Hyouka (Italiano):Volume 1 Capitolo 2: Difference between revisions

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==2 - La Rinascita del Tradizionale Club di Letteratura==
==2 - La rinascita del tradizionale Club di Letteratura Classica==


Si dice spesso che la vita al liceo sia "color rosa". Poiché l'anno 2000 sta ormai volgendo al termine, il giorno in cui si potrà confermare questa definizione da vocabolario non è poi così lontano.


Molti dicono che quello delle superiori sia un periodo "roseo". Con la fine dell'anno 2000, l'arrivo del giorno che corrispondeva a quella definizione, come descritta da un dizionario giapponese, non era più così lontano.
Tuttavia, non è detto che tutti i liceali desiderino una vita a tinte rosa.  


Comunque, non è detto che tutti gli studenti delle superiori desiderino una vita così "rosea". Che si tratti di studio, sport o storie d’amore, ci sarà sempre qualcuno che preferisce avere una vita "grigia"; questo era il mio giudizio. Eppure, era un modo piuttosto solitario di vivere la propria esistenza.
Che si tratti di studio, sport o questioni di cuore, c'è sempre qualcuno che a tutto questo preferirebbe un'esistenza grigia. Posso garantirlo per esperienza personale. Per quanto, a dire il vero, sia un modo piuttosto solitario di vivere la propria vita.


Era questo l’argomento di cui stavo discutendo insieme al mio amico Satoshi Fukube, mentre la classe era illuminata dalla luce del tramonto. Come al solito, Satoshi mostrava un volto sorridente e mi disse: «Anch’io la penso così. Ad ogni modo, non pensavo che tu fossi così masochista».
Stavo facendo proprio un discorso del genere con il mio amico di vecchia data, Satoshi Fukube, in un'aula inondata dalla luce del tramonto. Come al solito, Satoshi sorrise e ribatté: «È esattamente quello che penso anch'io. Solo, non sapevo fossi così masochista».


Purtroppo si sbagliava. Così protestai: «Stai dicendo che la mia vita è "grigia"
Si sbagliava di grosso. Così protestai: «Vuoi forse dire che la mia vita è grigia?»


«L’ho detto? Vedi, Houtarou, che si tratti di studio, sport, o cos’era l’altra? Storie d’amore? Non penso che tu ti sia mai interessato a queste cose».
«L'ho forse detto? Ma Houtarou, che si tratti di studio, sport o... qual era l'altra cosa? Ah, amore. Non mi pare che tu ti sia mai dimostrato intraprendente in nessuno di questi campi.»


«In effetti, anch’io non mi interesso molto a riguardo».
«Non è che io odi darmi da fare, a prescindere.»


«Esatto».
«Vero.» Il sorriso di Satoshi si allargò. «Tu vai semplicemente a "risparmio energetico", dopotutto.»


Il sorriso di Satoshi si allargò.
Annuii con uno sbuffo. Poteva anche starmi bene, a patto che fosse chiaro che non odiavo affatto attivarmi in qualcosa: semplicemente, detestavo sprecare energie in faccende seccanti. Il mio stile di vita consiste nel risparmiare energia per il bene del pianeta. In poche parole: se non devo fare una cosa, non la faccio. Se devo farla, mi sbrigo.


«Stai soltanto "risparmiando energie", dopotutto».
Non appena pronunciai il mio motto, Satoshi fece spallucce come al solito.


Diedi la mia approvazione con un grugnito. Non odiavo essere attivo, ma semplicemente non mi piaceva sprecare energie per qualcosa di fastidioso. Preferivo sprecare le mie energie per migliorare il mondo. In parole povere, "non facevo nulla che non fossi costretto a fare. E se proprio mi toccava farla, me la sbrigavo alla svelta".
«Che lo si chiami risparmio energetico o cinismo, in fin dei conti è la stessa cosa, no? Hai mai sentito parlare di strumentalismo?»


Satoshi avrebbe alzato le spalle come al solito, se gli avessi ripetuto il mio motto.
«Mai.»


«Che si tratti di risparmiare energie o di cinismo, alla fine è la stessa cosa, giusto? Hai mai sentito parlare dello strumentalismo<ref>La dottrina del filosofo e pedagogista americano J. Dewey (1859-1952), di derivazione pragmatistica, secondo la quale il pensiero è uno strumento per affrontare le difficoltà che insorgono nel fronteggiare una situazione nuova, quando l'esperienza rivela il fallimento delle modalità istintive di reazione.</ref>?»
«In sintesi: per una persona come te, senza alcun interesse in particolare, il solo fatto di non esserti iscritto ad alcun club qui al Liceo Kamiyama — la Terra Promessa delle attività extracurriculari — fa automaticamente di te una persona grigia


«No».
«Cosa? Stai per caso insinuando che non ci sia differenza tra l'omicidio doloso e l'omissione di soccorso?»
«In breve, il fatto che tu non abbia alcun particolare interesse e che non ti sia iscritto a nessun club in un istituto come il Kamiyama, dove c’è una vasta possibilità di scelta, ti rende in automatico una persona "grigia"».


«Cosa? Mi stai dicendo che la morte per omicidio non è poi così diversa dalla morte per negligenza?»
Satoshi rispose senza esitare: «Da un certo punto di vista, sì. Anche se è una questione completamente diversa cercare di convincere un morto che la sua scomparsa sia dovuta a una tua negligenza, col solo scopo di esorcizzarne l'anima.»
 
Satoshi rispose senza esitazione: «Da una certa prospettiva, sì. Ma, se stai cercando di esorcizzare l’anima di una persona morta, dicendogli che la sua morte è stata causata da una tua negligenza, allora si tratta di una questione totalmente diversa».


«...»
«...»


Bastardo insolente. Guardai ancora una volta la persona davanti a me. Satoshi Fukube, un amico di vecchia data, nonché un degno avversario e un rivale mortale, era piuttosto basso per essere un ragazzo. Nonostante fosse uno studente delle superiori, lo si poteva confondere per un soggetto debole dall’aspetto femminile, ma interiormente era una persona totalmente diversa. Descrivere cosa fosse questa differenza è difficile… Ad ogni modo, lui dava la sensazione di essere diverso. Oltre a portare un sorriso tutto il tempo, si faceva sempre vedere in compagnia di una borsa con chiusura a lacci e un’aria da impertinente. Era anche membro del club di cucito, non chiedetemi il motivo.
Faccia tosta. Osservai di nuovo il tizio di fronte a me. Satoshi Fukube — mio vecchio amico, degno avversario e rivale giurato — è un ragazzo piuttosto bassino. Pur essendo al liceo, potrebbe persino essere scambiato per un ragazzino esile e dai tratti androgini, ma dentro è fatto di tutt'altra pasta. È difficile spiegare a parole in cosa consista questa differenza; la si percepisce e basta. Oltre a sfoggiare un sorriso perenne, gira sempre con una borsa a coulisse, e la sua incondizionata insolenza è un vero e proprio marchio di fabbrica. È anche membro del Club di Artigianato, non chiedetemi il perché.


Discutere con lui era solo uno spreco di energie. Agitai la mia mano per indicare la fine di quella conversazione.
Discutere con lui era solo uno spreco di energia. Agitai la mano per segnare la fine della conversazione.


«In ogni caso, è ora di tornare a casa».
«Sì, come ti pare. Adesso torna a casa, su.»


«Già, hai ragione. Oggi non ho nessuna attività per il club… credo che andrò a casa».
«Hai ragione. Oggi non ho attività col club... mi sa che tolgo il disturbo.»


Mentre Satoshi si stiracchiava, a un certo punto si rese conto di qualcosa e guardò verso di me.
Mentre Satoshi si stiracchiava, realizzò improvvisamente una cosa e mi fissò.


«Hai detto "è ora di tornare a casa"? È raro sentirtelo dire».
«"Torna a casa"? È raro sentirtelo dire.»


«In che senso?»
«In che senso?»


«Di solito, te ne saresti già tornato a casa, senza pronunciare una singola parola. Che affari hai dopo la scuola, se non sei iscritto a nessun club?»
«Voglio dire, di solito non saresti già sparito prima ancora di poter pronunciare quella frase? Che impegni potresti mai avere dopo la scuola, se non sei iscritto a nessun club?»


«Ah».
«Ah.»


Alzai le sopracciglia e presi un pezzo di carta dalla tasca destra della mia giacca. Dopo averlo consegnato a Satoshi, i suoi occhi si allargarono dallo stupore. Sembrava sbalordito. In realtà, nonostante la sua espressione, non credevo che lui fosse poi così sorpreso. Satoshi era ben noto per le sue reazioni esagerate, dopotutto.
Alzai un sopracciglio e tirai fuori un foglio dalla tasca interna della giacca. Glielo porsi in silenzio, e Satoshi spalancò gli occhi dallo stupore. O meglio, stava solo recitando. Non era davvero sorpreso, anche se aveva gli occhi sgranati. Le reazioni plateali erano il suo forte, dopotutto.


«Cosa?! Non è possibile…»
«Cosa?! Com'è possibile?!»


«Satoshi, non esagerare».
«Satoshi, contieniti.»


«Questo è un modulo di iscrizione a un club. Sono sorpreso. Cosa diavolo ti è successo? Houtarou che si iscrive a un club...»
«Ma questo è un modulo di iscrizione a un club! Sono allibito. Che diamine è successo? Houtarou Oreki che si unisce a un club...»


In effetti, si trattava di un modulo di iscrizione a un club. Dopo aver letto il nome del club che vi era scritto sopra, Satoshi alzò le sopracciglia.
Era davvero un modulo d'iscrizione. Leggendo il nome della sezione, Satoshi alzò un sopracciglio.


«Il club di letteratura classica...?»
«Il Club di Letteratura Classica...?»


«Ne hai sentito parlare?»
«Ne hai mai sentito parlare?»


«Certo, ma perché hai scelto proprio questo club? Ti stai interessando alla letteratura classica
«Certo, ma perché proprio quello? Hai per caso scoperto un'improvvisa passione per i classici


E ora come avrei dovuto spiegarglielo? Mi grattai la testa e presi un altro pezzo di carta dalla tasca sinistra della mia giacca. Consegnai a Satoshi una lettera dalla grafia scarabocchiata.
Come avrei potuto spiegarglielo? Mi grattai la testa e tirai fuori una lettera dalla tasca sinistra. Era scritta con una grafia frettolosa. La porsi a Satoshi.


«Leggila».
«Leggi.»


Satoshi prese prontamente la lettera e cominciò a leggerla. Poco dopo, iniziò a ridere come previsto.
Satoshi la scorse rapidamente e, come previsto, scoppiò a ridere.


«Ah ah, Houtarou, questa è di certo una seccatura. Una richiesta da tua sorella, eh? Non c’è modo che tu la possa rifiutare».
«Ahah, Houtarou, questa sì che è una bella seccatura. Una richiesta di tua sorella, eh? Impossibile rifiutare.»


Perché era così allegro? D'altro canto, sapevo di star mostrando un’espressione amara sul volto. La lettera, arrivata quella mattina dall'India, stava tentando di apportare modifiche al mio stile di vita. Tomoe Oreki si comportava sempre così: mandava di continuo lettere per rovinarmi la tranquillità.
Che aveva da ridere? Io, al contrario, ero ben consapevole dell'espressione amara che mi dipingeva il volto. Quella lettera, spedita dall'India e recapitata stamattina, minacciava di stravolgere del tutto il mio stile di vita. Tomoe Oreki era fatta così: mandava lettere col solo scopo di far deragliare la mia pacifica esistenza.


«Houtarou devi proteggere il club di letteratura classica, la gioventù di tua sorella».
"Houtarou, proteggi il Club di Letteratura Classica, culla della giovinezza della tua sorellona."


Quando avevo aperto la busta e letto la lettera, capii subito che il suo contenuto era piuttosto egoistico. Non avevo l’obbligo di proteggere i ricordi di mia sorella, ma…
Quando avevo aperto la busta quella mattina, mi ero subito reso conto di quanto il suo contenuto fosse egocentrico. Non avevo alcun obbligo morale di proteggere i ricordi di mia sorella, ma...


«Tua sorella è specializzata nello Jujutsu<ref>Un’arte marziale praticata dai bushi (guerrieri) che se ne servivano per giungere all'annientamento fisico dei propri avversari, provocandone anche la morte, a mani nude o con armi.</ref>, vero
«Qual era la specialità di tua sorella? Jujutsu?»


«Aikido e Taiho-jutsu<ref>Un’arte marziale sviluppata dalla polizia feudale giapponese per arrestare criminali pericolosi e solitamente armati.</ref>. Chiunque finirebbe steso, se cercasse di farle del male».
«Aikido e Taiho-jutsu. Può fare parecchio male, se ci si mette.»


Mia sorella, un’esperta studentessa universitaria e una professionista nelle arti marziali, non si accontentava di conquistare solo il Giappone. Perciò, aveva deciso di uscire dal Paese per sfidare anche il mondo intero. Non sarebbe stato saggio incorrere nella sua furia.
Già. Mia sorella, una brillante studentessa universitaria eccellente sia nello studio che nelle arti marziali, non si era accontentata di conquistare il Giappone e aveva deciso di partire per sfidare il resto del mondo. Scatenare la sua ira non sarebbe stata una mossa saggia.


D'altro canto, anche se avessi provato a resistere sfruttando il mio poco orgoglio, avevo comunque pochi motivi per oppormi a lei. Infatti, mia sorella aveva colpito nel segno, facendo notare che non avevo niente di meglio da fare. Decisi quindi che era meglio essere un membro fantasma, piuttosto che non essere iscritto a nessun club, e così, senza esitazione, avevo presentato la domanda quella mattina.
D'altra parte, per quanto avessi potuto opporre resistenza spinto da quel poco orgoglio che mi restava, non avevo reali argomentazioni per oppormi. Mia sorella aveva fatto centro sottolineando che, in fin dei conti, non avevo di meglio da fare. Così, decidendo che fare il membro fantasma equivalesse grossomodo a non essere iscritto da nessuna parte, avevo agito senza esitare, consegnando la domanda quella mattina stessa.


«Sai cosa significa, Houtarou?»
«Ti rendi conto di cosa significhi, Houtarou?» domandò Satoshi, lanciando un'occhiata alla lettera.


Disse Satoshi, mentre osservava la lettera di mia sorella. Sospirai e dissi: «Sì, so che non mi porterà alcun beneficio».
Sospirai. «Già. Sembra che non ci sia alcun vantaggio per me in tutta questa storia.»


«No, non era quello che intendevo…» disse con un tono stranamente allegro, mentre alzava lo sguardo dalla lettera.
«No, aspetta... non intendevo questo.»


Colpì quest’ultima con il palmo della mano e disse: «Al momento, non ci sono membri nel club di letteratura, giusto? Questo significa che l’aula del club sarà tutta per te. Non è fantastico? Un angolo privato all’interno della scuola dedicato al solo uso personale».
Sollevando lo sguardo dal foglio, Satoshi assunse un tono insolitamente allegro. Tamburellò il dorso della mano sulla carta e spiegò: «Al momento non c'è nessun iscritto, giusto? Questo significa che avrai l'aula del club tutta per te. Non è fantastico? Un covo privato all'interno della scuola, a tuo uso e consumo.»


Un angolo privato?
Un covo privato?


«Questo è un modo interessante di vedere le cose…»
«...È un punto di vista interessante


«Ti piace l’idea
«Ti stuzzica l'idea


Un ragionamento interessante. Satoshi stava fondamentalmente dicendo che avrei potuto avere una base segreta all’interno della scuola. Quell’idea non mi sarebbe mai venuta in mente. Un angolo privato, eh? Non lo desideravo particolarmente e, di certo, non avrei mai sprecato energie per una cosa del genere… Ma, se si trattava di un vantaggio, avrei potuto farci un pensierino. Ripresi la lettera dalle mani di Satoshi e gli risposi: «Credo che non sia poi così male. Andrò a dare un'occhiata».
Che ragionamento bizzarro. In pratica, Satoshi mi stava facendo notare che potevo avere una base segreta a scuola. A me non sarebbe mai venuta in mente una cosa del genere. Uno spazio privato, eh? Non era certo qualcosa che desiderassi al punto da faticare per ottenerla... ma se arrivava come un bonus imprevisto, non era poi da buttare. Ripresi la lettera dalle mani di Satoshi.


«Ottimo, una buona opportunità è lì pronta ad attenderti».
«Immagino non sia poi così male. Forse andrò a dare un'occhiata.»


Una buona opportunità mi attendeva? Be’, effettivamente si adattava bene alla mia personalità, così feci un sorriso amaro e presi il mio zaino a tracolla.
«Bene. Le opportunità si presentano per essere colte.»
 
Le opportunità si presentano per essere colte, eh? Non che andasse in contrasto col mio carattere. Feci un sorriso amaro e presi la borsa a tracolla.


Ero ancora fedele al mio motto.
Ero ancora fedele al mio motto.


---- ♦ ----


Dalle finestre aperte, si sentivano le urla del Club di Atletica.
Dalle finestre aperte, si udivano le urla della squadra di atletica.


«Forza! Forza! Forza! ...»
«...Forza! Forza! Forza!...»


Non volevo essere coinvolto in un tale spreco di energie. Non fraintendetemi, non stavo dicendo che risparmiare energie fosse in assoluto l’opzione migliore, perciò non consideravo quelle persone degli sciocchi. Mentre le loro urla continuavano a risuonarmi nelle orecchie, mi diressi verso l’aula del club di letteratura.
Non avrei mai voluto farmi coinvolgere in uno spreco di energie così lampante. Non fraintendetemi: non sto dicendo che risparmiare energia sia la scelta superiore o un vanto morale, quindi non considero affatto stupide le persone attive. Mi diressi verso l'aula del Club di Letteratura Classica con i loro cori che ancora mi risuonavano nelle orecchie.


Camminai lungo il corridoio e salii fino al terzo piano. Incontrai un bidello, che stava portando una grande scala, e gli chiesi dove fosse l’aula del club. A quel punto, mi diressi verso l’aula di geografia al quarto piano.
Camminai lungo il corridoio piastrellato e salii verso il terzo piano. Incontrai il bidello, che trasportava una grande scala a pioli, e gli chiesi dove fosse l'aula del club; mi indicò l'Aula di Geologia, al quarto piano dell'Ala Speciale.


L’istituto Kamiyama non aveva un gran numero di studenti una struttura troppo grande.
Questa scuola, il Liceo Kamiyama, non era particolarmente affollata vasta per dimensioni.


Il numero totale degli studenti si aggirava intorno al migliaio. La scuola forniva dei programmi per gli esami di ingresso alle università, come la maggior parte delle altre scuole, ma non era particolarmente nota per i suoi studenti accademici. Insomma, si trattava di una normale scuola superiore. Nonostante ciò, la scuola possedeva un grandissimo numero di club (ad esempio il club di idropittura o il club di canto a cappella, così come il club di letteratura classica), quindi era piuttosto famosa per il suo festival culturale annuale.
Il numero totale degli iscritti si aggirava intorno al migliaio. Sebbene la scuola fornisse programmi volti alla preparazione degli esami di ammissione all'università, come la maggior parte dei licei, non spiccava in modo particolare per il proprio prestigio accademico. In altre parole, era un liceo normalissimo. D'altro canto, l'istituto vantava un numero straordinariamente alto di club (come quello di Pittura ad Acquerello o di Canto a Cappella, oltre a quello di Letteratura Classica), motivo per cui era rinomato per il suo vivace Festival Culturale annuale.


L’istituto era composto da tre grandi edifici: l’edificio dedicato alle attività generali, che ospitava le normali aule scolastiche, l’edificio dedicato a scopi speciali, che ospitava delle aule per l’appunto speciali, e infine la palestra, ma questo mi sembra abbastanza normale. C'era anche un dojo e un deposito di attrezzature sportive. Il quarto piano dell’edificio a scopi speciali, dove si trovava l’aula del club di letteratura, era relativamente tranquillo.
All'interno del perimetro scolastico sorgono tre grandi edifici: l'Edificio Principale, che ospita le aule normali; l'Ala Speciale, con le aule per attività specifiche; e infine la Palestra. Presenti anche un Dojo di arti marziali e un magazzino per l'attrezzatura sportiva. Il quarto piano dell'Ala Speciale, dove si trovava la mia meta, era in una posizione decisamente remota.


Mentre maledicevo quello spreco di energie, camminai attraverso un altro corridoio e salii le scale fino al quarto piano, dove trovai velocemente l’aula di geografia. Senza esitazione, provai ad aprire la porta, che si rivelò chiusa a chiave come mi aspettavo. La maggior parte delle aule a scopi speciali erano normalmente chiuse. Tirai fuori la chiave, che avevo preso in prestito in anticipo per risparmiare energie, e la inserii nella serratura.
Maledicendo un simile spreco di energie, attraversai il corridoio di collegamento e salii le scale fino al quarto piano, dove trovai senza troppe difficoltà l'Aula di Geologia. Senza esitare, feci per aprire la porta scorrevole, ma scoprii che era bloccata. C'era da aspettarselo: la maggior parte delle aule speciali è solitamente chiusa a chiave. Tirai fuori la copia che mi ero procurato in anticipo proprio per risparmiarmi viaggi a vuoto, e sbloccai la serratura.


La porta si aprì. All’interno della vuota aula di geologia, le finestre rivolte verso ovest permettevano di scorgere il tramonto.
Feci scorrere la porta. All'interno della vuota Aula di Geologia, attraverso la finestra esposta a ovest, si poteva scorgere il tramonto.
Ho per caso detto vuota? No, in realtà non era come mi aspettavo.


All'interno dell’aula di geografia, nonché l’aula del club di letteratura, c’era già una persona.
Ho detto "vuota"? No, a quanto pare le cose non stavano come mi aspettavo.


Uno studente era in piedi davanti alla finestra e guardava verso di me. Era una ragazza.
All'interno dell'aula inondata dalla luce del sole, che ora fungeva da sede del Club di Letteratura Classica, c'era già qualcuno. Una studentessa se ne stava in piedi accanto alla finestra, rivolta verso di me.  


Anche se "graziosa" e "bella" non erano esattamente le prime parole che mi erano venute in mente quando la vidi, non trovavo altri termini per descriverla correttamente. Dei lunghi capelli neri scorrevano sulle sue spalle e l’uniforme scolastica le stava molto bene. Era alta per essere una ragazza, probabilmente più alta di Satoshi. Le sue labbra sottili e la figura affranta rafforzavano nella mia mente l’immagine tradizionale, che io avevo di una studentessa. Al contrario, le sue pupille erano grandi e, piuttosto che graziose, sembravano energiche.
Anche se "elegante" e "raffinata" non furono le primissime parole a venirmi in mente quando la vidi, non c'erano termini più adatti per descriverla. I lunghi capelli neri le ricadevano oltre le spalle e l'uniforme alla marinaretta le donava moltissimo. Era piuttosto alta per essere una ragazza, probabilmente più di Satoshi. Sebbene fosse palese che si trattasse di una liceale, le sue labbra sottili e la sua figura delicata si incastravano perfettamente nella mia idea stereotipata della studentessa tradizionale. In netto contrasto, però, aveva degli occhi grandi, che più che aggraziati sembravano incredibilmente vispi e vivaci.


Nonostante non ricordassi di averla mai vista, lei fece un sorriso e mi salutò: «Ciao. Tu devi essere Oreki del club di letteratura, giusto?»
Era una ragazza che non riconoscevo. Eppure, vedendomi, sorrise.  


«Tu chi saresti…
«Ciao. Tu devi essere Oreki-san del Club di Letteratura Classica, giusto


Chiesi in tono cordiale. Anche se non ero mai stato bravo a interagire con gli altri, non avevo intenzione di trattare con freddezza qualcuno che avevo incontrato per la prima volta. Nonostante io non sapessi chi fosse, la ragazza sembrava conoscermi, per qualche ragione.
«...E tu chi saresti?» chiesi candidamente.  


«Non ti ricordi di me? Mi chiamo Chitanda, Eru Chitanda».
Per quanto non fossi mai stato un mago delle interazioni sociali, non avevo intenzione di trattare con freddezza una sconosciuta. E pur non sapendo chi fosse, per qualche motivo lei sembrava conoscere me.


Eru Chitanda. Ora sapevo il suo nome, ma ancora non ricordavo nulla. Ad ogni modo, Chitanda era un cognome piuttosto raro, così come il suo nome, Eru. Possibile che mi fossi dimenticato un nome del genere?
«Non ti ricordi di me? Mi chiamo Chitanda. Eru Chitanda.»


Guardai ancora una volta la ragazza di nome Chitanda. Dopo essermi assicurato che non la conoscessi, risposi: «Scusa, credo di non ricordarmi di te».
Anche sentendo il suo nome, continuavo a non averne la più pallida idea. Tra l'altro, Chitanda è un cognome piuttosto raro, così come il nome Eru. Sarebbe stato impossibile per me dimenticarlo.


Mantenendo il sorriso, lei scosse la testa, apparentemente confusa.
La squadrai di nuovo. Dopo essermi accertato in cuor mio di non conoscerla, risposi: «Mi dispiace, ma credo proprio di non ricordarmi di te.»


«Tu sei Oreki, giusto? Oreki Houtarou della Classe 1-B?».
Mantenendo il sorriso, lei inclinò la testa, confusa. «Sei Oreki-san, vero? Houtarou Oreki della 1-B?»


Annuii.
Annuii.


«Io sono della classe 1-.
«Io sono della 1-A.»


Ora ti ricordi di me? Questo era quello a cui sembrava alludere... Possibile che la mia memoria facesse così schifo?
"Adesso ti ricordi?" Questo sembrava suggerire la sua espressione. La mia memoria era davvero così disastrosa?


Un momento. Io sono della Classe B e lei della A, come ci eravamo potuti incontrare?
Aspetta un attimo. Visto che io ero della B e lei della A, c'era qualche possibilità che ci fossimo già incrociati?


Anche se eravamo dello stesso anno, non era possibile interagire con studenti di classi differenti. L’unico modo per farlo era grazie alle attività dei club o agli amici. Io non possedevo collegamenti con entrambi. Allora forse ci eravamo incontrati a un evento che ha coinvolto l’intero corpo studenti, ma l’unico che mi veniva in mente era la cerimonia di apertura della scuola all’inizio del semestre. Inoltre, non ricordavo di essere mai stato presentato a qualcuno al di fuori della mia classe.
Tranne in rare eccezioni, per gli studenti di sezioni diverse non è facile interagire. L'unica opportunità sono i club o le amicizie comuni, ambiti in cui io non vantavo alcun legame. Doveva trattarsi di qualcosa che coinvolgeva l'intero corpo studenti... l'unico evento che mi veniva in mente era la cerimonia di apertura. E di sicuro, in quell'occasione, non mi ero presentato a nessuno di un'altra classe.


No, aspetta, forse mi sbagliavo. In effetti, c’era la possibilità che noi interagissimo con studenti di altre classi, durante le lezioni. Quando si trattava di utilizzare attrezzature speciali, allora era più fattibile insegnare a diverse classi contemporaneamente. Questo accadeva durante le lezioni di educazione fisica o di materie artistiche. Durante la scuola media, ci sarebbero state anche le lezioni di vocazione professionale, ma dato che quel liceo era una scuola principalmente accademica, era fuori questione. Inoltre, le lezioni di educazione fisica erano divise in base al sesso, quindi l’unica rimasta...
No, aspetta. Esistevano rari momenti in cui si incrociavano altre sezioni: le lezioni opzionali, quelle che richiedevano l'uso di aule speciali. Educazione fisica o materie artistiche. L'educazione fisica era divisa per sesso, quindi non restava che...


«Forse ci siamo incontrati durante le lezioni di musica?»
«Per caso abbiamo lezioni di musica insieme


«Sì, esatto!»
«Sì, esatto!» Chitanda annuì con vigore.


Chitanda annuì profondamente con la testa.
Nonostante ci fossi arrivato per pura deduzione, rimasi sorpreso. Per il bene di quel briciolo di orgoglio che mi rimaneva, confesso di aver partecipato a quelle lezioni opzionali una sola volta dall'inizio dell'anno. Era fisicamente impossibile che mi ricordassi volti o nomi!


Nonostante l'avessi capito io stesso, ero davvero sorpreso. Per il bene del mio orgoglio rimanente, devo confessare che avevo frequentato solo una di quelle lezioni facoltative da quando mi ero iscritto qui. Quindi ovviamente era impossibile per me ricordare qualsiasi faccia o nome!
D'altra parte, questa ragazza era riuscita a ricordarsi di me avendomi visto una volta sola. Ecco la prova vivente che non era un'impresa impossibile... a patto di possedere un livello di osservazione e una memoria spaventosi.


Ma, d'altra parte, quella ragazza di nome Chitanda era riuscita a ricordarsi di me dopo avermi visto solo una volta, quindi ecco la prova vivente che non era esattamente impossibile... Sembrava possedere una capacità di osservazione e di memoria spaventosamente elevata.
Oppure poteva trattarsi di una pura coincidenza. Riacquistai la compostezza.  


Ma poteva anche trattarsi di una coincidenza. Dopotutto, persone diverse potrebbero attribuire significati diversi a uno stesso articolo di giornale. Riacquistai i sensi e chiesi: «Allora, Chitanda, perché ti trovi qui nell’aula di geologia
«Dunque, Chitanda-san. Cosa ti porta qui nell'Aula di Geologia


Lei rispose rapida: «Mi sono iscritta al club di letteratura, quindi ho pensato di venirti a salutare».
Rispose prontamente: «Mi sono iscritta al Club di Letteratura Classica, quindi ho pensato di passare a salutarti.»


Si era iscritta al club di letteratura, in poche parole, un nuovo membro.
Iscritta. In altre parole, un membro.


In quel momento, avrei voluto che lei capisse come mi sentivo. Ora che qualcuno si era unito al club, potevo dire addio al mio angolo privato e, allo stesso tempo, ero libero dagli obblighi verso mia sorella. Non avevo più motivo di entrare nel club di letteratura. Il mio cuore sospirò... Avevo fatto uno sforzo del tutto inutile. Mentre riflettevo sulla questione, chiesi: «Perché ti sei iscritta al club di letteratura?».
In quel momento avrei tanto voluto che intuisse come mi sentivo. Se davvero aveva intenzione di unirsi al club, significava dire addio al mio prezioso rifugio privato, trovandomi per giunta incastrato con l'impegno preso con mia sorella. Sospirai interiormente. Tutto tempo sprecato.  


Non volevo far parte di quel club! Cercai di trasmettere questo messaggio implicito, all'interno della mia domanda, ma sembrava che lei non l’avesse capito.
Mentre riflettevo su questo, domandai: «E perché ti sei iscritta?»


«Be’, è per motivi personali».
Io non volevo iscrivermi a questo club! Cercai di trasmettere tutta la frustrazione implicita nella mia domanda, ma lei parve non cogliere affatto il messaggio.


Aveva persino eluso la mia domanda. Quella Eru Chitanda era piuttosto sospetta.
«Beh, ho dei motivi personali per farlo.»


«E tu, Oreki?»
Aveva eluso la domanda. Contro ogni previsione, questa Eru Chitanda era un tipo piuttosto sospetto.
 
«E per quanto ti riguarda, Oreki-san


«Io?»
«Io?»


E ora come avrei dovuto rispondere? Se le avessi detto che ero venuto qui a causa di un ordine di mia sorella, non mi avrebbe di certo capito. Ma quando iniziai a pensarci, realizzai che lei non aveva bisogno di conoscere le mie ragioni.
Come avrei dovuto risponderle? Non avrebbe mai compreso che mi trovavo lì unicamente per un ordine tassativo di mia sorella maggiore. Ma, a pensarci bene, non aveva alcun bisogno di conoscere i miei motivi.


All'improvviso, la porta si aprì e un grido esplose all'interno della stanza: «Ehi! Che ci fate voi qui?»
All'improvviso la porta si aprì di schianto e una voce tuonò: «Ehi! Che state facendo voi due qui?»


Era un insegnante. Probabilmente stava pattugliando l’istituto dopo l'orario scolastico. Il suo corpo muscoloso e la pelle abbronzata lo facevano sembrare un insegnante di educazione fisica. Nonostante non ne possedesse una, non sarebbe stato troppo inverosimile immaginarlo con una spada di bambù in mano. Era un po’ avanti con gli anni e la sua figura emanava una certa aria di autorità.
Era un professore. Probabilmente di ronda per il campus. Dal fisico robusto e la pelle abbronzata, sembrava in tutto e per tutto un insegnante di educazione fisica. Non portava una spada di bambù con sé, ma non era difficile immaginarlo mentre ne brandiva una. Pur avendo superato il fiore degli anni, manteneva intatta un'aura autoritaria.


Dopo essere stata sgridata così all'improvviso, Chitanda indietreggiò per un attimo, ma presto tornò al suo sorriso tranquillo e andò a salutare l'insegnante.
Chitanda sussultò per l'improvvisa sgridata, ma ritrovò quasi subito il suo sorriso sereno e si fece avanti.


«Buon pomeriggio, professor Morishita».
«Buon pomeriggio, Morishita-sensei.»


Aveva piegato la testa con la giusta velocità e angolazione, facendo un saluto praticamente perfetto. Vedendo come manteneva le buone maniere a prescindere dalla posizione in cui si trovasse, non potei fare a meno di provare invidia per lei. L'insegnante di nome Morishita rimase per un po’ in silenzio, stupito dalla cortesia della ragazza, ma presto tornò di nuovo a urlare.
Sfoderò un saluto a dir poco perfetto, chinando il capo con velocità e angolazione da manuale. Vedendola mantenere una tale compostezza a prescindere da chi avesse davanti, non potei fare a meno di provare un pizzico d'invidia. Morishita rimase brevemente spiazzato da tanta cortesia e si zittì, per poi riprendere a parlare a voce alta.


«Ho notato la porta aperta, così sono venuto a vedere cosa stesse succedendo. Che ci fate in quest’aula senza permesso? Ditemi il vostro nome e la classe?»
«Ho visto la porta aperta e sono venuto a controllare. Che ci fate in un'aula speciale entrandovi senza permesso? Nome e classe, subito.»


Senza permesso?
Senza permesso?


«Sono Houtarou Oreki della Classe 1-B. A proposito, questa è l’aula del club di letteratura classica e temo che lei abbia interrotto le nostre attività».
«Sono Houtarou Oreki della 1-B. A proposito, professore, questa è l'aula del Club di Letteratura Classica, e temo che lei abbia appena interrotto le nostre normali attività.»


«Il club di letteratura classica...?»
«Il Club di Letteratura Classica...?» Senza sforzarsi di nascondere il sospetto, continuò: «Pensavo fosse stato smantellato da tempo.»


Senza nascondere i suoi sospetti, replicò: «Pensavo che fosse stato sciolto».
«Fino a oggi era così. È stato riattivato formalmente questa mattina. Può chiedere conferma all'insegnante supervisore... ehm...»


«Be’, lo era fino a poco tempo fa. Ha ripreso le attività questa mattina. Potrà averne conferma dal nostro insegnante supervisore, ehm...»
«Ooide-sensei» suggerì Chitanda.


«Il professor Ooide».
«Sì, può chiedere conferma a Ooide-sensei.»


«Sì, può chiede conferma al professor Ooide».
Una spiegazione sensata fornita al momento giusto. Morishita abbassò subito il volume della voce.


Una spiegazione adeguata in un momento adeguato. Morishita abbassò con rapidità il volume della voce.
«Oh. Capisco. Beh, continuate pure con quello che stavate facendo.»


«Oh, capisco. Be’, continuate quello che stavate facendo».
«Ma se ci ha appena interrotti.»


«Ma ci ha appena visto».
«E ricordatevi di riconsegnare la chiave quando avete finito.»


«Quando avete finito, ricordatevi di consegnare la chiave».
«Agli ordini.»


«Ce lo ricorderemo».
Morishita ci squadrò un'ultima volta prima di chiudere rudemente la porta. Chitanda si ritrasse di nuovo al forte rumore sordo, per poi sussurrare dolcemente: «È...»


Morishita si voltò ancora una volta a guardarci, prima di chiudere bruscamente la porta. Chitanda rannicchiò il suo corpo al forte suono, ma poi sussurrò gentilmente: «È...»
«Mmh?»


«Uhm?»
«È piuttosto rumoroso per essere un insegnante.»


«È piuttosto rumoroso per essere un insegnate».
Sorrisi. A quanto pareva non avevo più niente da fare lì.


Le sorrisi.
«Bene. Ora che abbiamo finito con le presentazioni, vogliamo tornare a casa?»
 
Ad ogni modo, non avevo più nulla da fare in quella stanza.
 
«Bene. Ora che abbiamo finito con le presentazioni, che ne dici di tornare a casa?»


«Eh? Non facciamo nessuna attività oggi?»
«Eh? Non facciamo nessuna attività oggi?»


«Be’, io me ne vado».
«Io me ne torno a casa.» Presi la mia borsa a tracolla e le voltai le spalle. «Conto su di te per chiudere a chiave. Non vorrai farti sgridare di nuovo, no?»
 
Presi il mio zaino a tracolla, praticamente quasi vuoto, e mi girai verso l’uscita.
 
«Ricordati di chiudere a chiave la porta, altrimenti quell’insegnate ti sgriderà di nuovo».


«Eh?»
«Eh?»


Stavo per uscire dall’aula di geografia, quando fui fermato dalla voce di Chitanda.
Stavo per uscire dall'Aula di Geologia, quando venni fermato dalla sua voce perplessa.


«Aspetta!»
«Aspetta un momento


Mi girai verso Chitanda, che mi disse, con lo sguardo inespressivo di chi sembrava aver scoperto qualcosa di incredibile: «Non posso chiudere la porta».
Mi voltai; mi guardava come se le avessi appena chiesto una cosa inconcepibile. Fece eco con aria vacua: «Io... io non posso chiudere a chiave la porta.»


«Perché?»
«Perché no


«Perché non ho la chiave».
«Perché non ho la chiave.»


Oh, giusto. Io avevo la chiave. In effetti, non c'erano così tante chiavi di riserva da poter prendere in prestito. Così presi la chiave dalla tasca e la tesi verso di lei.
Ah, già. La chiave ce l'avevo in tasca io. A quanto pareva la scuola non disponeva di copie da poter prendere in prestito alla leggera. La tirai fuori e gliela porsi.


«Eccola. Stai attenta a... Scusa, volevo dire per favore non perderla, Chitanda».
«Tieni, occupatene t... Scusa, volevo dire, per favore potresti occupartene tu, Chitanda-san?»


Ma Chitanda non rispose. Rimase semplicemente ferma a fissare la chiave appesa al mio dito. Dopo un po’ di tempo, inclinò la testa e chiese: «Oreki, perché hai la chiave
Ma lei non rispose. Si limitò a fissare la chiave che penzolava mollemente dal mio dito e, poco dopo, inclinò la testa domandando: «Oreki-san, perché ce l'hai tu


Forse aveva qualche rotella fuori posto?
Le mancava forse qualche rotella?


«Be’, senza una chiave non sarei potuto entrare... Aspetta un attimo, come diavolo hai fatto a entrare in questa stanza, Chitanda
«Beh, non sarei mai potuto entrare senza... Un momento, ma tu come diamine hai fatto a entrare in questa stanza?»


«Quando sono entrata, la porta era aperta. Infatti, credevo che qualcun altro fosse già entrato».
«La porta non era chiusa quando sono arrivata. Ho pensato che qualcun altro fosse entrato prima di me.»


Almeno che non avesse ricevuto una lettera da un membro come me, lei non avrei mai avuto modo di sapere che non c’erano altri membri nel club di letteratura classica.
Capisco. A meno che non avesse ricevuto anche lei una lettera minatoria da un ex membro, non poteva certo sapere di essere l'unica iscritta.


«Davvero? Ma, quando sono arrivato io, la porta era chiusa a chiave».
«Davvero? Quando sono arrivato io, la porta era chiusa a chiave.»


A quanto pareva, era stato un errore da parte mia pronunciare quella frase in modo così disinvolto. L’espressione negli occhi di Chitanda cambiò all'istante e il suo sguardo divenne penetrante. Sarà stata una mia impressione, ma le sue pupille sembravano essersi ingrandite. Indifferente alla mia espressione spaventata, mi chiese lentamente: «Quando hai detto che la porta era chiusa, intendevi la porta che si trova dietro di te
A quanto pare fu un errore fatale pronunciare quelle parole con tanta disinvoltura. L'espressione negli occhi di Chitanda mutò in un istante e il suo sguardo si fece straordinariamente acuto. Era una mia impressione o le sue pupille si erano appena dilatate? Indifferente al mio sbigottimento, scandì lentamente: «Quando dici che la porta era chiusa a chiave, intendi la porta da cui sei appena entrato


Il suo repentino cambio di espressione mi rese confuso, ma comunque annuii. A quel punto, consapevolmente o inconsciamente, Chitanda fece un passo verso di me.
Annuii. E in quell'istante, consciamente o meno, Chitanda fece un passo verso di me.


«Quindi stai dicendo che ero chiusa dentro?»
«Quindi questo significa che... io ero stata chiusa dentro?»


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I suoni provenienti dal campo di baseball potevano essere uditi dall'esterno. Anche se non avevo più nulla da fare in quella stanza, Chitanda sembrava desiderosa di parlare ancora per un po'. Sospirai e alla fine cedetti. Misi il mio zaino a tracolla su un tavolo lì vicino.
Dall'esterno proveniva il suono cadenzato delle battute della squadra di baseball. Sebbene io non avessi più nulla a che fare con quella stanza, Chitanda non aveva la minima intenzione di lasciarmi andare. Sospirai rassegnato e appoggiai la mia borsa su un banco.


Chitanda era stata davvero chiusa dentro? Riflettendoci, mentre Chitanda era chiusa dentro la stanza, la chiave era con me. Di certo, non ero stato io a chiudere la porta a chiave. Allora, la risposta era semplice.
Chiusa dentro, aveva detto. Era andata davvero così? Ci riflettei. La chiave l'avevo in tasca io, mentre lei era all'interno. Non avevo alcun ricordo di aver chiuso la porta, tutt'altro. Dunque la risposta era logica e semplice.


«Non sei stata tu a chiudere la porta
«Sicura di non esserti chiusa dentro dall'interno


Eppure, Chitanda scosse la testa e negò in modo inequivocabile.
Eppure Chitanda scosse il capo in modo categorico. «Non l'ho fatto.»


«Non ho fatto nulla del genere».
«Beh, la copia ce l'ho io. Chi altri avrebbe potuto chiuderla dall'interno, se non tu? Insomma, capita di chiudere una serratura sovrappensiero e dimenticarsene.»


«Ma la chiave ce l’avevo io. A parte te, chi altri può averla chiusa?»
Ma lei sembrava non prestare la minima attenzione alla mia banale spiegazione e, all'improvviso, indicò alle mie spalle.


«...»
«A proposito, quello è un tuo amico?»


«Be’, certe volte capita che una persona si dimentichi se ha chiuso la porta o no».
Mi voltai di scatto e notai la sagoma inconfondibile del colletto di un'uniforme nera fare capolino dalla fessura della porta socchiusa. Il suo sguardo incrociò subito il mio. Ricordavo fin troppo bene quegli occhi castani sempre pronti allo scherzo, così alzai la voce: «Satoshi! Ma che razza di passatempo malato è origliare in questo modo?»


Eppure Chitanda non stava prestando attenzione alla mia spiegazione e improvvisamente puntò il dito proprio dietro di me.
La porta si aprì del tutto e, come ampiamente previsto, irruppe Satoshi. Per nulla imbarazzato, si giustificò con la massima sfacciataggine: «Beh, scusate. Non avevo intenzione di origliare.»


«A proposito, lui è un tuo amico?»
«Magari non ne avevi l'intenzione, ma alla fine è esattamente quello che hai fatto.»


Mi voltai e, dietro la porta leggermente socchiusa, vidi la silhouette di un’uniforme nera. Il suo sguardo si incontrò rapidamente con il mio. Ricordai di aver già visto quelli occhi marroni che sembravano sorridere, così alzai la voce e gridai: «Satoshi! Origliare le conversazioni degli altri è una cattiva abitudine!»
«Forse sì. Ma capiscimi, non potevo certo irrompere come un elefante in una cristalleria vedendo Houtarou, il re dell'inattività, trascorrere del tempo da solo con una ragazza in un'aula al tramonto. Non ci tenevo a farmi cacciare.»


La porta si aprii e, come previsto, entrò nella stanza Satoshi Fukube. Senza alcuna vergogna, disse sfacciatamente: «Ok, mi dispiace. Non avevo intenzione di origliare».
Di cosa stava parlando?


«Forse non ne avevi l’intenzione, ma alla fine l'hai fatto comunque».
«Credevo che te ne fossi già andato a casa.»


«Può darsi che sia così. Ma non potevo irrompere nella stanza, mentre il solito inattivo Houtarou stava trascorrere del tempo di qualità da solo con una ragazza, in un’aula illuminata dalla luce del tramonto. Non volevo essere cacciato».
«Stavo per farlo, ma dal cortile ho visto te in questa stanza insieme a lei. Immagino di essere ancora inesperto come guardone.»


Di cosa stava parlando?
Ignorai in blocco i commenti sul fatto di averci visti da fuori, era il suo tipico teatrino. Eppure, per chi non era abituato al suo particolarissimo senso dell'umorismo, c'era il forte rischio di prenderlo sul serio.


«Pensavo che te ne fossi già andato a casa».
A quanto pare anche Chitanda c'era cascata in pieno.


«Stavo per farlo, ma poi ti ho visto dal piano di sotto con questa ragazza. Credo di essere ancora inesperto come spia».
«Eh, eh, io...»


Ignorai il commento di Satoshi sul fatto di averci visto dal piano di sotto. D'altronde, si trattava del suo solito modo di scherzare. Eppure, ero sicuro che una persona qualunque, non abituata a quel genere di battute, ci sarebbe probabilmente cascata sul serio.
La sua espressione razionale era sparita di colpo, sostituita da uno sguardo totalmente agitato. Sembrava il tipo di persona che manifesta le emozioni in volto senza filtri, quasi come se stesse dicendo apertamente: Guardatemi, sono parecchio nervosa. Per quanto fosse divertente vederla in quello stato, non avevo intenzione di farla durare oltre.


Perfino Chitanda sembrava averci creduto.
Fortunatamente, per smascherare in fretta lo scherzo di Satoshi bastava fargli una semplice domanda: «Sei serio?»


«Ecco, io..
«Ovviamente no


La sua espressione calma di qualche secondo fa era scomparsa, sostituita da uno sguardo agitato. Sembrava indossare le proprie espressioni come se fossero una maschera e quello sguardo nervoso, in particolare, voleva dire: "Guarda, in questo momento mi sento agitata". Anche se era divertente guardarla in quello stato, non volevo che la situazione andasse avanti.
Fiuu. Chitanda tirò un lungo sospiro di sollievo. Il motto di Satoshi era proprio questo: Le battute vanno fatte sul momento, ma i malintesi vanno chiariti immediatamente.


Fortunatamente, per esporre gli scherzi di Satoshi, tutto quello che dovevi fare era chiedergli: «Sei serio
«...Oreki-san, e lui chi sarebbechiese stancamente Chitanda, dopo essersi ripresa.


«Certo che no».
Immaginai di doverle presentare Satoshi prima o poi, altrimenti non saremmo andati da nessuna parte. La feci breve: «Oh, lui? Lui è Satoshi Fukube, uno pseudo-umano.»


Phew. Chitanda tirò un sospiro di sollievo. Il motto di Satoshi era: «Il gioco è bello quando dura poco. Se viene frainteso, allora diventa una bugia».
«Pseudo-umano?»


Dopo essersi ripresa dallo scherzo di Satoshi, Chitanda chiese un po' stanca: «Oreki, lui chi è…?»
Un'introduzione quanto mai appropriata, che peraltro Satoshi incassò con la solita filosofia.


Capii di doverle presentare Satoshi, o non saremmo arrivati da nessuna parte. Dissi brevemente: «Oh, lui? Questo è Satoshi Fukube, un finto "uomo di mondo"».
«Ahah, ottima presentazione come sempre, Houtarou. Piacere di conoscerti. E tu saresti


«Finto?»
«Chitanda. Eru Chitanda.»


Quell'introduzione, a mio avviso molto adeguata, sembrava essere piaciuta anche a Satoshi.
Sentendo quel nome, Satoshi ebbe una reazione inaspettata. Per una volta in vita sua, rimase letteralmente di sasso. Per uno logorroico come lui, era un evento più unico che raro.


«Ah ah, ottima presentazione, Houtarou. Piacere di conoscerti. E tu, come ti chiami
«Chi... Chitanda-san? *Quella* Chitanda


«Chitanda, Eru Chitanda».
«Mmh? Non so a quale Chitanda tu ti stia riferendo, ma credo di essere l'unica con questo cognome nell'intera scuola.»


Dopo aver sentito il nome di Chitanda, Satoshi ebbe una reazione inaspettata. Era la prima volta, in realtà, che lo vidi rimanere senza parole. Si trattava di un caso rarissimo per una persona così loquace come lui.
«Allora dev'essere per forza così. Sono sorpreso.»


«Chi-Chitanda? Quella Chitanda?».
Lo stupore di Satoshi era assolutamente genuino. E se era sorpreso un tipo come lui, allora avrei dovuto esserlo anch'io. Avevo imparato a mie spese che quel tizio possedeva un talento innaturale per scovare le informazioni più assurde. Ma cosa poteva averlo sorpreso fino a quel punto?  


«Hmm? Non so a quale Chitanda ti riferisci, ma credo di essere l'unica a scuola con questo nome».
«Ehi, Satoshi, di cosa si tratta stavolta?»


«Allora deve essere così. Sono sorpreso».
«Come, 'di cosa si tratta'? So benissimo che non sei un granché informato, ma mi stai forse dicendo che non hai mai sentito parlare della Famiglia Chitanda?»


La sorpresa di Satoshi era genuina. E se lui era sorpreso, allora avrei dovuto esserlo anch'io. D’altro canto, questo ragazzo aveva una straordinaria capacità nello scoprire qualsiasi tipo di informazione. Eppure, cosa lo aveva reso così sorpreso? Non riuscivo neanche a immaginarlo.
Stavolta scosse la testa e sospirò in un modo così plateale da risultare fastidioso. Ovviamente, era solo un altro dei suoi teatrini. Sapendo perfettamente quanto lui fosse un'enciclopedia vivente di nozioni inutili, non mi vergognavo affatto di ignorare l'ennesima scemenza.


«Ehi, Satoshi, cosa stai blaterando
«Cosa ci sarebbe da sapere sulla sua famiglia


«Cosa sto blaterando? So che non sei molto informato, ma come fai a non aver mai sentito parlare della famiglia Chitanda?»
Annuendo, tutto tronfio e soddisfatto, Satoshi iniziò a spiegare: «Sebbene ci siano diverse famiglie storiche a Kamiyama, le più importanti sono le quattro "Famiglie Esponenziali". La famiglia Juumonji, che gestisce il Santuario Arekusu; la famiglia Sarusuberi, proprietaria di diverse librerie rinomate; la famiglia Chitanda, con i suoi sconfinati terreni agricoli, e infine la famiglia Manninbashi, che governa letteralmente le montagne locali. Il primo kanji dei loro cognomi rappresenta un esponente del numero dieci (Dieci, Cento, Mille, Diecimila), per questo vengono chiamate Famiglie Esponenziali. Le uniche ad avere abbastanza influenza da poter competere con loro sono il clan Irisu, che gestisce l'ospedale locale, e la famiglia Toogaito, leader nel settore dell'istruzione.»


«Che ha di speciale questa famiglia
Sbattei le palpebre, allibito. «Famiglie Esponenziali? Satoshi, fai sul serio


Satoshi annuii soddisfatto e inizio a spiegare.
«Che maleducato. Ho mai mentito su cose di questa importanza?»


«A Kamiyama, ci sono diverse vecchie famiglie prestigiose e le più importanti sono le quattro "Famiglie Esponenziali". La famiglia Juumonji (十 文 字), che gestisce il Tempio Arekusu, la famiglia Sarusuberi (百 日 紅), proprietaria della libreria, la famiglia Chitanda (千 反 田) con la loro grande azienda agricola e, infine, la famiglia Manninbashi (万 人 橋), proprietaria dei terreni sul versante della montagna. Il primo carattere kanji dei loro cognomi rappresenta un esponente del numero dieci (十 百 千 万), ecco perché sono chiamate le "Famiglie Esponenziali". Le uniche famiglie in grado di rivaleggiare con loro sono la famiglia Irisu, che gestisce l'ospedale locale, e la famiglia Toogaito, che opera nel campo dell’istruzione».
Se lo diceva con quel tono, molto probabilmente era la verità. Ma famiglie storiche e prestigiose al giorno d'oggi? Mentre Satoshi continuava a guardarmi storto per la mia mancanza di fiducia, Chitanda gli venne provvidenzialmente in soccorso.


Sbattei le palpebre sorpreso e chiesi: «Le quattro famiglie? Satoshi, stai dicendo sul serio?»
«Ehm, in realtà ho già sentito questa storia in passato. Anche se non sono sicura che la mia sia una famiglia famosa fino a questo punto.»


«Che maleducato. Ti sembra che abbia mai mentito su cose di questo genere
«Quindi è tutto vero


Quando Satoshi diceva che era la verità, allora era più probabile che non stesse mentendo. Tuttavia, delle famiglie così prestigiose sono davvero rare al giorno d’oggi. Mentre Satoshi era ancora accigliato, Chitanda venne in suo aiuto.
«Però vi assicuro che è la primissima volta in vita mia che sento il bizzarro termine "Famiglie Esponenziali".»


«Ehm, quelle storie le ho già sentite prima, ma non credo che la mia famiglia sia poi così famosa».
Fissai severamente Satoshi, che si limitò a fare spallucce.


«Allora è la verità?»
«Non ho mai detto di aver mentito.»


«Ma questa è la prima volta che sento parlare delle "Famiglie Esponenziali"».
«Eppure quel nome ridicolo te lo sei inventato di sana pianta adesso, confessa.»


Spostai il mio sguardo verso Satoshi, che si limitò ad alzare le spalle.
«Beh, ho sempre desiderato essere colui che dà vita a una leggenda.»


«Non ho detto che stavo mentendo».
Come per voler porre fine alla svelta a quell'argomento spinoso, Satoshi batté le mani. «Ad ogni modo, Houtarou, qual è il problema che vi affligge in questa stanza?»


«Quindi è una tua invenzione?»
Sempre il solito impiccione. Per farla breve, gli riassunsi la situazione paradossale in cui ci trovavamo.


«Be’, una volta tanto, piacerebbe anche a me diffondere delle leggende».
---- ♦ ----


Come ad indicare la fine della discussione, Satoshi batte le mani e disse: «Ad ogni modo, Houtarou, avete avuto qualche problema?»
Cominciava a fare buio, perciò Chitanda accese le luci.


Sembrava curioso. Gli spiegai quindi tutti i dettagli di quella storia lunghissima, nel modo più breve possibile.
Dopo aver ascoltato attentamente la storia, Satoshi incrociò le braccia e si lasciò sfuggire un lungo gemito pensieroso.


«Mmh, in effetti è uno strano caso.»


Si stava facendo buio, così Chitanda dovette accendere le luci.
«In che senso strano? Chitanda si è solo dimenticata di aver chiuso la porta a chiave e ha fatto confusione, non è forse così


Dopo aver ascoltato la storia, Satoshi incrociò le braccia ed emise un gemito.
«No, è strano eccome.» Satoshi sciolse le braccia e batté le mani in un gesto teatrale. «Ultimamente le scuole sono diventate molto severe e paranoiche sulla gestione degli istituti. E il Liceo Kami è una bella scocciatura sotto questo punto di vista. Nel caso non te ne fossi ancora accorto, nessuna delle aule qui dentro può essere chiusa dall'interno con la chiave. Il motivo è puramente preventivo: impedire agli studenti di chiudersi dentro le stanze per fare cose sospette senza farsi vedere.»


«Uhm, un caso strano».
Mentre Satoshi sciorinava la sua spiegazione con un'irritante aria trionfante, un dubbio si fece strada nella mia mente. Sapevo bene quanto potesse essere solerte nel reperire informazioni inutili, ma non si stava informando un po' troppo, considerando che era arrivato in questa scuola da meno di un mese?


«Cosa vuoi dire? Chitanda si è semplicemente dimenticata di aver chiuso la porta».
«E tu come fai a sapere tutti questi dettagli?»


«No, questo caso è davvero strano».
«Diciamo che la settimana scorsa stavo cercando di nascondermi indisturbato in un'aula per fare un piccolo esperimento in santa pace, e ho scoperto con rammarico che era fisicamente impossibile chiudere la porta dall'interno.»


Satoshi sciolse le braccia e batté le mani.
«Sai una cosa? Secondo me la scuola ha progettato le porte proprio per impedire a tipi problematici come te di "fare cose sospette".»


«Ultimamente, le scuole stanno gestendo i loro istituti in modo molto esigente e il Kamiyama non fa eccezione. In caso non l'abbiate notato, nessuna delle aule può essere chiusa dall'interno. Lo scopo è quello di impedire agli studenti di svolgere attività sospette».
«Beh, in effetti credo tu abbia ragione.»


Dopo Satoshi aveva concluso la spiegazione, un sospetto si sollevò nella mia testa. Satoshi era particolarmente bravo nello scovare informazioni inutili, ma non ne stava scoprendo un po' troppe? D’altro canto, era in quella scuola da meno di un mese.
«Puoi dirlo forte.»


«Come fai a sapere tutte queste cose?»
Scoppiammo a ridere entrambi. Di fronte alle nostre risate goliardiche, del tutto prive di tatto vista la situazione, Chitanda indietreggiò di un passo. Notandolo, mi schiarii la voce per ricompormi.


«La scorsa settimana, stavo provando a nascondermi in un’aula per fare un esperimento, ma poi ho scoperto che non potevo chiudere la porta dall'interno».
«Beh, ci dev'essere un difetto nella serratura di questa porta, allora. Mistero risolto. Si sta facendo buio, quindi io me ne vado a casa.»


«Sai? Credo che la scuola abbia progettato le porte proprio per impedire, specificamente a quelli come te, di fare "qualcosa di sospetto"».
Mi alzai di scatto dal banco su cui ero seduto.  


«Be’, è probabile».
Poi sentii due mani afferrarmi saldamente per una spalla. Mi voltai e vidi Chitanda che mi si era avvicinata senza che me ne accorgessi minimamente.


«Puoi scommetterci».
«Aspetta un momento, per favore!»


Scoppiamo a ridere entrambi. Le nostre risate secche fecero indietreggiare Chitanda di un passo. Avendolo notato, mi schiarii la gola e dissi: «Forse la serratura ha qualcosa che non va. Si sta facendo buio, quindi torno a casa».
«E adesso che c'è?»


Mi alzai dal tavolo su cui ero seduto.
«Sono curiosa.»


In quel momento, sentii qualcuno afferrarmi la spalla. Mi voltai e vidi Chitanda che, in qualche modo, si era avvicinata da dietro senza che me ne accorgessi.
Trovandomi il viso di Chitanda a un palmo dal mio, trasalii.


«Aspetta, per favore!»
«Quindi?»


«E adesso cosa vuoi
«Perché sono stata chiusa dentro la stanza? E se non mi sono chiusa dentro da sola, come ho fatto a entrare in primo luogo


«Sono curiosa».
Lo sguardo penetrante di Chitanda emanava una tale ostinazione da non ammettere risposte banali o tentativi di fuga. Sopraffatto da quell'intensità quasi fisica, replicai debolmente: «E da me cosa vorresti?»


Trasalii dopo aver visto la faccia di Chitanda così vicina alla mia.
«Se è stato un errore commesso da qualcuno, di chi si tratta? E soprattutto, come ha fatto a chiudermi dentro per sbaglio sfidando la logica?»


«Quindi?»
«Ti ripeto che credo ci sia solo un problema meccanico con la serratura...»


«Perché la porta era chiusa a chiave? …E se davvero era chiusa, allora come ho fatto ad entrare?»
«Sono davvero curiosa di saperlo, non riesco a smettere di pensarci» disse tutta d'un fiato, avanzando ancora di un passo e costringendomi a indietreggiare goffamente.


Lo sguardo di Chitanda aveva una sorta di potere in grado di rifiutare qualsiasi risposta sciocca. Sentendomi sopraffatto, risposi docilmente: «Cosa vuoi sapere?»
All'inizio avevo ingenuamente pensato a Chitanda come a una signorina educata e composta, ma era stata solo una banale prima impressione basata sul suo aspetto. Ora stavo vedendo la sua vera natura. Quei grandi occhi brillanti, in netto contrasto col suo portamento, riflettevano senza filtri un animo febbricitante. «Sono curiosa». Quella singola, ineluttabile frase era bastata a trasformare la pacata damigella di una fantomatica Famiglia Esponenziale nell'incarnazione fisica della curiosità.


«Anche se ci fosse stato un errore con le chiavi, da chi è stato commesso? E perché alla fine mi hanno chiusa dentro
«Come ha fatto a succedere? Oreki-san, e anche tu Fukube-san, vi prego, mi aiutereste a capirlo


«Forse la serratura è rotta…»
«E perché mai dovrei...»


«Sono davvero curiosa» disse mentre si avvicinava ancora di più verso di me, costringendomi a fare un passo indietro.
«Beh, a me sembra una faccenda decisamente interessante!» mi interruppe Satoshi, accettando la sfida con foga. Da lui non mi aspettavo altro, ma...


All'inizio, pensavo che Chitanda fosse una ragazza graziosa, ma quella era solo una mia prima impressione, basata sul suo aspetto. Finalmente, stavo guardando la vera Chitanda. A riflettere la sua vera natura, erano soprattutto i suoi grandi occhi energici, in netto contrasto con il suo aspetto generale. La semplice frase "sono curiosa" rendeva questa ragazza l’incarnazione stessa della curiosità.
«Bene, divertitevi. Io vado a casa. La cosa non mi interessa minimamente.»


«Com’è accaduto tutto questo? Oreki, e anche Fukube, mi aiuterete a scoprirlo?»
Nemmeno a dirlo, per un tipo come me si trattava solo di un enorme e stupido spreco di energie per un enigma da quattro soldi. E, in linea col mio ferreo principio del se non devo farlo, non lo faccio, me ne tiravo elegantemente fuori.


«Perché dovrei…»
Tuttavia, Satoshi, che pure conosceva a menadito il mio modus operandi, insistette: «Oh, andiamo Houtarou, fa' il bravo e dacci una mano. Giuro che lo farei io se potessi, ma non posso giungere ad alcuna conclusione logica basandomi unicamente sul mio database interno. Mi serve il tuo cervello.»


«Be’, sembra interessante» mi interruppe Satoshi, accettando prontamente la sfida. C’era da aspettarselo da uno come lui, ma ad ogni modo «Io torno a casa. Non sono interessato».
«È una stupidaggine, io non...»


Per me si trattava di un inutile spreco di energia, che non volevo assolutamente compiere.
Mentre stavo per continuare la mia protesta, Satoshi lanciò una rapida occhiata di sbieco. Seguendo il suo sguardo, posai gli occhi su Chitanda.


Eppure, Satoshi, che avrebbe dovuto conoscere benissimo il mio modus operandi, disse: «Oh, andiamo, Houtarou, aiutaci anche tu. Lo farei io se potessi, ma non riesco ad arrivare a nessuna conclusione logica, basandomi solo sul mio database».
«...Ugh.»


«Che stupidaggine, io…»
Con le labbra serrate in una linea sottile e i pugni che stringevano la stoffa della gonna, mi fissava dal basso verso l'alto con un'intensità quasi letale. Inconsciamente feci un altro passo indietro. Se si trattava di paragonare la forza di carattere, lei non aveva nulla da invidiare a mia sorella Tomoe.


Stavo per concludere la frase, quando vidi Satoshi guardare in direzione di Chitanda. Mi voltai anch'io.
Quello di Satoshi era un chiaro, tacito avvertimento: Amico, credo proprio che ti convenga assecondare i suoi capricci, o qui finisce male.


«Uh…»
Spostando lo sguardo da Chitanda a Satoshi e viceversa, decisi per una volta di accogliere il suo saggio consiglio di sopravvivenza. Altrimenti, ci saremmo attirati addosso una sciagura di proporzioni bibliche.


Lei mi stava fissando con la bocca chiusa a forza e le mani che stringevano la gonna. Inconsciamente feci un altro passo indietro. La sua personalità era talmente intensa che persino mia sorella non sarebbe riuscita a competerle. Quello di Satoshi era un avvertimento: Credo che sia meglio dare retta ai suoi capricci.
«...Sì, immagino che sotto sotto sia interessante. Ci penserò su.»


Alternai il mio sguardo tra Chitanda e Satoshi. Alla fine, annuii leggermente verso Satoshi e seguii il suo consiglio. Altrimenti, un mare di disgrazie si sarebbe abbattuto su di noi.
Non mi restò altra scelta che pronunciare quelle parole con voce atona e rassegnata. Ma quella semplice risposta bastò a far illuminare lo sguardo di Chitanda.


«In effetti, mi sembra davvero interessante. Credo che ci rifletterò su» dissi in tono impassibile, dato che ormai non avevo altra scelta.
«Davvero?! Oreki-san, ti è già venuta in mente una soluzione brillante?»


Dopo aver ascoltato la mia risposta, Chitanda rilassò il suo sguardo.
«Frena l'entusiasmo, Chitanda-san. Houtarou è il tipo a cui serve riflettere in silenzio prima di muoversi. Ma ti assicuro che una volta che ha riordinato le idee, è in grado di risolvere qualsiasi problema gli si pari davanti.»


«Oreki, hai già pensato a una soluzione?»
Smettila di vendermi come se fossi un genio, logorroico d'un Satoshi. Anche se, a dire il vero, agire d'impulso prima di pensare non portava mai a nulla di buono.


«Aspetta e vedrai. Houtarou è un tipo a cui piace riflettere prima di agire, ma una volta che ha messo insieme tutti i pezzi, è in grado di portare a termine qualsiasi compito».
E così, non potendo fuggire, mi misi a pensare.


Satoshi si stava dimostrando un po’ troppo loquace. Tuttavia, ero d’accordo sul fatto che muoversi prima di pensare non portava mai a nulla di buono.
---- ♦ ----


Così, iniziai a riflettere sull’accaduto.
Quando Chitanda era entrata, la porta era aperta. Eppure, al mio arrivo, era inequivocabilmente chiusa a chiave.


Se dovevo credere alle nozioni di Satoshi, non c'era alcun modo in cui Chitanda potesse aver chiuso la porta dall'interno. Tuttavia, piuttosto che fermarmi a una regola così rigida, provai a considerare l'ipotesi di un'azione inconscia. Ad esempio: la porta era mezza bloccata o difettosa quando lei era entrata, e il meccanismo a molla all'interno della serratura doveva essere scattato per via di qualche vibrazione, finendo per chiuderla in trappola a sua insaputa.


Quando Chitanda era entrata, la porta era aperta. Eppure, quando ero arrivato io, l’aula era chiaramente chiusa.
Dopo aver esposto questa brillante teoria, Chitanda inclinò la testa trattenendosi diplomaticamente dall'esprimere un giudizio, ma Satoshi alzò subito la voce smontandomi in pieno.


Se Satoshi stava dicendo il vero, allora Chitanda non poteva aver chiuso la porta dall'interno. Tuttavia, piuttosto che una ragione così arbitraria, quello poteva essere il risultato di un'azione inconscia. Magari la porta si trovava in uno stato a metà tra il chiuso e l’aperto, così quando Chitanda era entrata nella stanza, la serratura si era in qualche modo innescata, causando la chiusura della porta.
«Sarebbe letteralmente impossibile. Non esiste che le serrature del Liceo Kami si incastrino a metà o scattino da sole, per via di come sono progettate le componenti interne. La chiave non potrebbe nemmeno essere estratta dalla toppa in quelle condizioni.»


Dopo aver spiegato la mia teoria, Chitanda inclinò la testa pensierosa, ma Satoshi intervenne immediatamente.
Nessuno spazio per le mezze misure o le spiegazioni fantasiose, eh?


«È impossibile. Il design delle porte del Kamiyama non permette che si crei una situazione del genere. Altrimenti, la chiave non sarebbe uscita dalla serratura».
Se le cose stavano così, restava solo una possibilità sul tavolo: qualcuno aveva deliberatamente chiuso la porta dall'esterno in un momento preciso. Perciò le chiesi: «Ti ricordi esattamente a che ora sei entrata nell'aula?»


Non c’era una via di mezzo, uh?
Chitanda ci pensò su. «Appena prima di te. Circa tre minuti, credo. Non di più.»


Allora la porta doveva essere stata chiusa consapevolmente da qualcuno. Così chiesi: «Ti ricordi a che ora sei entrata in quest’aula?»
Tre minuti: un lasso di tempo decisamente troppo breve. Non ci sarebbe stato materialmente il tempo fisico per l'esecutore, visto che l'Aula di Geologia è il luogo più isolato e irraggiungibile dell'intero istituto.


Chitanda ci pensò per un attimo e poi disse: «Circa tre minuti prima di te, credo».
La faccenda iniziava ad assomigliare a un vero mistero della camera chiusa. Mentre mi apprestavo a rivedere l'intero ragionamento da zero, Chitanda gridò all'improvviso, battendo le mani: «Ah!»


Tre minuti erano davvero pochi, considerando che l’aula di geologia si trovava nell'angolo più remoto dell’istituto.
«Che c'è, Chitanda-san? Hai ricordato qualcosa?»


Il mistero stava diventando complesso... Ricominciai a pensare, quando Chitanda improvvisamente gridò: «Ah!»
«Lo so! Ho la soluzione! Pensateci un attimo: chi altri possiede materialmente la chiave di questa stanza in questo momento?»


«Che succede, Chitanda
«Eh? Chi


«Ora che ci penso, chi altro ha le chiavi?»
Chitanda sfoggiò un sorriso trionfante. Per qualche oscuro motivo, ebbi l'ennesimo brutto presentimento. Come volevasi dimostrare, si voltò di scatto verso di me, puntandomi l'indice contro, e proclamò: «Oreki-san, ovviamente. Lui ha la chiave, l'assassino è lui.»


«Eh? Chi
Esattamente come previsto. Ma prima ancora che potessimo farle notare quanto fosse poco geniale o credibile come deduzione, lei stessa realizzò l'assurdità della cosa e si corresse portandosi le mani alla bocca: «Ah, ma è una cosa possibile per il carattere che ha? Oreki-san non è forse una persona assolutamente affidabile e... pigra


Chitanda aveva uno sguardo gioioso sul volto... Per qualche ragione, avevo un brutto presentimento. Come previsto, la ragazza si voltò verso di me e disse: «Ovviamente, Oreki ne ha una».
Si dicono cose del genere, mescolando insulti e complimenti, davanti al diretto interessato? Mentre io rimanevo senza parole, un po' ferito nell'orgoglio, Satoshi scoppiò a ridere.


Proprio come pensavo. Tuttavia, invece di concludere la sua buona deduzione, si rese conto di qualcosa e disse: «Ah, ma è possibile? Oreki è davvero una persona affidabile?»
«Beh, non so se Houtarou sia affidabile o meno in linea generale, ma di certo non credo sia il tipo di sociopatico che si divertirebbe a rinchiuderti lì dentro per passatempo. Non ci guadagnerebbe niente e farebbe solo fatica.»


Stava dicendo quelle cose proprio davanti al diretto interessato… Rimasi senza parole. Satoshi iniziò a ridere e disse: «Be’, non so se Houtarou possa essere definito affidabile, ma di certo non è il tipo di persona che si divertirebbe a chiuderti dentro. Non ha niente da guadagnarci, dopotutto».
Centrato in pieno. Mi conosceva bene: non avrei mai mosso un dito o faticato per qualcosa da cui non potessi trarre un vantaggio pratico lampante. Questo significava banalmente che non ero stato io a chiudere la porta dall'esterno.


Aveva ragione. Se qualcosa non mi procurava un beneficio, allora non l’avrei mai fatta.
Allora... chi diamine era stato?


Non ero stato io a chiudere la porta a chiave.
Brancolavo nel buio. Tornai a grattarmi rumorosamente la testa. Per qualche strana ragione mi sentii quasi in colpa quando dovetti ammettere: «Così non andiamo da nessuna parte. Voi due avete qualche indizio a cui aggrapparvi?»


Quindi… chi era il colpevole?
«Indizio? Cosa intendi esattamente per indizio?»


Non riuscivo a capirlo, così continuai a grattarmi la testa.
Che contro-domanda disarmante. Satoshi mi venne in soccorso, ampliando la mia spiegazione per farla capire a Eru.


Non avevo nessun’idea. Anche se mi sentivo un po’ in colpa, chiesi: «Per caso hai qualche indizio
«Un dettaglio che si discosta dalla norma, un'anomalia. Hai notato qualcosa di diverso o di strano prima di ritroverti chiusa dentro, Chitanda-san? Pensa bene.»


«Indizio? Cosa intendi?»
«Mmh, ora che mi ci fai pensare...»


Aveva risposto alla mia domanda con un'altra domanda.
C'era stato davvero qualcosa di diverso dal solito silenzio? Anche se in fondo al cuore non mi aspettavo certo rivelazioni folgoranti, Chitanda si guardò intorno prima di abbassare lo sguardo e rivelare dolcemente, come se fosse un segreto: «Poco fa, nel silenzio della stanza, ho sentito distintamente dei rumori metallici provenire da sotto i miei piedi.»


«Un indizio è un indizio».
Rumori?


Satoshi mi aiutò ad elaborare una spiegazione enormemente semplificata.
Quindi qualcuno aveva effettivamente chiuso la porta armeggiando dall'esterno? Continuavo a non capire come.


«Hai notato qualcosa di strano o di insolito, Chitanda?»
No, aspetta un attimo... e se le cose stessero in quel modo semplice e non ci fosse nessun "esterno" legato a questa porta?


«Hmm, ora che ci penso...»
...Capisco.


C'era qualcosa di strano? Anche se non mi aspettavo nessuna risposta utile, Chitanda diede un’occhiata all’aula di geografia, prima di volgere lo sguardo verso il basso e dire piano: «Poco fa, ho sentito dei rumori provenire da sotto i miei piedi».
Mettendo insieme i pezzi come in un puzzle, la soluzione mi apparve improvvisamente chiara e nitida. Satoshi notò subito il cambiamento impercettibile nella mia espressione e disse: «Houtarou, mi sa che hai appena capito qualcosa di grosso, vero?»


Rumori?
Presi la borsa a tracolla in religioso silenzio.


Quindi era stata una persona a chiudere la porta a chiave? Non ne avevo idea.
«D-dove stai andando all'improvviso, Oreki-san?»


No… Forse era davvero così.
«Andiamo tutti giù ad assistere in diretta alla rievocazione della scena del crimine. Se siamo fortunati, faremo in tempo a vederla coi nostri occhi.»


In qualche modo, ero arrivato a una conclusione. Satoshi notò la mia espressione e disse: «Houtarou, sembra che tu abbia capito qualcosa».
Scesi le scale, percependo la frenesia di Chitanda alle mie calcagna, seguita a ruota da Satoshi.


Presi il mio zaino senza dire una parola.
---- ♦ ----


«Dove stai andando, Oreki?»
Si era fatto piuttosto tardi e l'orario di chiusura dei cancelli si avvicinava. Fuori dalle finestre, la squadra di baseball stava ritirando l'attrezzatura per andare a casa. Chitanda e Satoshi, che in condizioni normali mi sarei lasciato indietro da un pezzo, avevano finito per seguirmi come ombre.


«Se siamo fortunati, assisteremo alla ricostruzione della scena del crimine».
Chitanda teneva il mio passo e mi premeva impaziente: «Dicci tutto, dai. Come hai fatto a capire il trucco?»


Chitanda iniziò freneticamente a seguirmi, mentre Satoshi si trovava senza dubbio dietro di lei.
Satoshi fece fastidiosamente eco da dietro: «Ha ragione, sai. Non dovrebbero esserci segreti tra compagni di club.»


Senza degnarmi di voltare la testa, risposi con flemma: «Non è un segreto di stato. È solo una cosa talmente banale da non richiedere chissà quale spiegazione teatrale.»


Era già abbastanza tardi e l'orario di chiusura si stava avvicinando. Guardando fuori, si poteva scorgere la squadra di baseball riordinare le varie attrezzature. Chitanda e Satoshi, che avrei già dovuto lasciare molto tempo prima, mi stavano accompagnando o, per meglio dire, mi stavano seguendo.
«Sarà banale per te, Oreki-san. Ma io continuo a non arrivarci.»


Chitanda camminava al mio fianco e chiese: «Perché non vuoi dirci come hai fatto a capirlo così velocemente?»
Chitanda mise un tenero broncio. Dar spago alle sue lamentele spiegando per filo e per segno il trucco era una scocciatura che avrei evitato volentieri, ma eludere ostinatamente le sue domande avrebbe richiesto un dispendio di energie altrettanto logorante. Mi sistemai la tracolla sulla spalla e cercai il modo più semplice per iniziare.


Anche Satoshi parlò da dietro: «Sai, credo che abbia ragione. Non dovrebbero esserci segreti tra noi».
«D'accordo, sentite qui. E se vi dicessi che la porta della nostra aula è stata chiusa a chiave da qualcuno tramite un passepartout?»


Non smettevano di ripetere cose del genere. Senza girarmi, dissi: «Non è un segreto. La soluzione è così semplice che non sono necessarie spiegazioni».
La voce di Chitanda si levò altissima e carica di stupore infantile. A quanto pare dovevo proprio partire dalle basi della logica elementare.


«Forse è semplice per te, Oreki, ma io continuo a non capire».
«Ehh? In che senso un passepartout?»


Chitanda mise il broncio... Spiegare tutto era una seccatura, tuttavia anche eludere le domande era uno spreco di energie. Raddrizzai il mio zaino a tracolla e mi chiesi da dove avrei dovuto cominciare.
«Riflettete. L'Aula di Geologia si trova in un'ala remota del campus. Se qualcuno ti avesse voluto chiudere dentro con la chiave originale, avrebbe dovuto poi correre a riportarla in portineria, prima ancora che potessi arrivare io a prenderla in prestito. Tre minuti sarebbero stati un intervallo di tempo fisicamente impossibile per chiunque, Bolt compreso.»


«Va bene, e se ti dicessi che sei stata chiusa dentro da qualcuno usando un passe-partout
«Capisco, ha senso. Quindi dev'essere stata usata un'altra chiave, e dato che esiste una sola copia originale in sala professori, l'unica alternativa logica è la chiave universale, il passepartout. Giusto


Appena dissi quella cosa, che per me era un dato di fatto, Chitanda pronunciò un tono di sorpresa. A quanto pareva, la spiegazione doveva iniziare da quel punto.
Esatto. E ovviamente è lecito aspettarsi che gli studenti normali non abbiano libero accesso ai passepartout della scuola.


«Ehh? Com’è possibile?»
Inoltre, avevamo a disposizione un'altra prova schiacciante per identificare il colpevole.


«L’aula di geologia si trova in un angolo remoto dell’istituto. Se qualcuno ti avesse chiusa dentro usando la chiave normale, avrebbe dovuto riportarla alla stanza del personale, prima che io la prendessi. Per fare una cosa del genere, tre minuti sarebbero troppo pochi».
«Chitanda-san, poc'anzi hai detto di aver sentito dei rumori metallici provenire dal piano di sotto, corretto?»


«Capisco. Quindi il colpevole deve aver usato un'altra chiave e, dato che la chiave normale è solo una, il passe-partout è l’unica opzione
«Sì, esatto


Esatto. Naturalmente, il passe-partout non poteva di norma essere usato da degli studenti, ma eravamo in possesso di un’informazione decisiva.
«Se il suono che hai avvertito proveniva esattamente dal pavimento del quarto piano, qual è la deduzione più logica?»


«Chitanda, hai detto di aver sentito dei rumori sotto ai tuoi piedi, giusto?»
Satoshi, con l'aria rilassata di chi ha già unito i puntini, rispose al posto suo: «Che il rumore provenisse in realtà dal soffitto del terzo piano.»


«Sì».
«Un applauso. Ed ecco svelato misteriosamente chi ha usato il passepartout.»


«Se il suono proviene dal pavimento del quarto piano, di solito a che conclusione arriveresti?»
L'unica figura all'interno dell'istituto che lavorerebbe ai soffitti delle aule per fare rumorosa manutenzione al termine delle lezioni sarebbe...


Satoshi, che sembrava piuttosto rilassato, rispose: «Penserei che il suono proviene dal soffitto del terzo piano».
«Sono sbalordita che tu sia riuscito a dedurre con così pochi elementi che fosse opera del bidello!» esclamò Chitanda, annuendo energicamente.


«Giusto, e ora vi trovate davanti alla persona che ha utilizzato il passe-partout».
La persona che noi due avevamo incontrato poco prima nel corridoio del terzo piano era per l'appunto il bidello, con la sua inseparabile scala a pioli. Uscendo in quel momento da un'aula, piazzò la scala sul pavimento e tirò fuori un grosso mazzo di chiavi dalla tasca dei pantaloni. E proprio davanti ai nostri occhi attenti, iniziò a chiudere le porte del terzo piano, una dopo l'altra.  


Dopo l'ora di lezione, l'unica persona che aggiustava delle cose sui soffitti delle aule era...
In altre parole, la sua routine era semplice: prima sbloccava tutte le porte del piano in serie per potervi accedere a piacimento senza intoppi e fare i suoi lavori di manutenzione. Poi, una volta finito, rifaceva il giro in senso inverso chiudendole in blocco senza controllare all'interno. Se un alunno fosse entrato silenziosamente in un'aula al quarto piano mentre la serratura era aperta dal bidello per prepararsi al giro successivo, quello sventurato studente si sarebbe inevitabilmente ritrovato chiuso dentro al momento della mandata.  


«Incredibile. Sei riuscito a capire che era il bidello» disse Chitanda, mentre annuiva entusiasta.
Proprio come era accidentalmente successo a Chitanda.


La persona che stavamo guardando al terzo piano era il bidello. Portava con sé una grande scala e, quando uscì da un'aula, la appoggiò sul pavimento per prendere una chiave dalla sua tasca. Proprio davanti ai nostri occhi, cominciò a chiudere le porte delle aule del terzo piano una ad una. In parole povere, prima di tutto aveva aperto le porte di tutte le aule per fare quello che doveva fare e, una volta terminato, le aveva richiuse tutte in una volta. Se qualcuno fosse entrato nelle aule quando le porte erano aperte, allora il povero malcapitato sarebbe rimasto chiuso dentro… Proprio come Chitanda.
Riguardo a cosa diavolo stesse armeggiando il bidello, non ne avevo la minima idea. Visto che passava in rassegna così tante aule, probabilmente stava sostituendo le lampadine fulminate o controllando lo stato dei rilevatori antincendio. A ogni modo, il grande mistero ansiogeno di Chitanda era stato ampiamente risolto.


Non avevo idea di cosa stesse facendo il bidello. Visto che entrava in tutte aule portandosi una scala, probabilmente stava cambiando le lampadine o controllando gli allarmi antincendio. In ogni caso, il mistero era stato ampiamente risolto.
Il nostro primo caso era chiuso.


Il caso è chiuso.
«Visto cosa ti avevo detto? Te l'avevo assicurato che ci sarebbe arrivato in un attimo, mettendosi a riflettere un minimo con la sua testa.»


«Visto? Te l’avevo detto che, una volta messi insieme i pezzi, Houtarou ci sarebbe riuscito».
«Avevi ragione. Sono a bocca aperta per la tua intelligenza, Oreki-san.»


«Hai ragione. È stato incredibile».
Io non mi reputavo certo così geniale... dopotutto, era stato Satoshi a fornirmi il pezzo grosso del puzzle informandomi sul sistema delle serrature scolastiche, ed era stata la stessa Chitanda a notare con prontezza il rumore. Nel mio piano originale c'era pure la codarda intenzione di fare il finto tonto fino all'ultimo per sfuggire alla fatica... Pazienza, che pensino pure quello che vogliono. Per quanto mi fosse costato fatica fisica e mentale scendere fin lì, guardando il viso di Chitanda e scorgendo una così sincera ammirazione brillare in quegli occhi enormi, finii per rimangiarmi ogni possibile lamentela.


Non mi sentivo poi così incredibile... Dopotutto, era stato Satoshi a parlarmi del funzionamento delle porte, mentre era stata Chitanda a notare i rumori provenienti dal piano di sotto. E io che stavo pianificando per tutto il tempo di fare lo scemo... Oh, be’, potevano pensare quello che volevano su di me. Nonostante fossi stato costretto a risolvere tutti quei problemi, dopo aver guardato Chitanda e l’onesta ammirazione riflessa nei suoi occhi, finii per ingoiare tutte le lamentele che avrei voluto fare.
«Beh, insomma. Tralasciando il trucco, nonostante ti trovassi in un ambiente chiuso, isolato e silenziosissimo, continuo a non spiegarmi come tu non abbia avvertito il forte rumore metallico della tua stessa porta chiusa a chiave a un metro di distanza.»
«Comunque, non capisco ancora come tu non abbia sentito il rumore della serratura, quando sei stata chiusa dentro».


Stranamente, Chitanda non la prese come una critica o sarcasmo, e semplicemente sorrise.
Chitanda non percepì minimamente la frase dubbiosa né come una critica né come una frecciatina sarcastica, e si limitò a sorridere angelicamente.


«Be’, posso spiegarlo. Stavo... , stavo guardando quell'edificio dalla finestra» disse, indicando il dojo della nostra scuola sul ciglio della strada.
«Beh, per questo c'è una spiegazione banale. Ero... , ero completamente assorta a guardare quell'edificio fuori dalla finestra.»


L’edificio in legno aveva un aspetto squallido e consumato, a causa della continua esposizione agli elementi atmosferici per così tanti anni. Prendendo esempio da Chitanda, esposi la mia sincera opinione: «Quell'edificio sembra proprio averti ipnotizzata».
Disse, indicando col dito un edificio isolato vicino alla strada esterna. Era il famigerato Dojo di Arti Marziali. Un logoro e triste capannone in legno, rovinato dal tempo e divorato dalle intemperie a cui era stato esposto inesorabilmente per decenni. Decisi di prendere esempio dalla sua innocenza e diedi voce ai miei pensieri in modo schietto: «Sembri letteralmente ipnotizzata da quel rudere.»


«No, semplicemente trovo che sia piuttosto misterioso».
«Non ti sbagli, è solo che lo trovo un edificio misterioso e affascinante a modo suo.»


«Hmm».
«Mmh.»


Non capivo come quel edificio potesse essere definito misterioso, ma Satoshi sembrava aver capito qualcosa e mormorò: «Be’, sembra particolarmente antico».
Io non vedevo cosa potesse esserci di misterioso in un ammasso di assi marce, ma Satoshi parve cogliere qualcosa di romantico nel segno quando mormorò con tono solenne: «Beh, in effetti sembra antico e carico di storia.»


«In effetti lo è».
«Sì, esatto. Proprio così.»


Sul serio? Possibile che si fosse distratta guardando un edificio così vecchio? Non sapevo se definirla una ragazza elegante o con la testa tra le nuvole.
Era davvero così? Poteva darsi, ma essersi lasciata distrarre a tal punto da un vecchio rudere cadente da non sentire una serratura scattare... non capivo se fosse una questione di eleganza d'altri tempi o di pura sbadataggine incurabile.


Dopo un po’, ci imbattemmo in un semaforo rosso. Come noi, c'erano tanti altri studenti che stavano tornando a casa.
Poco dopo arrivammo di fronte a un semaforo pedonale rosso, ponendo fine alla nostra camminata. Attorno a noi c'erano altri gruppetti di studenti sulla via del ritorno.


«A proposito, non ci siamo ancora presentati come si deve» disse piano Chitanda.
«A proposito, mi sono accorta che non ci siamo ancora presentati come si deve», disse gentilmente Chitanda rompendo il silenzio dell'attesa.


«Presentati?»
«Presentati?»


«Esatto. Dopotutto, da oggi iniziano le attività del club di letteratura. Cerchiamo di divertirci».
«Sì. Dopo tutto, da oggi in poi il tradizionale Club di Letteratura Classica darà ufficialmente inizio alle sue attività. Promettiamo di impegnarci per divertirci insieme.»
 
Il club di letteratura! Me n’ero completamente dimenticato! Dovevo solo dare un'occhiata all'aula del club, ma era stato del tutto inutile, visto che Chitanda si era già iscritta... Ormai era tutto col senno di poi. Infatti, avevo già presentato la mia domanda di iscrizione e, in quella scuola, era impossibile lasciare un club senza averlo frequentato almeno per un mese.


Abbassai la testa frustrato, mentre Chitanda si voltò per sorridere a Satoshi.
Il Club di Letteratura Classica! Me n'ero completamente dimenticato tra un mistero e l'altro. Ero andato lassù unicamente per assicurarmi di aver ottenuto la mia comoda base segreta privata, ma era andato tutto all'aria dal momento in cui avevo scoperto che Chitanda si era iscritta al mio stesso club. Ormai, però, era acqua passata. Il mio modulo di iscrizione era già stato messo agli atti dal professore incaricato. E in questa scuola severa, era rigorosamente impossibile ritirarsi da un club prima che fosse trascorso almeno un estenuante mese.


«Ti unisci anche tu al club, Fukube?»
Mentre chinavo la testa sconsolato per il mio fato segnato, Chitanda si voltò e rivolse un sorriso abbagliante a Satoshi.


Satoshi incrociò le braccia dando l’impressione che ci stesse pensando, ma molto presto rispose: «Be’, sembra interessante. Va bene, ci sto».
«Ti unisci anche tu, Fukube-san? Vero?»


«È un piacere conoscerti, Fukube».
Satoshi incrociò le braccia con aria teatrale e finse di pensarci su per un interminabile istante, prima di rispondere lesto con un sorrisetto furbo: «Beh, suona come un club decisamente interessante in cui succedono cose assurde. Affare fatto, contatemi a bordo.»


«No, il piacere è tutto mio... Piacere di conoscere anche te, Houtarou».
«Sarà un vero piacere conoscerti meglio e condividere quest'esperienza, Fukube-san.»


Guardai in modo beffardo Satoshi, che aveva deciso di fare l’idiota.
«No, mia cara, ti assicuro che il piacere è tutto mio... Lieto di conoscerti come nuovo compagno di club anche tu, Houtarou.»


Quando il semaforo diventò verde, ricominciammo a camminare. Infilando la mano nella tasca, sentii al tatto la lettera di mia sorella. Da quando mi era arrivata quella lettera da Tomoe, avevo la sensazione che qualcosa si fosse messo in moto.
Lanciai un'occhiataccia assassina a Satoshi, che ovviamente decise di fare lo gnorri e ignorarla.


Eri felice, sorellona? Finalmente il club di letteratura, che rappresentava la tua gioventù, aveva tre nuovi membri. Il club di letteratura classica era rinato. Quello fu probabilmente anche un addio ai miei giorni passati a risparmiare energie. Se vi chiedete il perché...
Non appena il semaforo divenne verde, ricominciai a camminare a testa bassa. Infilando per caso la mano nella tasca, sentii la fredda consistenza della carta sotto le dita. Era la lettera di mia sorella.  


«Ah, giusto, non abbiamo ancora deciso chi sarà il presidente. Che facciamo?»
E in effetti, ripensandoci bene, da quando quella missiva minatoria mi era stata recapitata a casa quella mattina, avevo avuto la sinistra, inequivocabile sensazione che si fossero messi in moto degli ingranaggi irrefrenabili del destino.


«Hai ragione. Direi che Houtarou non è assolutamente adatto a fare il presidente di un club».
Sei contenta adesso, sorellona? Ora ci sono ben tre membri a far parte del Club di Letteratura Classica, lo scrigno dei tuoi ricordi giovanili. Il leggendario e tradizionale club era a tutti gli effetti risorto dalle ceneri. Questo, con assoluta e drammatica probabilità, significava anche dover dire addio ai miei sereni e pacifici giorni liceali all'insegna dell'ozio e del risparmio energetico. Il motivo per cui ne ero così certo era presto detto...


Quei due probabilmente non avrebbero mai sopportato i miei metodi per risparmiare energie. Se fosse stato solo Satoshi, allora avrei potuto gestirlo in qualche modo, ma il problema principale era...
«Ah già, un'ultima cosa, non abbiamo ancora deciso un presidente del club tra di noi. Come vogliamo fare?»


I nostri occhi si incontrarono. Eru Chitanda sorrise con i suoi grandi occhi.
«Hai ragionissima. Anche se il qui presente Houtarou non mi sembra decisamente tagliato per fare il presidente.»


Il problema principale era quella ragazza. Avevo una strana sensazione a riguardo.
Quei due non avrebbero mai tollerato passivamente il mio noioso stile di vita improntato al risparmio energetico. Fosse stato solo per Satoshi avrei anche potuto gestirla e ignorarlo in qualche modo, abituato com'ero alle sue stravaganze, ma il vero e insormontabile problema era...


I nostri sguardi si incrociarono per un solo secondo. Eru Chitanda mi rivolse l'ennesimo, disarmante sorriso sfoderando i suoi occhioni grandi e vispi, colmi di insaziabile curiosità verso il mondo.


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Il vero, enorme problema era proprio quella strana ragazza. Ne avevo il vago, e al contempo terrorizzante, presentimento.
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Revision as of 14:57, 27 July 2026

2 - La rinascita del tradizionale Club di Letteratura Classica

Si dice spesso che la vita al liceo sia "color rosa". Poiché l'anno 2000 sta ormai volgendo al termine, il giorno in cui si potrà confermare questa definizione da vocabolario non è poi così lontano.

Tuttavia, non è detto che tutti i liceali desiderino una vita a tinte rosa.

Che si tratti di studio, sport o questioni di cuore, c'è sempre qualcuno che a tutto questo preferirebbe un'esistenza grigia. Posso garantirlo per esperienza personale. Per quanto, a dire il vero, sia un modo piuttosto solitario di vivere la propria vita.

Stavo facendo proprio un discorso del genere con il mio amico di vecchia data, Satoshi Fukube, in un'aula inondata dalla luce del tramonto. Come al solito, Satoshi sorrise e ribatté: «È esattamente quello che penso anch'io. Solo, non sapevo fossi così masochista».

Si sbagliava di grosso. Così protestai: «Vuoi forse dire che la mia vita è grigia?»

«L'ho forse detto? Ma Houtarou, che si tratti di studio, sport o... qual era l'altra cosa? Ah, amore. Non mi pare che tu ti sia mai dimostrato intraprendente in nessuno di questi campi.»

«Non è che io odi darmi da fare, a prescindere.»

«Vero.» Il sorriso di Satoshi si allargò. «Tu vai semplicemente a "risparmio energetico", dopotutto.»

Annuii con uno sbuffo. Poteva anche starmi bene, a patto che fosse chiaro che non odiavo affatto attivarmi in qualcosa: semplicemente, detestavo sprecare energie in faccende seccanti. Il mio stile di vita consiste nel risparmiare energia per il bene del pianeta. In poche parole: se non devo fare una cosa, non la faccio. Se devo farla, mi sbrigo.

Non appena pronunciai il mio motto, Satoshi fece spallucce come al solito.

«Che lo si chiami risparmio energetico o cinismo, in fin dei conti è la stessa cosa, no? Hai mai sentito parlare di strumentalismo?»

«Mai.»

«In sintesi: per una persona come te, senza alcun interesse in particolare, il solo fatto di non esserti iscritto ad alcun club qui al Liceo Kamiyama — la Terra Promessa delle attività extracurriculari — fa automaticamente di te una persona grigia.»

«Cosa? Stai per caso insinuando che non ci sia differenza tra l'omicidio doloso e l'omissione di soccorso?»

Satoshi rispose senza esitare: «Da un certo punto di vista, sì. Anche se è una questione completamente diversa cercare di convincere un morto che la sua scomparsa sia dovuta a una tua negligenza, col solo scopo di esorcizzarne l'anima.»

«...»

Faccia tosta. Osservai di nuovo il tizio di fronte a me. Satoshi Fukube — mio vecchio amico, degno avversario e rivale giurato — è un ragazzo piuttosto bassino. Pur essendo al liceo, potrebbe persino essere scambiato per un ragazzino esile e dai tratti androgini, ma dentro è fatto di tutt'altra pasta. È difficile spiegare a parole in cosa consista questa differenza; la si percepisce e basta. Oltre a sfoggiare un sorriso perenne, gira sempre con una borsa a coulisse, e la sua incondizionata insolenza è un vero e proprio marchio di fabbrica. È anche membro del Club di Artigianato, non chiedetemi il perché.

Discutere con lui era solo uno spreco di energia. Agitai la mano per segnare la fine della conversazione.

«Sì, come ti pare. Adesso torna a casa, su.»

«Hai ragione. Oggi non ho attività col club... mi sa che tolgo il disturbo.»

Mentre Satoshi si stiracchiava, realizzò improvvisamente una cosa e mi fissò.

«"Torna a casa"? È raro sentirtelo dire.»

«In che senso?»

«Voglio dire, di solito non saresti già sparito prima ancora di poter pronunciare quella frase? Che impegni potresti mai avere dopo la scuola, se non sei iscritto a nessun club?»

«Ah.»

Alzai un sopracciglio e tirai fuori un foglio dalla tasca interna della giacca. Glielo porsi in silenzio, e Satoshi spalancò gli occhi dallo stupore. O meglio, stava solo recitando. Non era davvero sorpreso, anche se aveva gli occhi sgranati. Le reazioni plateali erano il suo forte, dopotutto.

«Cosa?! Com'è possibile?!»

«Satoshi, contieniti.»

«Ma questo è un modulo di iscrizione a un club! Sono allibito. Che diamine è successo? Houtarou Oreki che si unisce a un club...»

Era davvero un modulo d'iscrizione. Leggendo il nome della sezione, Satoshi alzò un sopracciglio.

«Il Club di Letteratura Classica...?»

«Ne hai mai sentito parlare?»

«Certo, ma perché proprio quello? Hai per caso scoperto un'improvvisa passione per i classici?»

Come avrei potuto spiegarglielo? Mi grattai la testa e tirai fuori una lettera dalla tasca sinistra. Era scritta con una grafia frettolosa. La porsi a Satoshi.

«Leggi.»

Satoshi la scorse rapidamente e, come previsto, scoppiò a ridere.

«Ahah, Houtarou, questa sì che è una bella seccatura. Una richiesta di tua sorella, eh? Impossibile rifiutare.»

Che aveva da ridere? Io, al contrario, ero ben consapevole dell'espressione amara che mi dipingeva il volto. Quella lettera, spedita dall'India e recapitata stamattina, minacciava di stravolgere del tutto il mio stile di vita. Tomoe Oreki era fatta così: mandava lettere col solo scopo di far deragliare la mia pacifica esistenza.

"Houtarou, proteggi il Club di Letteratura Classica, culla della giovinezza della tua sorellona."

Quando avevo aperto la busta quella mattina, mi ero subito reso conto di quanto il suo contenuto fosse egocentrico. Non avevo alcun obbligo morale di proteggere i ricordi di mia sorella, ma...

«Qual era la specialità di tua sorella? Jujutsu?»

«Aikido e Taiho-jutsu. Può fare parecchio male, se ci si mette.»

Già. Mia sorella, una brillante studentessa universitaria eccellente sia nello studio che nelle arti marziali, non si era accontentata di conquistare il Giappone e aveva deciso di partire per sfidare il resto del mondo. Scatenare la sua ira non sarebbe stata una mossa saggia.

D'altra parte, per quanto avessi potuto opporre resistenza spinto da quel poco orgoglio che mi restava, non avevo reali argomentazioni per oppormi. Mia sorella aveva fatto centro sottolineando che, in fin dei conti, non avevo di meglio da fare. Così, decidendo che fare il membro fantasma equivalesse grossomodo a non essere iscritto da nessuna parte, avevo agito senza esitare, consegnando la domanda quella mattina stessa.

«Ti rendi conto di cosa significhi, Houtarou?» domandò Satoshi, lanciando un'occhiata alla lettera.

Sospirai. «Già. Sembra che non ci sia alcun vantaggio per me in tutta questa storia.»

«No, aspetta... non intendevo questo.»

Sollevando lo sguardo dal foglio, Satoshi assunse un tono insolitamente allegro. Tamburellò il dorso della mano sulla carta e spiegò: «Al momento non c'è nessun iscritto, giusto? Questo significa che avrai l'aula del club tutta per te. Non è fantastico? Un covo privato all'interno della scuola, a tuo uso e consumo.»

Un covo privato?

«...È un punto di vista interessante.»

«Ti stuzzica l'idea?»

Che ragionamento bizzarro. In pratica, Satoshi mi stava facendo notare che potevo avere una base segreta a scuola. A me non sarebbe mai venuta in mente una cosa del genere. Uno spazio privato, eh? Non era certo qualcosa che desiderassi al punto da faticare per ottenerla... ma se arrivava come un bonus imprevisto, non era poi da buttare. Ripresi la lettera dalle mani di Satoshi.

«Immagino non sia poi così male. Forse andrò a dare un'occhiata.»

«Bene. Le opportunità si presentano per essere colte.»

Le opportunità si presentano per essere colte, eh? Non che andasse in contrasto col mio carattere. Feci un sorriso amaro e presi la borsa a tracolla.

Ero ancora fedele al mio motto.


♦ ----

Dalle finestre aperte, si udivano le urla della squadra di atletica.

«...Forza! Forza! Forza!...»

Non avrei mai voluto farmi coinvolgere in uno spreco di energie così lampante. Non fraintendetemi: non sto dicendo che risparmiare energia sia la scelta superiore o un vanto morale, quindi non considero affatto stupide le persone attive. Mi diressi verso l'aula del Club di Letteratura Classica con i loro cori che ancora mi risuonavano nelle orecchie.

Camminai lungo il corridoio piastrellato e salii verso il terzo piano. Incontrai il bidello, che trasportava una grande scala a pioli, e gli chiesi dove fosse l'aula del club; mi indicò l'Aula di Geologia, al quarto piano dell'Ala Speciale.

Questa scuola, il Liceo Kamiyama, non era né particolarmente affollata né vasta per dimensioni.

Il numero totale degli iscritti si aggirava intorno al migliaio. Sebbene la scuola fornisse programmi volti alla preparazione degli esami di ammissione all'università, come la maggior parte dei licei, non spiccava in modo particolare per il proprio prestigio accademico. In altre parole, era un liceo normalissimo. D'altro canto, l'istituto vantava un numero straordinariamente alto di club (come quello di Pittura ad Acquerello o di Canto a Cappella, oltre a quello di Letteratura Classica), motivo per cui era rinomato per il suo vivace Festival Culturale annuale.

All'interno del perimetro scolastico sorgono tre grandi edifici: l'Edificio Principale, che ospita le aule normali; l'Ala Speciale, con le aule per attività specifiche; e infine la Palestra. Presenti anche un Dojo di arti marziali e un magazzino per l'attrezzatura sportiva. Il quarto piano dell'Ala Speciale, dove si trovava la mia meta, era in una posizione decisamente remota.

Maledicendo un simile spreco di energie, attraversai il corridoio di collegamento e salii le scale fino al quarto piano, dove trovai senza troppe difficoltà l'Aula di Geologia. Senza esitare, feci per aprire la porta scorrevole, ma scoprii che era bloccata. C'era da aspettarselo: la maggior parte delle aule speciali è solitamente chiusa a chiave. Tirai fuori la copia che mi ero procurato in anticipo proprio per risparmiarmi viaggi a vuoto, e sbloccai la serratura.

Feci scorrere la porta. All'interno della vuota Aula di Geologia, attraverso la finestra esposta a ovest, si poteva scorgere il tramonto.

Ho detto "vuota"? No, a quanto pare le cose non stavano come mi aspettavo.

All'interno dell'aula inondata dalla luce del sole, che ora fungeva da sede del Club di Letteratura Classica, c'era già qualcuno. Una studentessa se ne stava in piedi accanto alla finestra, rivolta verso di me.

Anche se "elegante" e "raffinata" non furono le primissime parole a venirmi in mente quando la vidi, non c'erano termini più adatti per descriverla. I lunghi capelli neri le ricadevano oltre le spalle e l'uniforme alla marinaretta le donava moltissimo. Era piuttosto alta per essere una ragazza, probabilmente più di Satoshi. Sebbene fosse palese che si trattasse di una liceale, le sue labbra sottili e la sua figura delicata si incastravano perfettamente nella mia idea stereotipata della studentessa tradizionale. In netto contrasto, però, aveva degli occhi grandi, che più che aggraziati sembravano incredibilmente vispi e vivaci.

Era una ragazza che non riconoscevo. Eppure, vedendomi, sorrise.

«Ciao. Tu devi essere Oreki-san del Club di Letteratura Classica, giusto?»

«...E tu chi saresti?» chiesi candidamente.

Per quanto non fossi mai stato un mago delle interazioni sociali, non avevo intenzione di trattare con freddezza una sconosciuta. E pur non sapendo chi fosse, per qualche motivo lei sembrava conoscere me.

«Non ti ricordi di me? Mi chiamo Chitanda. Eru Chitanda.»

Anche sentendo il suo nome, continuavo a non averne la più pallida idea. Tra l'altro, Chitanda è un cognome piuttosto raro, così come il nome Eru. Sarebbe stato impossibile per me dimenticarlo.

La squadrai di nuovo. Dopo essermi accertato in cuor mio di non conoscerla, risposi: «Mi dispiace, ma credo proprio di non ricordarmi di te.»

Mantenendo il sorriso, lei inclinò la testa, confusa. «Sei Oreki-san, vero? Houtarou Oreki della 1-B?»

Annuii.

«Io sono della 1-A.»

"Adesso ti ricordi?" Questo sembrava suggerire la sua espressione. La mia memoria era davvero così disastrosa?

Aspetta un attimo. Visto che io ero della B e lei della A, c'era qualche possibilità che ci fossimo già incrociati?

Tranne in rare eccezioni, per gli studenti di sezioni diverse non è facile interagire. L'unica opportunità sono i club o le amicizie comuni, ambiti in cui io non vantavo alcun legame. Doveva trattarsi di qualcosa che coinvolgeva l'intero corpo studenti... l'unico evento che mi veniva in mente era la cerimonia di apertura. E di sicuro, in quell'occasione, non mi ero presentato a nessuno di un'altra classe.

No, aspetta. Esistevano rari momenti in cui si incrociavano altre sezioni: le lezioni opzionali, quelle che richiedevano l'uso di aule speciali. Educazione fisica o materie artistiche. L'educazione fisica era divisa per sesso, quindi non restava che...

«Per caso abbiamo lezioni di musica insieme?»

«Sì, esatto!» Chitanda annuì con vigore.

Nonostante ci fossi arrivato per pura deduzione, rimasi sorpreso. Per il bene di quel briciolo di orgoglio che mi rimaneva, confesso di aver partecipato a quelle lezioni opzionali una sola volta dall'inizio dell'anno. Era fisicamente impossibile che mi ricordassi volti o nomi!

D'altra parte, questa ragazza era riuscita a ricordarsi di me avendomi visto una volta sola. Ecco la prova vivente che non era un'impresa impossibile... a patto di possedere un livello di osservazione e una memoria spaventosi.

Oppure poteva trattarsi di una pura coincidenza. Riacquistai la compostezza.

«Dunque, Chitanda-san. Cosa ti porta qui nell'Aula di Geologia?»

Rispose prontamente: «Mi sono iscritta al Club di Letteratura Classica, quindi ho pensato di passare a salutarti.»

Iscritta. In altre parole, un membro.

In quel momento avrei tanto voluto che intuisse come mi sentivo. Se davvero aveva intenzione di unirsi al club, significava dire addio al mio prezioso rifugio privato, trovandomi per giunta incastrato con l'impegno preso con mia sorella. Sospirai interiormente. Tutto tempo sprecato.

Mentre riflettevo su questo, domandai: «E perché ti sei iscritta?»

Io non volevo iscrivermi a questo club! Cercai di trasmettere tutta la frustrazione implicita nella mia domanda, ma lei parve non cogliere affatto il messaggio.

«Beh, ho dei motivi personali per farlo.»

Aveva eluso la domanda. Contro ogni previsione, questa Eru Chitanda era un tipo piuttosto sospetto.

«E per quanto ti riguarda, Oreki-san?»

«Io?»

Come avrei dovuto risponderle? Non avrebbe mai compreso che mi trovavo lì unicamente per un ordine tassativo di mia sorella maggiore. Ma, a pensarci bene, non aveva alcun bisogno di conoscere i miei motivi.

All'improvviso la porta si aprì di schianto e una voce tuonò: «Ehi! Che state facendo voi due qui?»

Era un professore. Probabilmente di ronda per il campus. Dal fisico robusto e la pelle abbronzata, sembrava in tutto e per tutto un insegnante di educazione fisica. Non portava una spada di bambù con sé, ma non era difficile immaginarlo mentre ne brandiva una. Pur avendo superato il fiore degli anni, manteneva intatta un'aura autoritaria.

Chitanda sussultò per l'improvvisa sgridata, ma ritrovò quasi subito il suo sorriso sereno e si fece avanti.

«Buon pomeriggio, Morishita-sensei.»

Sfoderò un saluto a dir poco perfetto, chinando il capo con velocità e angolazione da manuale. Vedendola mantenere una tale compostezza a prescindere da chi avesse davanti, non potei fare a meno di provare un pizzico d'invidia. Morishita rimase brevemente spiazzato da tanta cortesia e si zittì, per poi riprendere a parlare a voce alta.

«Ho visto la porta aperta e sono venuto a controllare. Che ci fate in un'aula speciale entrandovi senza permesso? Nome e classe, subito.»

Senza permesso?

«Sono Houtarou Oreki della 1-B. A proposito, professore, questa è l'aula del Club di Letteratura Classica, e temo che lei abbia appena interrotto le nostre normali attività.»

«Il Club di Letteratura Classica...?» Senza sforzarsi di nascondere il sospetto, continuò: «Pensavo fosse stato smantellato da tempo.»

«Fino a oggi era così. È stato riattivato formalmente questa mattina. Può chiedere conferma all'insegnante supervisore... ehm...»

«Ooide-sensei» suggerì Chitanda.

«Sì, può chiedere conferma a Ooide-sensei.»

Una spiegazione sensata fornita al momento giusto. Morishita abbassò subito il volume della voce.

«Oh. Capisco. Beh, continuate pure con quello che stavate facendo.»

«Ma se ci ha appena interrotti.»

«E ricordatevi di riconsegnare la chiave quando avete finito.»

«Agli ordini.»

Morishita ci squadrò un'ultima volta prima di chiudere rudemente la porta. Chitanda si ritrasse di nuovo al forte rumore sordo, per poi sussurrare dolcemente: «È...»

«Mmh?»

«È piuttosto rumoroso per essere un insegnante.»

Sorrisi. A quanto pareva non avevo più niente da fare lì.

«Bene. Ora che abbiamo finito con le presentazioni, vogliamo tornare a casa?»

«Eh? Non facciamo nessuna attività oggi?»

«Io me ne torno a casa.» Presi la mia borsa a tracolla e le voltai le spalle. «Conto su di te per chiudere a chiave. Non vorrai farti sgridare di nuovo, no?»

«Eh?»

Stavo per uscire dall'Aula di Geologia, quando venni fermato dalla sua voce perplessa.

«Aspetta un momento!»

Mi voltai; mi guardava come se le avessi appena chiesto una cosa inconcepibile. Fece eco con aria vacua: «Io... io non posso chiudere a chiave la porta.»

«Perché no?»

«Perché non ho la chiave.»

Ah, già. La chiave ce l'avevo in tasca io. A quanto pareva la scuola non disponeva di copie da poter prendere in prestito alla leggera. La tirai fuori e gliela porsi.

«Tieni, occupatene t... Scusa, volevo dire, per favore potresti occupartene tu, Chitanda-san?»

Ma lei non rispose. Si limitò a fissare la chiave che penzolava mollemente dal mio dito e, poco dopo, inclinò la testa domandando: «Oreki-san, perché ce l'hai tu?»

Le mancava forse qualche rotella?

«Beh, non sarei mai potuto entrare senza... Un momento, ma tu come diamine hai fatto a entrare in questa stanza?»

«La porta non era chiusa quando sono arrivata. Ho pensato che qualcun altro fosse entrato prima di me.»

Capisco. A meno che non avesse ricevuto anche lei una lettera minatoria da un ex membro, non poteva certo sapere di essere l'unica iscritta.

«Davvero? Quando sono arrivato io, la porta era chiusa a chiave.»

A quanto pare fu un errore fatale pronunciare quelle parole con tanta disinvoltura. L'espressione negli occhi di Chitanda mutò in un istante e il suo sguardo si fece straordinariamente acuto. Era una mia impressione o le sue pupille si erano appena dilatate? Indifferente al mio sbigottimento, scandì lentamente: «Quando dici che la porta era chiusa a chiave, intendi la porta da cui sei appena entrato?»

Annuii. E in quell'istante, consciamente o meno, Chitanda fece un passo verso di me.

«Quindi questo significa che... io ero stata chiusa dentro?»


♦ ----

Dall'esterno proveniva il suono cadenzato delle battute della squadra di baseball. Sebbene io non avessi più nulla a che fare con quella stanza, Chitanda non aveva la minima intenzione di lasciarmi andare. Sospirai rassegnato e appoggiai la mia borsa su un banco.

Chiusa dentro, aveva detto. Era andata davvero così? Ci riflettei. La chiave l'avevo in tasca io, mentre lei era all'interno. Non avevo alcun ricordo di aver chiuso la porta, tutt'altro. Dunque la risposta era logica e semplice.

«Sicura di non esserti chiusa dentro dall'interno?»

Eppure Chitanda scosse il capo in modo categorico. «Non l'ho fatto.»

«Beh, la copia ce l'ho io. Chi altri avrebbe potuto chiuderla dall'interno, se non tu? Insomma, capita di chiudere una serratura sovrappensiero e dimenticarsene.»

Ma lei sembrava non prestare la minima attenzione alla mia banale spiegazione e, all'improvviso, indicò alle mie spalle.

«A proposito, quello è un tuo amico?»

Mi voltai di scatto e notai la sagoma inconfondibile del colletto di un'uniforme nera fare capolino dalla fessura della porta socchiusa. Il suo sguardo incrociò subito il mio. Ricordavo fin troppo bene quegli occhi castani sempre pronti allo scherzo, così alzai la voce: «Satoshi! Ma che razza di passatempo malato è origliare in questo modo?»

La porta si aprì del tutto e, come ampiamente previsto, irruppe Satoshi. Per nulla imbarazzato, si giustificò con la massima sfacciataggine: «Beh, scusate. Non avevo intenzione di origliare.»

«Magari non ne avevi l'intenzione, ma alla fine è esattamente quello che hai fatto.»

«Forse sì. Ma capiscimi, non potevo certo irrompere come un elefante in una cristalleria vedendo Houtarou, il re dell'inattività, trascorrere del tempo da solo con una ragazza in un'aula al tramonto. Non ci tenevo a farmi cacciare.»

Di cosa stava parlando?

«Credevo che te ne fossi già andato a casa.»

«Stavo per farlo, ma dal cortile ho visto te in questa stanza insieme a lei. Immagino di essere ancora inesperto come guardone.»

Ignorai in blocco i commenti sul fatto di averci visti da fuori, era il suo tipico teatrino. Eppure, per chi non era abituato al suo particolarissimo senso dell'umorismo, c'era il forte rischio di prenderlo sul serio.

A quanto pare anche Chitanda c'era cascata in pieno.

«Eh, eh, io...»

La sua espressione razionale era sparita di colpo, sostituita da uno sguardo totalmente agitato. Sembrava il tipo di persona che manifesta le emozioni in volto senza filtri, quasi come se stesse dicendo apertamente: Guardatemi, sono parecchio nervosa. Per quanto fosse divertente vederla in quello stato, non avevo intenzione di farla durare oltre.

Fortunatamente, per smascherare in fretta lo scherzo di Satoshi bastava fargli una semplice domanda: «Sei serio?»

«Ovviamente no.»

Fiuu. Chitanda tirò un lungo sospiro di sollievo. Il motto di Satoshi era proprio questo: Le battute vanno fatte sul momento, ma i malintesi vanno chiariti immediatamente.

«...Oreki-san, e lui chi sarebbe?» chiese stancamente Chitanda, dopo essersi ripresa.

Immaginai di doverle presentare Satoshi prima o poi, altrimenti non saremmo andati da nessuna parte. La feci breve: «Oh, lui? Lui è Satoshi Fukube, uno pseudo-umano.»

«Pseudo-umano?»

Un'introduzione quanto mai appropriata, che peraltro Satoshi incassò con la solita filosofia.

«Ahah, ottima presentazione come sempre, Houtarou. Piacere di conoscerti. E tu saresti?»

«Chitanda. Eru Chitanda.»

Sentendo quel nome, Satoshi ebbe una reazione inaspettata. Per una volta in vita sua, rimase letteralmente di sasso. Per uno logorroico come lui, era un evento più unico che raro.

«Chi... Chitanda-san? *Quella* Chitanda?»

«Mmh? Non so a quale Chitanda tu ti stia riferendo, ma credo di essere l'unica con questo cognome nell'intera scuola.»

«Allora dev'essere per forza così. Sono sorpreso.»

Lo stupore di Satoshi era assolutamente genuino. E se era sorpreso un tipo come lui, allora avrei dovuto esserlo anch'io. Avevo imparato a mie spese che quel tizio possedeva un talento innaturale per scovare le informazioni più assurde. Ma cosa poteva averlo sorpreso fino a quel punto?

«Ehi, Satoshi, di cosa si tratta stavolta?»

«Come, 'di cosa si tratta'? So benissimo che non sei un granché informato, ma mi stai forse dicendo che non hai mai sentito parlare della Famiglia Chitanda?»

Stavolta scosse la testa e sospirò in un modo così plateale da risultare fastidioso. Ovviamente, era solo un altro dei suoi teatrini. Sapendo perfettamente quanto lui fosse un'enciclopedia vivente di nozioni inutili, non mi vergognavo affatto di ignorare l'ennesima scemenza.

«Cosa ci sarebbe da sapere sulla sua famiglia?»

Annuendo, tutto tronfio e soddisfatto, Satoshi iniziò a spiegare: «Sebbene ci siano diverse famiglie storiche a Kamiyama, le più importanti sono le quattro "Famiglie Esponenziali". La famiglia Juumonji, che gestisce il Santuario Arekusu; la famiglia Sarusuberi, proprietaria di diverse librerie rinomate; la famiglia Chitanda, con i suoi sconfinati terreni agricoli, e infine la famiglia Manninbashi, che governa letteralmente le montagne locali. Il primo kanji dei loro cognomi rappresenta un esponente del numero dieci (Dieci, Cento, Mille, Diecimila), per questo vengono chiamate Famiglie Esponenziali. Le uniche ad avere abbastanza influenza da poter competere con loro sono il clan Irisu, che gestisce l'ospedale locale, e la famiglia Toogaito, leader nel settore dell'istruzione.»

Sbattei le palpebre, allibito. «Famiglie Esponenziali? Satoshi, fai sul serio?»

«Che maleducato. Ho mai mentito su cose di questa importanza?»

Se lo diceva con quel tono, molto probabilmente era la verità. Ma famiglie storiche e prestigiose al giorno d'oggi? Mentre Satoshi continuava a guardarmi storto per la mia mancanza di fiducia, Chitanda gli venne provvidenzialmente in soccorso.

«Ehm, in realtà ho già sentito questa storia in passato. Anche se non sono sicura che la mia sia una famiglia famosa fino a questo punto.»

«Quindi è tutto vero?»

«Però vi assicuro che è la primissima volta in vita mia che sento il bizzarro termine "Famiglie Esponenziali".»

Fissai severamente Satoshi, che si limitò a fare spallucce.

«Non ho mai detto di aver mentito.»

«Eppure quel nome ridicolo te lo sei inventato di sana pianta adesso, confessa.»

«Beh, ho sempre desiderato essere colui che dà vita a una leggenda.»

Come per voler porre fine alla svelta a quell'argomento spinoso, Satoshi batté le mani. «Ad ogni modo, Houtarou, qual è il problema che vi affligge in questa stanza?»

Sempre il solito impiccione. Per farla breve, gli riassunsi la situazione paradossale in cui ci trovavamo.


♦ ----

Cominciava a fare buio, perciò Chitanda accese le luci.

Dopo aver ascoltato attentamente la storia, Satoshi incrociò le braccia e si lasciò sfuggire un lungo gemito pensieroso.

«Mmh, in effetti è uno strano caso.»

«In che senso strano? Chitanda si è solo dimenticata di aver chiuso la porta a chiave e ha fatto confusione, non è forse così?»

«No, è strano eccome.» Satoshi sciolse le braccia e batté le mani in un gesto teatrale. «Ultimamente le scuole sono diventate molto severe e paranoiche sulla gestione degli istituti. E il Liceo Kami è una bella scocciatura sotto questo punto di vista. Nel caso non te ne fossi ancora accorto, nessuna delle aule qui dentro può essere chiusa dall'interno con la chiave. Il motivo è puramente preventivo: impedire agli studenti di chiudersi dentro le stanze per fare cose sospette senza farsi vedere.»

Mentre Satoshi sciorinava la sua spiegazione con un'irritante aria trionfante, un dubbio si fece strada nella mia mente. Sapevo bene quanto potesse essere solerte nel reperire informazioni inutili, ma non si stava informando un po' troppo, considerando che era arrivato in questa scuola da meno di un mese?

«E tu come fai a sapere tutti questi dettagli?»

«Diciamo che la settimana scorsa stavo cercando di nascondermi indisturbato in un'aula per fare un piccolo esperimento in santa pace, e ho scoperto con rammarico che era fisicamente impossibile chiudere la porta dall'interno.»

«Sai una cosa? Secondo me la scuola ha progettato le porte proprio per impedire a tipi problematici come te di "fare cose sospette".»

«Beh, in effetti credo tu abbia ragione.»

«Puoi dirlo forte.»

Scoppiammo a ridere entrambi. Di fronte alle nostre risate goliardiche, del tutto prive di tatto vista la situazione, Chitanda indietreggiò di un passo. Notandolo, mi schiarii la voce per ricompormi.

«Beh, ci dev'essere un difetto nella serratura di questa porta, allora. Mistero risolto. Si sta facendo buio, quindi io me ne vado a casa.»

Mi alzai di scatto dal banco su cui ero seduto.

Poi sentii due mani afferrarmi saldamente per una spalla. Mi voltai e vidi Chitanda che mi si era avvicinata senza che me ne accorgessi minimamente.

«Aspetta un momento, per favore!»

«E adesso che c'è?»

«Sono curiosa.»

Trovandomi il viso di Chitanda a un palmo dal mio, trasalii.

«Quindi?»

«Perché sono stata chiusa dentro la stanza? E se non mi sono chiusa dentro da sola, come ho fatto a entrare in primo luogo?»

Lo sguardo penetrante di Chitanda emanava una tale ostinazione da non ammettere risposte banali o tentativi di fuga. Sopraffatto da quell'intensità quasi fisica, replicai debolmente: «E da me cosa vorresti?»

«Se è stato un errore commesso da qualcuno, di chi si tratta? E soprattutto, come ha fatto a chiudermi dentro per sbaglio sfidando la logica?»

«Ti ripeto che credo ci sia solo un problema meccanico con la serratura...»

«Sono davvero curiosa di saperlo, non riesco a smettere di pensarci» disse tutta d'un fiato, avanzando ancora di un passo e costringendomi a indietreggiare goffamente.

All'inizio avevo ingenuamente pensato a Chitanda come a una signorina educata e composta, ma era stata solo una banale prima impressione basata sul suo aspetto. Ora stavo vedendo la sua vera natura. Quei grandi occhi brillanti, in netto contrasto col suo portamento, riflettevano senza filtri un animo febbricitante. «Sono curiosa». Quella singola, ineluttabile frase era bastata a trasformare la pacata damigella di una fantomatica Famiglia Esponenziale nell'incarnazione fisica della curiosità.

«Come ha fatto a succedere? Oreki-san, e anche tu Fukube-san, vi prego, mi aiutereste a capirlo?»

«E perché mai dovrei...»

«Beh, a me sembra una faccenda decisamente interessante!» mi interruppe Satoshi, accettando la sfida con foga. Da lui non mi aspettavo altro, ma...

«Bene, divertitevi. Io vado a casa. La cosa non mi interessa minimamente.»

Nemmeno a dirlo, per un tipo come me si trattava solo di un enorme e stupido spreco di energie per un enigma da quattro soldi. E, in linea col mio ferreo principio del se non devo farlo, non lo faccio, me ne tiravo elegantemente fuori.

Tuttavia, Satoshi, che pure conosceva a menadito il mio modus operandi, insistette: «Oh, andiamo Houtarou, fa' il bravo e dacci una mano. Giuro che lo farei io se potessi, ma non posso giungere ad alcuna conclusione logica basandomi unicamente sul mio database interno. Mi serve il tuo cervello.»

«È una stupidaggine, io non...»

Mentre stavo per continuare la mia protesta, Satoshi lanciò una rapida occhiata di sbieco. Seguendo il suo sguardo, posai gli occhi su Chitanda.

«...Ugh.»

Con le labbra serrate in una linea sottile e i pugni che stringevano la stoffa della gonna, mi fissava dal basso verso l'alto con un'intensità quasi letale. Inconsciamente feci un altro passo indietro. Se si trattava di paragonare la forza di carattere, lei non aveva nulla da invidiare a mia sorella Tomoe.

Quello di Satoshi era un chiaro, tacito avvertimento: Amico, credo proprio che ti convenga assecondare i suoi capricci, o qui finisce male.

Spostando lo sguardo da Chitanda a Satoshi e viceversa, decisi per una volta di accogliere il suo saggio consiglio di sopravvivenza. Altrimenti, ci saremmo attirati addosso una sciagura di proporzioni bibliche.

«...Sì, immagino che sotto sotto sia interessante. Ci penserò su.»

Non mi restò altra scelta che pronunciare quelle parole con voce atona e rassegnata. Ma quella semplice risposta bastò a far illuminare lo sguardo di Chitanda.

«Davvero?! Oreki-san, ti è già venuta in mente una soluzione brillante?»

«Frena l'entusiasmo, Chitanda-san. Houtarou è il tipo a cui serve riflettere in silenzio prima di muoversi. Ma ti assicuro che una volta che ha riordinato le idee, è in grado di risolvere qualsiasi problema gli si pari davanti.»

Smettila di vendermi come se fossi un genio, logorroico d'un Satoshi. Anche se, a dire il vero, agire d'impulso prima di pensare non portava mai a nulla di buono.

E così, non potendo fuggire, mi misi a pensare.


♦ ----

Quando Chitanda era entrata, la porta era aperta. Eppure, al mio arrivo, era inequivocabilmente chiusa a chiave.

Se dovevo credere alle nozioni di Satoshi, non c'era alcun modo in cui Chitanda potesse aver chiuso la porta dall'interno. Tuttavia, piuttosto che fermarmi a una regola così rigida, provai a considerare l'ipotesi di un'azione inconscia. Ad esempio: la porta era mezza bloccata o difettosa quando lei era entrata, e il meccanismo a molla all'interno della serratura doveva essere scattato per via di qualche vibrazione, finendo per chiuderla in trappola a sua insaputa.

Dopo aver esposto questa brillante teoria, Chitanda inclinò la testa trattenendosi diplomaticamente dall'esprimere un giudizio, ma Satoshi alzò subito la voce smontandomi in pieno.

«Sarebbe letteralmente impossibile. Non esiste che le serrature del Liceo Kami si incastrino a metà o scattino da sole, per via di come sono progettate le componenti interne. La chiave non potrebbe nemmeno essere estratta dalla toppa in quelle condizioni.»

Nessuno spazio per le mezze misure o le spiegazioni fantasiose, eh?

Se le cose stavano così, restava solo una possibilità sul tavolo: qualcuno aveva deliberatamente chiuso la porta dall'esterno in un momento preciso. Perciò le chiesi: «Ti ricordi esattamente a che ora sei entrata nell'aula?»

Chitanda ci pensò su. «Appena prima di te. Circa tre minuti, credo. Non di più.»

Tre minuti: un lasso di tempo decisamente troppo breve. Non ci sarebbe stato materialmente il tempo fisico per l'esecutore, visto che l'Aula di Geologia è il luogo più isolato e irraggiungibile dell'intero istituto.

La faccenda iniziava ad assomigliare a un vero mistero della camera chiusa. Mentre mi apprestavo a rivedere l'intero ragionamento da zero, Chitanda gridò all'improvviso, battendo le mani: «Ah!»

«Che c'è, Chitanda-san? Hai ricordato qualcosa?»

«Lo so! Ho la soluzione! Pensateci un attimo: chi altri possiede materialmente la chiave di questa stanza in questo momento?»

«Eh? Chi?»

Chitanda sfoggiò un sorriso trionfante. Per qualche oscuro motivo, ebbi l'ennesimo brutto presentimento. Come volevasi dimostrare, si voltò di scatto verso di me, puntandomi l'indice contro, e proclamò: «Oreki-san, ovviamente. Lui ha la chiave, l'assassino è lui.»

Esattamente come previsto. Ma prima ancora che potessimo farle notare quanto fosse poco geniale o credibile come deduzione, lei stessa realizzò l'assurdità della cosa e si corresse portandosi le mani alla bocca: «Ah, ma è una cosa possibile per il carattere che ha? Oreki-san non è forse una persona assolutamente affidabile e... pigra?»

Si dicono cose del genere, mescolando insulti e complimenti, davanti al diretto interessato? Mentre io rimanevo senza parole, un po' ferito nell'orgoglio, Satoshi scoppiò a ridere.

«Beh, non so se Houtarou sia affidabile o meno in linea generale, ma di certo non credo sia il tipo di sociopatico che si divertirebbe a rinchiuderti lì dentro per passatempo. Non ci guadagnerebbe niente e farebbe solo fatica.»

Centrato in pieno. Mi conosceva bene: non avrei mai mosso un dito o faticato per qualcosa da cui non potessi trarre un vantaggio pratico lampante. Questo significava banalmente che non ero stato io a chiudere la porta dall'esterno.

Allora... chi diamine era stato?

Brancolavo nel buio. Tornai a grattarmi rumorosamente la testa. Per qualche strana ragione mi sentii quasi in colpa quando dovetti ammettere: «Così non andiamo da nessuna parte. Voi due avete qualche indizio a cui aggrapparvi?»

«Indizio? Cosa intendi esattamente per indizio?»

Che contro-domanda disarmante. Satoshi mi venne in soccorso, ampliando la mia spiegazione per farla capire a Eru.

«Un dettaglio che si discosta dalla norma, un'anomalia. Hai notato qualcosa di diverso o di strano prima di ritroverti chiusa dentro, Chitanda-san? Pensa bene.»

«Mmh, ora che mi ci fai pensare...»

C'era stato davvero qualcosa di diverso dal solito silenzio? Anche se in fondo al cuore non mi aspettavo certo rivelazioni folgoranti, Chitanda si guardò intorno prima di abbassare lo sguardo e rivelare dolcemente, come se fosse un segreto: «Poco fa, nel silenzio della stanza, ho sentito distintamente dei rumori metallici provenire da sotto i miei piedi.»

Rumori?

Quindi qualcuno aveva effettivamente chiuso la porta armeggiando dall'esterno? Continuavo a non capire come.

No, aspetta un attimo... e se le cose stessero in quel modo semplice e non ci fosse nessun "esterno" legato a questa porta?

...Capisco.

Mettendo insieme i pezzi come in un puzzle, la soluzione mi apparve improvvisamente chiara e nitida. Satoshi notò subito il cambiamento impercettibile nella mia espressione e disse: «Houtarou, mi sa che hai appena capito qualcosa di grosso, vero?»

Presi la borsa a tracolla in religioso silenzio.

«D-dove stai andando all'improvviso, Oreki-san?»

«Andiamo tutti giù ad assistere in diretta alla rievocazione della scena del crimine. Se siamo fortunati, faremo in tempo a vederla coi nostri occhi.»

Scesi le scale, percependo la frenesia di Chitanda alle mie calcagna, seguita a ruota da Satoshi.


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Si era fatto piuttosto tardi e l'orario di chiusura dei cancelli si avvicinava. Fuori dalle finestre, la squadra di baseball stava ritirando l'attrezzatura per andare a casa. Chitanda e Satoshi, che in condizioni normali mi sarei lasciato indietro da un pezzo, avevano finito per seguirmi come ombre.

Chitanda teneva il mio passo e mi premeva impaziente: «Dicci tutto, dai. Come hai fatto a capire il trucco?»

Satoshi fece fastidiosamente eco da dietro: «Ha ragione, sai. Non dovrebbero esserci segreti tra compagni di club.»

Senza degnarmi di voltare la testa, risposi con flemma: «Non è un segreto di stato. È solo una cosa talmente banale da non richiedere chissà quale spiegazione teatrale.»

«Sarà banale per te, Oreki-san. Ma io continuo a non arrivarci.»

Chitanda mise un tenero broncio. Dar spago alle sue lamentele spiegando per filo e per segno il trucco era una scocciatura che avrei evitato volentieri, ma eludere ostinatamente le sue domande avrebbe richiesto un dispendio di energie altrettanto logorante. Mi sistemai la tracolla sulla spalla e cercai il modo più semplice per iniziare.

«D'accordo, sentite qui. E se vi dicessi che la porta della nostra aula è stata chiusa a chiave da qualcuno tramite un passepartout?»

La voce di Chitanda si levò altissima e carica di stupore infantile. A quanto pare dovevo proprio partire dalle basi della logica elementare.

«Ehh? In che senso un passepartout?»

«Riflettete. L'Aula di Geologia si trova in un'ala remota del campus. Se qualcuno ti avesse voluto chiudere dentro con la chiave originale, avrebbe dovuto poi correre a riportarla in portineria, prima ancora che potessi arrivare io a prenderla in prestito. Tre minuti sarebbero stati un intervallo di tempo fisicamente impossibile per chiunque, Bolt compreso.»

«Capisco, ha senso. Quindi dev'essere stata usata un'altra chiave, e dato che esiste una sola copia originale in sala professori, l'unica alternativa logica è la chiave universale, il passepartout. Giusto?»

Esatto. E ovviamente è lecito aspettarsi che gli studenti normali non abbiano libero accesso ai passepartout della scuola.

Inoltre, avevamo a disposizione un'altra prova schiacciante per identificare il colpevole.

«Chitanda-san, poc'anzi hai detto di aver sentito dei rumori metallici provenire dal piano di sotto, corretto?»

«Sì, esatto.»

«Se il suono che hai avvertito proveniva esattamente dal pavimento del quarto piano, qual è la deduzione più logica?»

Satoshi, con l'aria rilassata di chi ha già unito i puntini, rispose al posto suo: «Che il rumore provenisse in realtà dal soffitto del terzo piano.»

«Un applauso. Ed ecco svelato misteriosamente chi ha usato il passepartout.»

L'unica figura all'interno dell'istituto che lavorerebbe ai soffitti delle aule per fare rumorosa manutenzione al termine delle lezioni sarebbe...

«Sono sbalordita che tu sia riuscito a dedurre con così pochi elementi che fosse opera del bidello!» esclamò Chitanda, annuendo energicamente.

La persona che noi due avevamo incontrato poco prima nel corridoio del terzo piano era per l'appunto il bidello, con la sua inseparabile scala a pioli. Uscendo in quel momento da un'aula, piazzò la scala sul pavimento e tirò fuori un grosso mazzo di chiavi dalla tasca dei pantaloni. E proprio davanti ai nostri occhi attenti, iniziò a chiudere le porte del terzo piano, una dopo l'altra.

In altre parole, la sua routine era semplice: prima sbloccava tutte le porte del piano in serie per potervi accedere a piacimento senza intoppi e fare i suoi lavori di manutenzione. Poi, una volta finito, rifaceva il giro in senso inverso chiudendole in blocco senza controllare all'interno. Se un alunno fosse entrato silenziosamente in un'aula al quarto piano mentre la serratura era aperta dal bidello per prepararsi al giro successivo, quello sventurato studente si sarebbe inevitabilmente ritrovato chiuso dentro al momento della mandata.

Proprio come era accidentalmente successo a Chitanda.

Riguardo a cosa diavolo stesse armeggiando il bidello, non ne avevo la minima idea. Visto che passava in rassegna così tante aule, probabilmente stava sostituendo le lampadine fulminate o controllando lo stato dei rilevatori antincendio. A ogni modo, il grande mistero ansiogeno di Chitanda era stato ampiamente risolto.

Il nostro primo caso era chiuso.

«Visto cosa ti avevo detto? Te l'avevo assicurato che ci sarebbe arrivato in un attimo, mettendosi a riflettere un minimo con la sua testa.»

«Avevi ragione. Sono a bocca aperta per la tua intelligenza, Oreki-san.»

Io non mi reputavo certo così geniale... dopotutto, era stato Satoshi a fornirmi il pezzo grosso del puzzle informandomi sul sistema delle serrature scolastiche, ed era stata la stessa Chitanda a notare con prontezza il rumore. Nel mio piano originale c'era pure la codarda intenzione di fare il finto tonto fino all'ultimo per sfuggire alla fatica... Pazienza, che pensino pure quello che vogliono. Per quanto mi fosse costato fatica fisica e mentale scendere fin lì, guardando il viso di Chitanda e scorgendo una così sincera ammirazione brillare in quegli occhi enormi, finii per rimangiarmi ogni possibile lamentela.

«Beh, insomma. Tralasciando il trucco, nonostante ti trovassi in un ambiente chiuso, isolato e silenziosissimo, continuo a non spiegarmi come tu non abbia avvertito il forte rumore metallico della tua stessa porta chiusa a chiave a un metro di distanza.»

Chitanda non percepì minimamente la frase dubbiosa né come una critica né come una frecciatina sarcastica, e si limitò a sorridere angelicamente.

«Beh, per questo c'è una spiegazione banale. Ero... sì, ero completamente assorta a guardare quell'edificio fuori dalla finestra.»

Disse, indicando col dito un edificio isolato vicino alla strada esterna. Era il famigerato Dojo di Arti Marziali. Un logoro e triste capannone in legno, rovinato dal tempo e divorato dalle intemperie a cui era stato esposto inesorabilmente per decenni. Decisi di prendere esempio dalla sua innocenza e diedi voce ai miei pensieri in modo schietto: «Sembri letteralmente ipnotizzata da quel rudere.»

«Non ti sbagli, è solo che lo trovo un edificio misterioso e affascinante a modo suo.»

«Mmh.»

Io non vedevo cosa potesse esserci di misterioso in un ammasso di assi marce, ma Satoshi parve cogliere qualcosa di romantico nel segno quando mormorò con tono solenne: «Beh, in effetti sembra antico e carico di storia.»

«Sì, esatto. Proprio così.»

Era davvero così? Poteva darsi, ma essersi lasciata distrarre a tal punto da un vecchio rudere cadente da non sentire una serratura scattare... non capivo se fosse una questione di eleganza d'altri tempi o di pura sbadataggine incurabile.

Poco dopo arrivammo di fronte a un semaforo pedonale rosso, ponendo fine alla nostra camminata. Attorno a noi c'erano altri gruppetti di studenti sulla via del ritorno.

«A proposito, mi sono accorta che non ci siamo ancora presentati come si deve», disse gentilmente Chitanda rompendo il silenzio dell'attesa.

«Presentati?»

«Sì. Dopo tutto, da oggi in poi il tradizionale Club di Letteratura Classica darà ufficialmente inizio alle sue attività. Promettiamo di impegnarci per divertirci insieme.»

Il Club di Letteratura Classica! Me n'ero completamente dimenticato tra un mistero e l'altro. Ero andato lassù unicamente per assicurarmi di aver ottenuto la mia comoda base segreta privata, ma era andato tutto all'aria dal momento in cui avevo scoperto che Chitanda si era iscritta al mio stesso club. Ormai, però, era acqua passata. Il mio modulo di iscrizione era già stato messo agli atti dal professore incaricato. E in questa scuola severa, era rigorosamente impossibile ritirarsi da un club prima che fosse trascorso almeno un estenuante mese.

Mentre chinavo la testa sconsolato per il mio fato segnato, Chitanda si voltò e rivolse un sorriso abbagliante a Satoshi.

«Ti unisci anche tu, Fukube-san? Vero?»

Satoshi incrociò le braccia con aria teatrale e finse di pensarci su per un interminabile istante, prima di rispondere lesto con un sorrisetto furbo: «Beh, suona come un club decisamente interessante in cui succedono cose assurde. Affare fatto, contatemi a bordo.»

«Sarà un vero piacere conoscerti meglio e condividere quest'esperienza, Fukube-san.»

«No, mia cara, ti assicuro che il piacere è tutto mio... Lieto di conoscerti come nuovo compagno di club anche tu, Houtarou.»

Lanciai un'occhiataccia assassina a Satoshi, che ovviamente decise di fare lo gnorri e ignorarla.

Non appena il semaforo divenne verde, ricominciai a camminare a testa bassa. Infilando per caso la mano nella tasca, sentii la fredda consistenza della carta sotto le dita. Era la lettera di mia sorella.

E in effetti, ripensandoci bene, da quando quella missiva minatoria mi era stata recapitata a casa quella mattina, avevo avuto la sinistra, inequivocabile sensazione che si fossero messi in moto degli ingranaggi irrefrenabili del destino.

Sei contenta adesso, sorellona? Ora ci sono ben tre membri a far parte del Club di Letteratura Classica, lo scrigno dei tuoi ricordi giovanili. Il leggendario e tradizionale club era a tutti gli effetti risorto dalle ceneri. Questo, con assoluta e drammatica probabilità, significava anche dover dire addio ai miei sereni e pacifici giorni liceali all'insegna dell'ozio e del risparmio energetico. Il motivo per cui ne ero così certo era presto detto...

«Ah già, un'ultima cosa, non abbiamo ancora deciso un presidente del club tra di noi. Come vogliamo fare?»

«Hai ragionissima. Anche se il qui presente Houtarou non mi sembra decisamente tagliato per fare il presidente.»

Quei due non avrebbero mai tollerato passivamente il mio noioso stile di vita improntato al risparmio energetico. Fosse stato solo per Satoshi avrei anche potuto gestirla e ignorarlo in qualche modo, abituato com'ero alle sue stravaganze, ma il vero e insormontabile problema era...

I nostri sguardi si incrociarono per un solo secondo. Eru Chitanda mi rivolse l'ennesimo, disarmante sorriso sfoderando i suoi occhioni grandi e vispi, colmi di insaziabile curiosità verso il mondo.

Il vero, enorme problema era proprio quella strana ragazza. Ne avevo il vago, e al contempo terrorizzante, presentimento.