al di fuori del contesto scolastico, affidandosi a me per decidere il luogo dell'incontro; di conseguenza, eccomi qui ad aspettarla nel "Caffè Pineapple Sandwich". Questa caffetteria, famosa per servire il caffè Kilimanjaro più acidulo e forte che io conoscessi, era decorata con delle cupe e solenni tonalità testa di moro. La vistosa insegna fuori dal locale era praticamente impossibile da ignorare.
La caffetteria era silenziosa, priva del solito rumore di fondo di radio o televisori accesi. Sebbene l'atmosfera fosse indubbiamente rilassante, si rivelava anche un posto maledettamente noioso in cui dover attendere l'arrivo di qualcuno. Mancavano pochissimi minuti all'orario concordato, e cominciavo a sentirmi un po' irrequieto per il fatto che Chitanda non si fosse ancora fatta viva; nel frattempo, continuavo a fissare ipnotizzato la mia tazzina di caffè dal mio tavolino appartato.
Finalmente Chitanda fece la sua comparsa e, stando al mio orologio, spaccando il secondo alle l'una e mezza in punto. Trattandosi di un locale piuttosto intimo, non ci mise molto a individuarmi. Indossando un grazioso abito bianco monopezzo, si avvicinò e prese posto di fronte a me. Non esisteva letteralmente nessun'altra persona capace di risultare elegante quanto Chitanda anche in abiti casual.
«Perdonami per averti fatto chiamare con così poco preavviso.»
«Nessun problema» replicai, finendo in un sorso il mio caffè, per poi fare un cenno al cameriere. Chitanda diede una rapida occhiata al menù e ordinò: «Prenderò un Cacao alla viennese, per favore.»
Aveva optato per qualcosa di dolce. Essendo io un normalissimo studente liceale squattrinato, non godevo certo della ricchezza necessaria per permettermi una seconda ordinazione.
Prima di arrivare al sodo, ci scambiammo due chiacchiere di circostanza, partendo dalla prima, favorevole impressione che la caffetteria aveva suscitato in lei. Feci allora notare come una persona del genere, che non ordina mai del caffè in una caffetteria, somigliasse molto a chi visita lo Zoo di Ueno senza fermarsi a guardare i panda giganti. Proprio mentre Chitanda si apprestava a elencarmi un'infinita serie di varianti di caffè a basso contenuto di caffeina, il suo Cacao alla viennese le venne servito. Rimasi esterrefatto nel vedere la spropositata montagna di panna montata che svettava sulla tazza. A quanto pareva, aveva un bel debole per i dolci.
Chitanda iniziò ad affondare il cucchiaino per mescolare la panna. Sembrava divertirsi un mondo a farlo. Di questo passo, sarebbe finita a bere la sua bevanda inzuppata di chiacchiere leggere per tutto il pomeriggio, per poi rincasare senza aver detto nulla. Diviso tra la serietà e il panico che un'eventualità del genere potesse concretizzarsi, decisi di prendere in mano le redini del discorso.
«Dunque, che c'è?»
«Eh?»
È forse questo l'atteggiamento consono dopo aver preteso che una persona sacrificasse il suo sacro fine settimana per te?
«Per quale motivo mi hai invitato qui fuori?»
Continuando a sorseggiare placidamente il suo cacao e mormorando "Che delizia", Chitanda inclinò il capo e rispose: «Beh, sei stato tu a scegliere questo locale come punto d'incontro.»
«Va bene, io me ne torno a casa.»
«Ah! Aspetta un istante, ti prego!»
Posando in fretta il cucchiaino e la tazza, Chitanda raddrizzò la postura e disse: «Perdonami, io... ero solo un po' nervosa.»
Sebbene sembrasse intenta a calmare i propri nervi, la sua espressione non risultava affatto rigida. Era evidente che la sua natura la spingesse semplicemente a blaterare la prima cosa che le passasse per la testa ogniqualvolta si sentisse sotto pressione. Così decisi di stuzzicarla domandando: «Nervosa? Devi forse confessarmi qualcosa di compromettente?»
Non appena lo dissi, mi accorsi subito di come una battuta tanto scontata avesse in realtà scatenato un effetto inatteso su di lei.
«No, io...»
Come nel tentativo di celare il proprio imbarazzo, si mostrò esitante, annuendo lentamente. Iniziai ad andare nel panico anch'io e chiamai frettolosamente il cameriere.
«...Un altro caffè, per favore.»
Ignorando del tutto la mia reazione istintiva, Chitanda iniziò a parlare con voce sommessa.
«Forse potrebbe anche trattarsi di una confessione, ma in verità è più una richiesta di aiuto. È un problema prettamente mio, personale, quindi non so nemmeno se io abbia il diritto di farti una richiesta del genere. Per questo... saresti così gentile da ascoltare prima la mia storia?»
Chitanda aveva smesso di fissare il fondo della sua tazza. Ah, così stanno le cose... Anche se non sono affatto portato per situazioni così cariche di solennità, risposi: «D'accordo, sentiamo.»
«Grazie.»
E così, dopo aver deglutito a fatica, Chitanda iniziò a raccontare.
«...Ho uno zio, il fratello maggiore di mia madre. Il suo nome era Jun Sekitani. Dieci anni fa è partito per un lungo viaggio in Malesia, ma da sette anni a questa parte risulta disperso. Quando ero piccola... no, insomma, sono ancora giovane, ma dieci anni fa ero tremendamente attaccata a lui. Per quello che riesco a ricordare, aveva sempre la risposta pronta a ogni singola domanda gli facessi. Ovviamente, agli occhi di una bambina, le cose che raccontava suonavano come magie incredibili, anche se oggi non riesco più a ricordare con esattezza le sue parole. L'immagine che mi è rimasta scolpita di mio zio è quella di un uomo che sapeva assolutamente tutto.»
«Sembrava un tipo in gamba.»
«Era un uomo erudito e dalla spiccata eloquenza, anche se non posso sapere se lo sia ancora.»
Sorrisi e risposi con un velo di ironia: «Beh, almeno sei sicura che lo fosse finché è stato nei paraggi. Anch'io ho due o tre zii in totale, ma per fortuna nessuno di loro è misteriosamente scomparso nel nulla. Dunque, qual è la richiesta di cui parlavi? Non ti aspetterai mica che io prenda un aereo per la Malesia a cercarlo, vero?»
«No. Mio zio è stato avvistato per l'ultima volta nella regione del Bengala, uhm, in India, insomma. Ciò che vorrei domandare a Oreki-san è... di aiutarmi a ricordare cosa mi disse esattamente mio zio quel giorno.»
Chitanda chiuse la frase con questa stoccata, e feci bene a non parlare, dato che non avevo minimamente colto il senso di ciò che mi aveva appena detto. Mi sta forse chiedendo di farle tornare in mente i ricordi sbiaditi delle parole di suo zio?
«...Questa è una pretesa ridicola.»
«Sto correndo troppo, vero? I ricordi legati a mio zio risalgono tutti a quando ero solo una bambina, ed è per questo che io stessa fatico a ricostruirli. Eppure... c'è questo singolo episodio che si è impresso a fuoco nella mia mente. E desidero disperatamente rievocare i dettagli di quel preciso momento.»
Essendole diventate le labbra secche per l'agitazione, Chitanda prese un sorsetto dal suo cacao. Poi proseguì abbassando ulteriormente il volume della voce: «Ero ancora all'asilo. Per qualche strano motivo, finii per ascoltare di sfuggita mio zio parlare di un certo 'club di letteratura classica'. Io mi convinsi che questo 'club giurassico' fosse un posto dedicato allo studio dei dinosauri, e la cosa catturò inevitabilmente la mia attenzione[6].»
"Club Giurassico", "Club Classico"... era uno sciocco gioco di parole basato su un fraintendimento tipico di quell'età. Probabilmente fu in quell'esatto momento che vide la luce Eru Chitanda, l'incarnazione fisica della Curiosità in persona.
«Sentivo in continuazione storie e aneddoti sul 'club di letteratura classica' di mio zio. Poi, un bel giorno, andai da lui di proposito per fargli una domanda specifica riguardante questo club. In una situazione normale, lui mi avrebbe risposto con la sua solita pacatezza, ma in quell'occasione si mostrò insolitamente restio a parlare. Iniziò a torcersi le mani con un'espressione colma di rimpianto in volto e, quando finalmente riuscì a calmarsi, mi diede la sua risposta. Nel sentire le sue parole, io...»
«Cosa successe?»
«...Io scoppiai a piangere. Non ricordo se provassi terrore o profonda tristezza, ma so di aver pianto a dirotto. Mia madre, spaventata dalle urla, corse subito a vedere cosa stesse succedendo, e questo è tutto ciò che riesco a ricordare dell'evento. L'ultimo nitido ricordo che mi è rimasto impresso è il fatto che, in quell'occasione, mio zio non fece nulla per consolarmi come era solito fare.»
«Eri sotto shock?»
«Credo di sì, un po'. Da allora ho continuato a ripensare a quel giorno senza sosta. In seguito, sì, all'incirca durante le scuole medie, quell'episodio iniziò a tormentarmi sul serio. Perché mio zio aveva un'espressione così colma di rimpianto? Perché non mosse un dito per consolarmi? ...Oreki-san, tu che spiegazione ti daresti?»
Essendomi stata rivolta la domanda, iniziai a elaborare i dati. Per quale motivo una persona dotata dell'infinita pazienza necessaria per rispondere a ogni singola domanda di una bambina piccola l'avrebbe poi lasciata a piangere da sola in una situazione del genere?
Arrivai rapidamente alla radice logica del problema e, mantenendo il massimo della compostezza che riuscii a racimolare, esposi la mia deduzione: «Tuo zio ti aveva appena svelato qualcosa che non poteva assolutamente rimangiarsi. Non aveva alcuna intenzione di mentire spudoratamente a una bambina, e probabilmente voleva farti assimilare il fatto che le sue dure parole fossero la cruda verità.»
Chitanda trattenne il respiro, per poi illuminarsi in un sorriso.
«Sì, è esattamente alla stessa conclusione a cui ero arrivata anch'io» disse, fissandomi dritto negli occhi.
Uhm, quando diavolo arriva il mio secondo caffè?
«Presa consapevolezza di ciò, iniziai a chiedermi con un'insistenza spasmodica cosa potesse avermi mai rivelato di così sconvolgente quel giorno. Così passai ai fatti, provando come prima cosa a ricreare da zero l'ambiente in cui si era svolta la scena. Mi intrufolai di soppiatto nella residenza della famiglia Sekitani, con la quale abbiamo interrotto i rapporti da tempo.»
C'era da scommetterci: era esattamente il tipo di persona disposta a spingersi fino a questi estremi pur di raggiungere il proprio obiettivo.
«Capisco. Era a questo che ti riferivi con 'motivi personali' quando mi hai spiegato perché ti sei iscritta al Club di Letteratura Classica.»
Chitanda annuì.
«Sì, proprio così. Ignoravo del tutto che il Club di Letteratura Classica rischiasse lo smantellamento fino a poco tempo fa. Sapevo che non sarebbe stata un'impresa facile, ma di certo non mi sarei mai aspettata di ritrovarmi davanti un club fantasma in cui non c'era più nessuno in grado di svelarmi la verità dei fatti. Ho persino valutato l'idea di domandarlo ai professori, ma gli insegnanti che operavano in questa scuola quando mio zio era uno studente, ovvero ben trentatré anni fa, sono andati tutti in pensione o trasferiti.»
«Dunque, perché chiedere aiuto proprio a me?»
«Perché tu...»
Proprio mentre Chitanda si apprestava a terminare la frase, il cameriere si palesò con il mio sudato caffè. Muovendosi con gesti freddi e meccanici, l'uomo barbuto ritirò la mia tazzina vuota e ne piazzò una colma al suo posto. Non appena il cameriere tolse il disturbo, Chitanda prese un sorso dal suo cacao, come a voler riordinare le idee, e riprese: «...Durante lo spiacevole incidente con la chiave dell'aula, e per il mistero del libro sollevato da Ibara-san in biblioteca, sei riuscito a formulare deduzioni geniali superando i limiti della mia immaginazione. Sebbene io possa sembrare sfacciata a dirtelo in faccia, sono profondamente convinta che Oreki-san sia l'unica persona in grado di arrivare alla risposta del mio quesito.»
Mi accorsi di stare aggrottando la fronte.
«Tu mi sopravvaluti di grosso. Mi sono solo affidato a qualche fugace intuizione, il che richiedeva a sua volta una dose sfacciata di fortuna.»
«Allora ti prego, lascia che mi affidi a questa tua stessa fortuna.»
«Non credo proprio di poterti essere d'aiuto.»
Il primo motivo per cui non credevo di poterle essere d'aiuto era la totale assenza di obblighi morali nell'imbarcarmi in una faccenda così clamorosamente tediosa; in secondo luogo, se non fossi riuscito a dedurre un bel niente, avrei finito non solo per deludere atrocemente Chitanda, ma anche per sentirmi un completo inetto. Questa non era la puntata di un quiz televisivo, ma solo il disperato, plateale tentativo di Chitanda di dare un senso e una conclusione a un tassello mancante della propria esistenza. Ti aspetti davvero che un risparmiatore di energie cronico come me si accolli un tale fardello di responsabilità? Tu stai scherzando.
«Perché deve trattarsi proprio di me? Sicuramente ci sono altre persone ben più qualificate per darti una mano in una cosa del genere.»
Gli occhi di Chitanda si sgranarono. Ignorando il peso di quella sua reazione, rincarai la dose: «Non credi sarebbe infinitamente più produttivo ed efficiente appoggiarsi a più persone per unirti alla ricerca? Potresti parlarne a Satoshi, a Ibara, o ai tuoi stessi amici.»
Non ci fu alcuna reazione. Chitanda incassò in silenzio il mio palese rifiuto. Chinò il capo verso il tavolo e mormorò lentamente: «Io... vedi, Oreki-san, non sono affatto il tipo di persona incline a sbandierare in giro i fatti del proprio doloroso passato con chiunque.»
«...»
«Io... non ne ho mai parlato con nessun altro prima d'ora.»
Fui colto alla sprovvista. Certo, ora aveva perfettamente senso.
Per quale diamine di motivo Chitanda avrebbe dovuto farmi scomodare in una domenica di festa per parlarmi a quattr'occhi in privato? La risposta era elementare: non voleva che troppa gente venisse a frugare nella drammatica storia di suo zio disperso. Chitanda si era ritrovata a dover riporre la sua cieca fiducia in me, un tizio strambo che a malapena conosceva da un mese, e per tutta risposta io le avevo suggerito con tatto nullo di "andare a parlarne con più persone".
Era ovvio e naturale che chiunque avrebbe provato un forte imbarazzo nel vedere dettagli così intimi e privati spifferati ai quattro venti. Chi, su questa terra, non custodisce un segreto inconfessabile nel profondo del proprio cuore, desideroso di proteggerlo dal giudizio altrui?
Avvertii il sangue salirmi al viso, arrossendo di vergogna, e abbassai la testa a mia volta.
«...Perdonami, sono stato un idiota.»
Vedendola rivolgermi un debole sorriso, intuii che molto probabilmente aveva già deciso di perdonarmi lo scivolone.
Seguì un lungo silenzio. Chitanda sembrava in attesa che io prendessi di nuovo la parola. Eppure, non riuscivo a farmi venire in mente nulla di appropriato per smorzare la tensione. Il vapore denso della mia tazza di caffè bollente saliva a spirale tra noi due. Il Cacao alla viennese di Chitanda si era ormai freddato da un pezzo, non emettendo più il minimo sbuffo di vapore.
Strinsi le mani attorno alla tazzina bollente. Quasi per infrangere quel muro di imbarazzo, Chitanda disse con espressione gentile: «Ti ho fatto una richiesta irragionevole. Sono ben conscia di averti trascinato a forza in una faccenda in cui non avresti mai dovuto essere coinvolto, eppure io...»
«...»
«Oreki-san, quando sei riuscito a risolvere con tale scioltezza i miei rompicapo... per qualche motivo, mi hai ricordato incredibilmente mio zio. Senza offesa per lui, ovviamente, ma anche tu sei riuscito a fornire le risposte alle mie infinite domande. È per questo che... oh cielo, mi sto comportando in modo pateticamente egoista.»
«Hai ancora davanti a te ben tre anni di liceo, quindi potresti benissimo prenderti tutto il tempo necessario per svolgere le tue indagini. Se ti troverai ancora impantanata o in difficoltà, non mi tirerò necessariamente indietro senza muovere un dito.»
Chitanda scosse la testa con lentezza.
«Ho il disperato bisogno di ricordare cosa successe in quel frangente con mio zio prima che lui muoia. Voglio assolutamente scoprire, prima del suo imminente funerale, per quale motivo mio zio sia stato costretto a dirmi qualcosa che non avrebbe mai potuto rimangiarsi, e cosa diamine mi disse quel giorno.»
«Prima che lui muoia?»
Che modo agghiacciante e bizzarro di riferirsi a una persona. Una persona morta è morta, e basta, mentre una persona scomparsa non è esattamente morta a livello logico.
...No, un momento.
È proprio così: le persone scomparse da un certo lasso di tempo, vengono dichiarate morte a tutti gli effetti.
«Sono trascorsi sette lunghi anni dal giorno in cui mio zio, Jun Sekitani, è svanito nel nulla in Malesia. Nel caso tu non lo sapessi, le persone che restano disperse per sette anni di fila vengono dichiarate legalmente morte a tutti gli effetti... La famiglia Sekitani ha da poco ricevuto la comunicazione ufficiale da parte dell'Ufficio Persone Scomparse, e terrà una funzione funebre a tempo debito. È proprio per questo che desidero trovare la pace, risolvendo le mie questioni in sospeso con mio zio prima che si celebri il funerale.»
Chitanda esalò un sospiro sfiancante dopo avermi messo al corrente della cupa situazione, per poi volgere lo sguardo oltre la vetrata del locale. Seguii la traiettoria dei suoi occhi, ritrovandomi a fissare la banale e anonima strada sottostante.
Presi un altro abbondante sorso del mio caffè. Pareva che Chitanda avesse finalmente esaurito le parole.
Iniziai a riflettere seriamente sulla questione.
In ballo c'era un frammento di memoria smarrito che esigeva di essere ritrovato, e indubbiamente era un frammento che valeva la pena recuperare. Una faccenda del genere era assai ardua da incasellare e liquidare appellandomi in modo bieco al mio proverbiale motto sul risparmio energetico. Per un tipo come me, da sempre abituato a schivare con destrezza crisi su crisi per mantenere l'omeostasi, io stesso scarseggiavo di ricordi per cui valesse la pena lottare con le unghie e con i denti.
Tuttavia, per una come Chitanda, pur di recuperare eventuali ricordi scivolati nell'oblio, si sarebbe spinta in capo al mondo. A pensarci bene, era proprio la sua sterminata, famelica curiosità a spingerla a scavare disperatamente alla ricerca dei propri stessi ricordi, per cui non c'era assolutamente da meravigliarsi che scavasse a piene mani nel suo passato. Non stava scavando solo ed esclusivamente in nome del suo compianto zio, ma lo stava facendo anche per la propria salvezza interiore. E cosa sarebbe accaduto, alla fine, se per caso avesse fallito miseramente nell'impresa a cui si era votata?
Mentre mi perdevo in questi cupi pensieri, un passaggio della famosa lettera di mia sorella mi balenò all'improvviso nella mente: "E poi, dopotutto, tanto non hai niente di meglio da fare, no?".
...Maledizione, ha ragione lei. Sono io Houtarou, il risparmiatore di energie. Se non devo fare una cosa, non muovo un dito.
In tal caso, non sarebbe poi la fine del mondo se mi abbassassi ad aiutare qualcuno a fare un lavoro che deve assolutamente essere portato a termine, giusto?
Posai con flemma la tazzina vuota e feci scrocchiare leggermente le dita, avvertendo una sensazione mai provata prima farsi strada nel mio petto. La ceramica produsse un tonfo ovattato a contatto con il tavolo, inducendo Chitanda a staccare gli occhi dalla strada trafficata per rivolgerli su di me. Iniziai a parlare lentamente e scandendo bene le parole, come per assicurarmi di avere tutta la sua attenzione.
«Non ho la minima intenzione di assumermi le responsabilità di ciò che intendi fare delle tue scoperte.»
«?»
«Ed è proprio per questo che mi rifiuto di dirti un 'accetto la tua richiesta' su due piedi. Tuttavia, prenderò la tua storia in forte considerazione e, se mai dovessero capitarmi a tiro dei validi indizi su cui lavorare, sarò il primo a fartelo sapere senza esitazione. Così facendo, mi risparmierò anche l'inutile fatica di dovermi smazzare troppe spiegazioni snervanti.»
«...Va bene.»
«Se a te sta bene pattuire queste condizioni, allora puoi contare sul mio aiuto.»
Chitanda raddrizzò di colpo la schiena contro la sedia e si profuse in un inchino formale col busto, a una perfetta angolazione di quarantacinque gradi.
«Grazie dal profondo del cuore. Sono consapevole di recarti un disturbo inenarrabile, ma sappi che ti sono immensamente grata e in debito.»
Recarmi un disturbo inenarrabile, eh?
Voltai leggermente il viso verso la finestra, in un'angolazione dove Chitanda non potesse scorgermi, e mi lasciai sfuggire un lieve, amaro sorriso di rassegnazione. Ero genuinamente e spaventosamente sorpreso da me stesso per non aver chiuso la porta in faccia a una richiesta così logorante da parte di qualcuno. Se Satoshi venisse mai a scoprirlo, mi chiedo cosa diavolo tirerebbe fuori. Probabilmente sgranerebbe i suoi occhioni castani dallo stupore, e darebbe sfogo alla sua incredulità attingendo a termini arcaici di cui ignoro pure l'esistenza, dicendo qualcosa come: "Ma se l'Houtarou che conosco è il tipo che stroncherebbe una simile richiesta all'istante senza battere ciglio!".
Mi chiedo proprio che razza di scusa mi dovrei inventare per giustificarmi con quel maledetto.
Caddi in un turbine di pensieri profondi, mentre l'eco dei ringraziamenti infiniti di Chitanda mi accarezzava i timpani. Avevo già tracannato la bellezza di due caffè amari, ma la sua tazza traboccante di cacao si era già irrimediabilmente raffreddata.
[1] In originale si tratta di un'incomprensione dovuta all'assonanza fonetica: Eru da bambina aveva confuso la parola giapponese *Koten-bu* (Club di Letteratura Classica) con qualcosa che le ricordava i dinosauri o la paleontologia, presumibilmente *Koseibutsu* (Paleontologia) o un termine simile. L'adattamento "Club Giurassico" rende bene l'idea in italiano.