Hyouka (Italiano):Volume 1 Capitolo 2

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2 - La rinascita del tradizionale Club di Letteratura Classica

Si dice spesso che la vita al liceo sia "color rosa". Poiché l'anno 2000 sta ormai volgendo al termine, il giorno in cui si potrà confermare questa definizione da vocabolario non è poi così lontano.

Tuttavia, non è detto che tutti i liceali desiderino una vita a tinte rosa.

Che si tratti di studio, sport o questioni di cuore, c'è sempre qualcuno che a tutto questo preferirebbe un'esistenza grigia. Posso garantirlo per esperienza personale. Per quanto, a dire il vero, sia un modo piuttosto solitario di vivere la propria vita.

Stavo facendo proprio un discorso del genere con il mio amico di vecchia data, Satoshi Fukube, in un'aula inondata dalla luce del tramonto. Come al solito, Satoshi sorrise e ribatté: «È esattamente quello che penso anch'io. Solo, non sapevo fossi così masochista».

Si sbagliava di grosso. Così protestai: «Vuoi forse dire che la mia vita è grigia?»

«L'ho forse detto? Ma Houtarou, che si tratti di studio, sport o... qual era l'altra cosa? Ah, amore. Non mi pare che tu ti sia mai dimostrato intraprendente in nessuno di questi campi.»

«Non è che io odi darmi da fare, a prescindere.»

«Vero.» Il sorriso di Satoshi si allargò. «Tu vai semplicemente a "risparmio energetico", dopotutto.»

Annuii con uno sbuffo. Poteva anche starmi bene, a patto che fosse chiaro che non odiavo affatto attivarmi in qualcosa: semplicemente, detestavo sprecare energie in faccende seccanti. Il mio stile di vita consiste nel risparmiare energia per il bene del pianeta. In poche parole: se non devo fare una cosa, non la faccio. Se devo farla, mi sbrigo.

Non appena pronunciai il mio motto, Satoshi fece spallucce come al solito.

«Che lo si chiami risparmio energetico o cinismo, in fin dei conti è la stessa cosa, no? Hai mai sentito parlare di strumentalismo?»

«Mai.»

«In sintesi: per una persona come te, senza alcun interesse in particolare, il solo fatto di non esserti iscritto ad alcun club qui al Liceo Kamiyama — la Terra Promessa delle attività extracurriculari — fa automaticamente di te una persona grigia.»

«Cosa? Stai per caso insinuando che non ci sia differenza tra l'omicidio doloso e l'omissione di soccorso?»

Satoshi rispose senza esitare: «Da un certo punto di vista, sì. Anche se è una questione completamente diversa cercare di convincere un morto che la sua scomparsa sia dovuta a una tua negligenza, col solo scopo di esorcizzarne l'anima.»

«...»

Faccia tosta. Osservai di nuovo il tizio di fronte a me. Satoshi Fukube — mio vecchio amico, degno avversario e rivale giurato — è un ragazzo piuttosto bassino. Pur essendo al liceo, potrebbe persino essere scambiato per un ragazzino esile e dai tratti androgini, ma dentro è fatto di tutt'altra pasta. È difficile spiegare a parole in cosa consista questa differenza; la si percepisce e basta. Oltre a sfoggiare un sorriso perenne, gira sempre con una borsa a coulisse, e la sua incondizionata insolenza è un vero e proprio marchio di fabbrica. È anche membro del Club di Artigianato, non chiedetemi il perché.

Discutere con lui era solo uno spreco di energia. Agitai la mano per segnare la fine della conversazione.

«Sì, come ti pare. Adesso torna a casa, su.»

«Hai ragione. Oggi non ho attività col club... mi sa che tolgo il disturbo.»

Mentre Satoshi si stiracchiava, realizzò improvvisamente una cosa e mi fissò.

«"Torna a casa"? È raro sentirtelo dire.»

«In che senso?»

«Voglio dire, di solito non saresti già sparito prima ancora di poter pronunciare quella frase? Che impegni potresti mai avere dopo la scuola, se non sei iscritto a nessun club?»

«Ah.»

Alzai un sopracciglio e tirai fuori un foglio dalla tasca interna della giacca. Glielo porsi in silenzio, e Satoshi spalancò gli occhi dallo stupore. O meglio, stava solo recitando. Non era davvero sorpreso, anche se aveva gli occhi sgranati. Le reazioni plateali erano il suo forte, dopotutto.

«Cosa?! Com'è possibile?!»

«Satoshi, contieniti.»

«Ma questo è un modulo di iscrizione a un club! Sono allibito. Che diamine è successo? Houtarou Oreki che si unisce a un club...»

Era davvero un modulo d'iscrizione. Leggendo il nome della sezione, Satoshi alzò un sopracciglio.

«Il Club di Letteratura Classica...?»

«Ne hai mai sentito parlare?»

«Certo, ma perché proprio quello? Hai per caso scoperto un'improvvisa passione per i classici?»

Come avrei potuto spiegarglielo? Mi grattai la testa e tirai fuori una lettera dalla tasca sinistra. Era scritta con una grafia frettolosa. La porsi a Satoshi.

«Leggi.»

Satoshi la scorse rapidamente e, come previsto, scoppiò a ridere.

«Ahah, Houtarou, questa sì che è una bella seccatura. Una richiesta di tua sorella, eh? Impossibile rifiutare.»

Che aveva da ridere? Io, al contrario, ero ben consapevole dell'espressione amara che mi dipingeva il volto. Quella lettera, spedita dall'India e recapitata stamattina, minacciava di stravolgere del tutto il mio stile di vita. Tomoe Oreki era fatta così: mandava lettere col solo scopo di far deragliare la mia pacifica esistenza.

"Houtarou, proteggi il Club di Letteratura Classica, culla della giovinezza della tua sorellona."

Quando avevo aperto la busta quella mattina, mi ero subito reso conto di quanto il suo contenuto fosse egocentrico. Non avevo alcun obbligo morale di proteggere i ricordi di mia sorella, ma...

«Qual era la specialità di tua sorella? Jujutsu?»

«Aikido e Taiho-jutsu. Può fare parecchio male, se ci si mette.»

Già. Mia sorella, una brillante studentessa universitaria eccellente sia nello studio che nelle arti marziali, non si era accontentata di conquistare il Giappone e aveva deciso di partire per sfidare il resto del mondo. Scatenare la sua ira non sarebbe stata una mossa saggia.

D'altra parte, per quanto avessi potuto opporre resistenza spinto da quel poco orgoglio che mi restava, non avevo reali argomentazioni per oppormi. Mia sorella aveva fatto centro sottolineando che, in fin dei conti, non avevo di meglio da fare. Così, decidendo che fare il membro fantasma equivalesse grossomodo a non essere iscritto da nessuna parte, avevo agito senza esitare, consegnando la domanda quella mattina stessa.

«Ti rendi conto di cosa significhi, Houtarou?» domandò Satoshi, lanciando un'occhiata alla lettera.

Sospirai. «Già. Sembra che non ci sia alcun vantaggio per me in tutta questa storia.»

«No, aspetta... non intendevo questo.»

Sollevando lo sguardo dal foglio, Satoshi assunse un tono insolitamente allegro. Tamburellò il dorso della mano sulla carta e spiegò: «Al momento non c'è nessun iscritto, giusto? Questo significa che avrai l'aula del club tutta per te. Non è fantastico? Un covo privato all'interno della scuola, a tuo uso e consumo.»

Un covo privato?

«...È un punto di vista interessante.»

«Ti stuzzica l'idea?»

Che ragionamento bizzarro. In pratica, Satoshi mi stava facendo notare che potevo avere una base segreta a scuola. A me non sarebbe mai venuta in mente una cosa del genere. Uno spazio privato, eh? Non era certo qualcosa che desiderassi al punto da faticare per ottenerla... ma se arrivava come un bonus imprevisto, non era poi da buttare. Ripresi la lettera dalle mani di Satoshi.

«Immagino non sia poi così male. Forse andrò a dare un'occhiata.»

«Bene. Le opportunità si presentano per essere colte.»

Le opportunità si presentano per essere colte, eh? Non che andasse in contrasto col mio carattere. Feci un sorriso amaro e presi la borsa a tracolla.

Ero ancora fedele al mio motto.


♦ ----

Dalle finestre aperte, si udivano le urla della squadra di atletica.

«...Forza! Forza! Forza!...»

Non avrei mai voluto farmi coinvolgere in uno spreco di energie così lampante. Non fraintendetemi: non sto dicendo che risparmiare energia sia la scelta superiore o un vanto morale, quindi non considero affatto stupide le persone attive. Mi diressi verso l'aula del Club di Letteratura Classica con i loro cori che ancora mi risuonavano nelle orecchie.

Camminai lungo il corridoio piastrellato e salii verso il terzo piano. Incontrai il bidello, che trasportava una grande scala a pioli, e gli chiesi dove fosse l'aula del club; mi indicò l'Aula di Geologia, al quarto piano dell'Ala Speciale.

Questa scuola, il Liceo Kamiyama, non era né particolarmente affollata né vasta per dimensioni.

Il numero totale degli iscritti si aggirava intorno al migliaio. Sebbene la scuola fornisse programmi volti alla preparazione degli esami di ammissione all'università, come la maggior parte dei licei, non spiccava in modo particolare per il proprio prestigio accademico. In altre parole, era un liceo normalissimo. D'altro canto, l'istituto vantava un numero straordinariamente alto di club (come quello di Pittura ad Acquerello o di Canto a Cappella, oltre a quello di Letteratura Classica), motivo per cui era rinomato per il suo vivace Festival Culturale annuale.

All'interno del perimetro scolastico sorgono tre grandi edifici: l'Edificio Principale, che ospita le aule normali; l'Ala Speciale, con le aule per attività specifiche; e infine la Palestra. Presenti anche un Dojo di arti marziali e un magazzino per l'attrezzatura sportiva. Il quarto piano dell'Ala Speciale, dove si trovava la mia meta, era in una posizione decisamente remota.

Maledicendo un simile spreco di energie, attraversai il corridoio di collegamento e salii le scale fino al quarto piano, dove trovai senza troppe difficoltà l'Aula di Geologia. Senza esitare, feci per aprire la porta scorrevole, ma scoprii che era bloccata. C'era da aspettarselo: la maggior parte delle aule speciali è solitamente chiusa a chiave. Tirai fuori la copia che mi ero procurato in anticipo proprio per risparmiarmi viaggi a vuoto, e sbloccai la serratura.

Feci scorrere la porta. All'interno della vuota Aula di Geologia, attraverso la finestra esposta a ovest, si poteva scorgere il tramonto.

Ho detto "vuota"? No, a quanto pare le cose non stavano come mi aspettavo.

All'interno dell'aula inondata dalla luce del sole, che ora fungeva da sede del Club di Letteratura Classica, c'era già qualcuno. Una studentessa se ne stava in piedi accanto alla finestra, rivolta verso di me.

Anche se "elegante" e "raffinata" non furono le primissime parole a venirmi in mente quando la vidi, non c'erano termini più adatti per descriverla. I lunghi capelli neri le ricadevano oltre le spalle e l'uniforme alla marinaretta le donava moltissimo. Era piuttosto alta per essere una ragazza, probabilmente più di Satoshi. Sebbene fosse palese che si trattasse di una liceale, le sue labbra sottili e la sua figura delicata si incastravano perfettamente nella mia idea stereotipata della studentessa tradizionale. In netto contrasto, però, aveva degli occhi grandi, che più che aggraziati sembravano incredibilmente vispi e vivaci.

Era una ragazza che non riconoscevo. Eppure, vedendomi, sorrise.

«Ciao. Tu devi essere Oreki-san del Club di Letteratura Classica, giusto?»

«...E tu chi saresti?» chiesi candidamente.

Per quanto non fossi mai stato un mago delle interazioni sociali, non avevo intenzione di trattare con freddezza una sconosciuta. E pur non sapendo chi fosse, per qualche motivo lei sembrava conoscere me.

«Non ti ricordi di me? Mi chiamo Chitanda. Eru Chitanda.»

Anche sentendo il suo nome, continuavo a non averne la più pallida idea. Tra l'altro, Chitanda è un cognome piuttosto raro, così come il nome Eru. Sarebbe stato impossibile per me dimenticarlo.

La squadrai di nuovo. Dopo essermi accertato in cuor mio di non conoscerla, risposi: «Mi dispiace, ma credo proprio di non ricordarmi di te.»

Mantenendo il sorriso, lei inclinò la testa, confusa. «Sei Oreki-san, vero? Houtarou Oreki della 1-B?»

Annuii.

«Io sono della 1-A.»

"Adesso ti ricordi?" Questo sembrava suggerire la sua espressione. La mia memoria era davvero così disastrosa?

Aspetta un attimo. Visto che io ero della B e lei della A, c'era qualche possibilità che ci fossimo già incrociati?

Tranne in rare eccezioni, per gli studenti di sezioni diverse non è facile interagire. L'unica opportunità sono i club o le amicizie comuni, ambiti in cui io non vantavo alcun legame. Doveva trattarsi di qualcosa che coinvolgeva l'intero corpo studenti... l'unico evento che mi veniva in mente era la cerimonia di apertura. E di sicuro, in quell'occasione, non mi ero presentato a nessuno di un'altra classe.

No, aspetta. Esistevano rari momenti in cui si incrociavano altre sezioni: le lezioni opzionali, quelle che richiedevano l'uso di aule speciali. Educazione fisica o materie artistiche. L'educazione fisica era divisa per sesso, quindi non restava che...

«Per caso abbiamo lezioni di musica insieme?»

«Sì, esatto!» Chitanda annuì con vigore.

Nonostante ci fossi arrivato per pura deduzione, rimasi sorpreso. Per il bene di quel briciolo di orgoglio che mi rimaneva, confesso di aver partecipato a quelle lezioni opzionali una sola volta dall'inizio dell'anno. Era fisicamente impossibile che mi ricordassi volti o nomi!

D'altra parte, questa ragazza era riuscita a ricordarsi di me avendomi visto una volta sola. Ecco la prova vivente che non era un'impresa impossibile... a patto di possedere un livello di osservazione e una memoria spaventosi.

Oppure poteva trattarsi di una pura coincidenza. Riacquistai la compostezza.

«Dunque, Chitanda-san. Cosa ti porta qui nell'Aula di Geologia?»

Rispose prontamente: «Mi sono iscritta al Club di Letteratura Classica, quindi ho pensato di passare a salutarti.»

Iscritta. In altre parole, un membro.

In quel momento avrei tanto voluto che intuisse come mi sentivo. Se davvero aveva intenzione di unirsi al club, significava dire addio al mio prezioso rifugio privato, trovandomi per giunta incastrato con l'impegno preso con mia sorella. Sospirai interiormente. Tutto tempo sprecato.

Mentre riflettevo su questo, domandai: «E perché ti sei iscritta?»

Io non volevo iscrivermi a questo club! Cercai di trasmettere tutta la frustrazione implicita nella mia domanda, ma lei parve non cogliere affatto il messaggio.

«Beh, ho dei motivi personali per farlo.»

Aveva eluso la domanda. Contro ogni previsione, questa Eru Chitanda era un tipo piuttosto sospetto.

«E per quanto ti riguarda, Oreki-san?»

«Io?»

Come avrei dovuto risponderle? Non avrebbe mai compreso che mi trovavo lì unicamente per un ordine tassativo di mia sorella maggiore. Ma, a pensarci bene, non aveva alcun bisogno di conoscere i miei motivi.

All'improvviso la porta si aprì di schianto e una voce tuonò: «Ehi! Che state facendo voi due qui?»

Era un professore. Probabilmente di ronda per il campus. Dal fisico robusto e la pelle abbronzata, sembrava in tutto e per tutto un insegnante di educazione fisica. Non portava una spada di bambù con sé, ma non era difficile immaginarlo mentre ne brandiva una. Pur avendo superato il fiore degli anni, manteneva intatta un'aura autoritaria.

Chitanda sussultò per l'improvvisa sgridata, ma ritrovò quasi subito il suo sorriso sereno e si fece avanti.

«Buon pomeriggio, Morishita-sensei.»

Sfoderò un saluto a dir poco perfetto, chinando il capo con velocità e angolazione da manuale. Vedendola mantenere una tale compostezza a prescindere da chi avesse davanti, non potei fare a meno di provare un pizzico d'invidia. Morishita rimase brevemente spiazzato da tanta cortesia e si zittì, per poi riprendere a parlare a voce alta.

«Ho visto la porta aperta e sono venuto a controllare. Che ci fate in un'aula speciale entrandovi senza permesso? Nome e classe, subito.»

Senza permesso?

«Sono Houtarou Oreki della 1-B. A proposito, professore, questa è l'aula del Club di Letteratura Classica, e temo che lei abbia appena interrotto le nostre normali attività.»

«Il Club di Letteratura Classica...?» Senza sforzarsi di nascondere il sospetto, continuò: «Pensavo fosse stato smantellato da tempo.»

«Fino a oggi era così. È stato riattivato formalmente questa mattina. Può chiedere conferma all'insegnante supervisore... ehm...»

«Ooide-sensei» suggerì Chitanda.

«Sì, può chiedere conferma a Ooide-sensei.»

Una spiegazione sensata fornita al momento giusto. Morishita abbassò subito il volume della voce.

«Oh. Capisco. Beh, continuate pure con quello che stavate facendo.»

«Ma se ci ha appena interrotti.»

«E ricordatevi di riconsegnare la chiave quando avete finito.»

«Agli ordini.»

Morishita ci squadrò un'ultima volta prima di chiudere rudemente la porta. Chitanda si ritrasse di nuovo al forte rumore sordo, per poi sussurrare dolcemente: «È...»

«Mmh?»

«È piuttosto rumoroso per essere un insegnante.»

Sorrisi. A quanto pareva non avevo più niente da fare lì.

«Bene. Ora che abbiamo finito con le presentazioni, vogliamo tornare a casa?»

«Eh? Non facciamo nessuna attività oggi?»

«Io me ne torno a casa.» Presi la mia borsa a tracolla e le voltai le spalle. «Conto su di te per chiudere a chiave. Non vorrai farti sgridare di nuovo, no?»

«Eh?»

Stavo per uscire dall'Aula di Geologia, quando venni fermato dalla sua voce perplessa.

«Aspetta un momento!»

Mi voltai; mi guardava come se le avessi appena chiesto una cosa inconcepibile. Fece eco con aria vacua: «Io... io non posso chiudere a chiave la porta.»

«Perché no?»

«Perché non ho la chiave.»

Ah, già. La chiave ce l'avevo in tasca io. A quanto pareva la scuola non disponeva di copie da poter prendere in prestito alla leggera. La tirai fuori e gliela porsi.

«Tieni, occupatene t... Scusa, volevo dire, per favore potresti occupartene tu, Chitanda-san?»

Ma lei non rispose. Si limitò a fissare la chiave che penzolava mollemente dal mio dito e, poco dopo, inclinò la testa domandando: «Oreki-san, perché ce l'hai tu?»

Le mancava forse qualche rotella?

«Beh, non sarei mai potuto entrare senza... Un momento, ma tu come diamine hai fatto a entrare in questa stanza?»

«La porta non era chiusa quando sono arrivata. Ho pensato che qualcun altro fosse entrato prima di me.»

Capisco. A meno che non avesse ricevuto anche lei una lettera minatoria da un ex membro, non poteva certo sapere di essere l'unica iscritta.

«Davvero? Quando sono arrivato io, la porta era chiusa a chiave.»

A quanto pare fu un errore fatale pronunciare quelle parole con tanta disinvoltura. L'espressione negli occhi di Chitanda mutò in un istante e il suo sguardo si fece straordinariamente acuto. Era una mia impressione o le sue pupille si erano appena dilatate? Indifferente al mio sbigottimento, scandì lentamente: «Quando dici che la porta era chiusa a chiave, intendi la porta da cui sei appena entrato?»

Annuii. E in quell'istante, consciamente o meno, Chitanda fece un passo verso di me.

«Quindi questo significa che... io ero stata chiusa dentro?»


♦ ----

Dall'esterno proveniva il suono cadenzato delle battute della squadra di baseball. Sebbene io non avessi più nulla a che fare con quella stanza, Chitanda non aveva la minima intenzione di lasciarmi andare. Sospirai rassegnato e appoggiai la mia borsa su un banco.

Chiusa dentro, aveva detto. Era andata davvero così? Ci riflettei. La chiave l'avevo in tasca io, mentre lei era all'interno. Non avevo alcun ricordo di aver chiuso la porta, tutt'altro. Dunque la risposta era logica e semplice.

«Sicura di non esserti chiusa dentro dall'interno?»

Eppure Chitanda scosse il capo in modo categorico. «Non l'ho fatto.»

«Beh, la copia ce l'ho io. Chi altri avrebbe potuto chiuderla dall'interno, se non tu? Insomma, capita di chiudere una serratura sovrappensiero e dimenticarsene.»

Ma lei sembrava non prestare la minima attenzione alla mia banale spiegazione e, all'improvviso, indicò alle mie spalle.

«A proposito, quello è un tuo amico?»

Mi voltai di scatto e notai la sagoma inconfondibile del colletto di un'uniforme nera fare capolino dalla fessura della porta socchiusa. Il suo sguardo incrociò subito il mio. Ricordavo fin troppo bene quegli occhi castani sempre pronti allo scherzo, così alzai la voce: «Satoshi! Ma che razza di passatempo malato è origliare in questo modo?»

La porta si aprì del tutto e, come ampiamente previsto, irruppe Satoshi. Per nulla imbarazzato, si giustificò con la massima sfacciataggine: «Beh, scusate. Non avevo intenzione di origliare.»

«Magari non ne avevi l'intenzione, ma alla fine è esattamente quello che hai fatto.»

«Forse sì. Ma capiscimi, non potevo certo irrompere come un elefante in una cristalleria vedendo Houtarou, il re dell'inattività, trascorrere del tempo da solo con una ragazza in un'aula al tramonto. Non ci tenevo a farmi cacciare.»

Di cosa stava parlando?

«Credevo che te ne fossi già andato a casa.»

«Stavo per farlo, ma dal cortile ho visto te in questa stanza insieme a lei. Immagino di essere ancora inesperto come guardone.»

Ignorai in blocco i commenti sul fatto di averci visti da fuori, era il suo tipico teatrino. Eppure, per chi non era abituato al suo particolarissimo senso dell'umorismo, c'era il forte rischio di prenderlo sul serio.

A quanto pare anche Chitanda c'era cascata in pieno.

«Eh, eh, io...»

La sua espressione razionale era sparita di colpo, sostituita da uno sguardo totalmente agitato. Sembrava il tipo di persona che manifesta le emozioni in volto senza filtri, quasi come se stesse dicendo apertamente: Guardatemi, sono parecchio nervosa. Per quanto fosse divertente vederla in quello stato, non avevo intenzione di farla durare oltre.

Fortunatamente, per smascherare in fretta lo scherzo di Satoshi bastava fargli una semplice domanda: «Sei serio?»

«Ovviamente no.»

Fiuu. Chitanda tirò un lungo sospiro di sollievo. Il motto di Satoshi era proprio questo: Le battute vanno fatte sul momento, ma i malintesi vanno chiariti immediatamente.

«...Oreki-san, e lui chi sarebbe?» chiese stancamente Chitanda, dopo essersi ripresa.

Immaginai di doverle presentare Satoshi prima o poi, altrimenti non saremmo andati da nessuna parte. La feci breve: «Oh, lui? Lui è Satoshi Fukube, uno pseudo-umano.»

«Pseudo-umano?»

Un'introduzione quanto mai appropriata, che peraltro Satoshi incassò con la solita filosofia.

«Ahah, ottima presentazione come sempre, Houtarou. Piacere di conoscerti. E tu saresti?»

«Chitanda. Eru Chitanda.»

Sentendo quel nome, Satoshi ebbe una reazione inaspettata. Per una volta in vita sua, rimase letteralmente di sasso. Per uno logorroico come lui, era un evento più unico che raro.

«Chi... Chitanda-san? *Quella* Chitanda?»

«Mmh? Non so a quale Chitanda tu ti stia riferendo, ma credo di essere l'unica con questo cognome nell'intera scuola.»

«Allora dev'essere per forza così. Sono sorpreso.»

Lo stupore di Satoshi era assolutamente genuino. E se era sorpreso un tipo come lui, allora avrei dovuto esserlo anch'io. Avevo imparato a mie spese che quel tizio possedeva un talento innaturale per scovare le informazioni più assurde. Ma cosa poteva averlo sorpreso fino a quel punto?

«Ehi, Satoshi, di cosa si tratta stavolta?»

«Come, 'di cosa si tratta'? So benissimo che non sei un granché informato, ma mi stai forse dicendo che non hai mai sentito parlare della Famiglia Chitanda?»

Stavolta scosse la testa e sospirò in un modo così plateale da risultare fastidioso. Ovviamente, era solo un altro dei suoi teatrini. Sapendo perfettamente quanto lui fosse un'enciclopedia vivente di nozioni inutili, non mi vergognavo affatto di ignorare l'ennesima scemenza.

«Cosa ci sarebbe da sapere sulla sua famiglia?»

Annuendo, tutto tronfio e soddisfatto, Satoshi iniziò a spiegare: «Sebbene ci siano diverse famiglie storiche a Kamiyama, le più importanti sono le quattro "Famiglie Esponenziali". La famiglia Juumonji, che gestisce il Santuario Arekusu; la famiglia Sarusuberi, proprietaria di diverse librerie rinomate; la famiglia Chitanda, con i suoi sconfinati terreni agricoli, e infine la famiglia Manninbashi, che governa letteralmente le montagne locali. Il primo kanji dei loro cognomi rappresenta un esponente del numero dieci (Dieci, Cento, Mille, Diecimila), per questo vengono chiamate Famiglie Esponenziali. Le uniche ad avere abbastanza influenza da poter competere con loro sono il clan Irisu, che gestisce l'ospedale locale, e la famiglia Toogaito, leader nel settore dell'istruzione.»

Sbattei le palpebre, allibito. «Famiglie Esponenziali? Satoshi, fai sul serio?»

«Che maleducato. Ho mai mentito su cose di questa importanza?»

Se lo diceva con quel tono, molto probabilmente era la verità. Ma famiglie storiche e prestigiose al giorno d'oggi? Mentre Satoshi continuava a guardarmi storto per la mia mancanza di fiducia, Chitanda gli venne provvidenzialmente in soccorso.

«Ehm, in realtà ho già sentito questa storia in passato. Anche se non sono sicura che la mia sia una famiglia famosa fino a questo punto.»

«Quindi è tutto vero?»

«Però vi assicuro che è la primissima volta in vita mia che sento il bizzarro termine "Famiglie Esponenziali".»

Fissai severamente Satoshi, che si limitò a fare spallucce.

«Non ho mai detto di aver mentito.»

«Eppure quel nome ridicolo te lo sei inventato di sana pianta adesso, confessa.»

«Beh, ho sempre desiderato essere colui che dà vita a una leggenda.»

Come per voler porre fine alla svelta a quell'argomento spinoso, Satoshi batté le mani. «Ad ogni modo, Houtarou, qual è il problema che vi affligge in questa stanza?»

Sempre il solito impiccione. Per farla breve, gli riassunsi la situazione paradossale in cui ci trovavamo.


♦ ----

Cominciava a fare buio, perciò Chitanda accese le luci.

Dopo aver ascoltato attentamente la storia, Satoshi incrociò le braccia e si lasciò sfuggire un lungo gemito pensieroso.

«Mmh, in effetti è uno strano caso.»

«In che senso strano? Chitanda si è solo dimenticata di aver chiuso la porta a chiave e ha fatto confusione, non è forse così?»

«No, è strano eccome.» Satoshi sciolse le braccia e batté le mani in un gesto teatrale. «Ultimamente le scuole sono diventate molto severe e paranoiche sulla gestione degli istituti. E il Liceo Kami è una bella scocciatura sotto questo punto di vista. Nel caso non te ne fossi ancora accorto, nessuna delle aule qui dentro può essere chiusa dall'interno con la chiave. Il motivo è puramente preventivo: impedire agli studenti di chiudersi dentro le stanze per fare cose sospette senza farsi vedere.»

Mentre Satoshi sciorinava la sua spiegazione con un'irritante aria trionfante, un dubbio si fece strada nella mia mente. Sapevo bene quanto potesse essere solerte nel reperire informazioni inutili, ma non si stava informando un po' troppo, considerando che era arrivato in questa scuola da meno di un mese?

«E tu come fai a sapere tutti questi dettagli?»

«Diciamo che la settimana scorsa stavo cercando di nascondermi indisturbato in un'aula per fare un piccolo esperimento in santa pace, e ho scoperto con rammarico che era fisicamente impossibile chiudere la porta dall'interno.»

«Sai una cosa? Secondo me la scuola ha progettato le porte proprio per impedire a tipi problematici come te di "fare cose sospette".»

«Beh, in effetti credo tu abbia ragione.»

«Puoi dirlo forte.»

Scoppiammo a ridere entrambi. Di fronte alle nostre risate goliardiche, del tutto prive di tatto vista la situazione, Chitanda indietreggiò di un passo. Notandolo, mi schiarii la voce per ricompormi.

«Beh, ci dev'essere un difetto nella serratura di questa porta, allora. Mistero risolto. Si sta facendo buio, quindi io me ne vado a casa.»

Mi alzai di scatto dal banco su cui ero seduto.

Poi sentii due mani afferrarmi saldamente per una spalla. Mi voltai e vidi Chitanda che mi si era avvicinata senza che me ne accorgessi minimamente.

«Aspetta un momento, per favore!»

«E adesso che c'è?»

«Sono curiosa.»

Trovandomi il viso di Chitanda a un palmo dal mio, trasalii.

«Quindi?»

«Perché sono stata chiusa dentro la stanza? E se non mi sono chiusa dentro da sola, come ho fatto a entrare in primo luogo?»

Lo sguardo penetrante di Chitanda emanava una tale ostinazione da non ammettere risposte banali o tentativi di fuga. Sopraffatto da quell'intensità quasi fisica, replicai debolmente: «E da me cosa vorresti?»

«Se è stato un errore commesso da qualcuno, di chi si tratta? E soprattutto, come ha fatto a chiudermi dentro per sbaglio sfidando la logica?»

«Ti ripeto che credo ci sia solo un problema meccanico con la serratura...»

«Sono davvero curiosa di saperlo, non riesco a smettere di pensarci» disse tutta d'un fiato, avanzando ancora di un passo e costringendomi a indietreggiare goffamente.

All'inizio avevo ingenuamente pensato a Chitanda come a una signorina educata e composta, ma era stata solo una banale prima impressione basata sul suo aspetto. Ora stavo vedendo la sua vera natura. Quei grandi occhi brillanti, in netto contrasto col suo portamento, riflettevano senza filtri un animo febbricitante. «Sono curiosa». Quella singola, ineluttabile frase era bastata a trasformare la pacata damigella di una fantomatica Famiglia Esponenziale nell'incarnazione fisica della curiosità.

«Come ha fatto a succedere? Oreki-san, e anche tu Fukube-san, vi prego, mi aiutereste a capirlo?»

«E perché mai dovrei...»

«Beh, a me sembra una faccenda decisamente interessante!» mi interruppe Satoshi, accettando la sfida con foga. Da lui non mi aspettavo altro, ma...

«Bene, divertitevi. Io vado a casa. La cosa non mi interessa minimamente.»

Nemmeno a dirlo, per un tipo come me si trattava solo di un enorme e stupido spreco di energie per un enigma da quattro soldi. E, in linea col mio ferreo principio del se non devo farlo, non lo faccio, me ne tiravo elegantemente fuori.

Tuttavia, Satoshi, che pure conosceva a menadito il mio modus operandi, insistette: «Oh, andiamo Houtarou, fa' il bravo e dacci una mano. Giuro che lo farei io se potessi, ma non posso giungere ad alcuna conclusione logica basandomi unicamente sul mio database interno. Mi serve il tuo cervello.»

«È una stupidaggine, io non...»

Mentre stavo per continuare la mia protesta, Satoshi lanciò una rapida occhiata di sbieco. Seguendo il suo sguardo, posai gli occhi su Chitanda.

«...Ugh.»

Con le labbra serrate in una linea sottile e i pugni che stringevano la stoffa della gonna, mi fissava dal basso verso l'alto con un'intensità quasi letale. Inconsciamente feci un altro passo indietro. Se si trattava di paragonare la forza di carattere, lei non aveva nulla da invidiare a mia sorella Tomoe.

Quello di Satoshi era un chiaro, tacito avvertimento: Amico, credo proprio che ti convenga assecondare i suoi capricci, o qui finisce male.

Spostando lo sguardo da Chitanda a Satoshi e viceversa, decisi per una volta di accogliere il suo saggio consiglio di sopravvivenza. Altrimenti, ci saremmo attirati addosso una sciagura di proporzioni bibliche.

«...Sì, immagino che sotto sotto sia interessante. Ci penserò su.»

Non mi restò altra scelta che pronunciare quelle parole con voce atona e rassegnata. Ma quella semplice risposta bastò a far illuminare lo sguardo di Chitanda.

«Davvero?! Oreki-san, ti è già venuta in mente una soluzione brillante?»

«Frena l'entusiasmo, Chitanda-san. Houtarou è il tipo a cui serve riflettere in silenzio prima di muoversi. Ma ti assicuro che una volta che ha riordinato le idee, è in grado di risolvere qualsiasi problema gli si pari davanti.»

Smettila di vendermi come se fossi un genio, logorroico d'un Satoshi. Anche se, a dire il vero, agire d'impulso prima di pensare non portava mai a nulla di buono.

E così, non potendo fuggire, mi misi a pensare.


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Quando Chitanda era entrata, la porta era aperta. Eppure, al mio arrivo, era inequivocabilmente chiusa a chiave.

Se dovevo credere alle nozioni di Satoshi, non c'era alcun modo in cui Chitanda potesse aver chiuso la porta dall'interno. Tuttavia, piuttosto che fermarmi a una regola così rigida, provai a considerare l'ipotesi di un'azione inconscia. Ad esempio: la porta era mezza bloccata o difettosa quando lei era entrata, e il meccanismo a molla all'interno della serratura doveva essere scattato per via di qualche vibrazione, finendo per chiuderla in trappola a sua insaputa.

Dopo aver esposto questa brillante teoria, Chitanda inclinò la testa trattenendosi diplomaticamente dall'esprimere un giudizio, ma Satoshi alzò subito la voce smontandomi in pieno.

«Sarebbe letteralmente impossibile. Non esiste che le serrature del Liceo Kami si incastrino a metà o scattino da sole, per via di come sono progettate le componenti interne. La chiave non potrebbe nemmeno essere estratta dalla toppa in quelle condizioni.»

Nessuno spazio per le mezze misure o le spiegazioni fantasiose, eh?

Se le cose stavano così, restava solo una possibilità sul tavolo: qualcuno aveva deliberatamente chiuso la porta dall'esterno in un momento preciso. Perciò le chiesi: «Ti ricordi esattamente a che ora sei entrata nell'aula?»

Chitanda ci pensò su. «Appena prima di te. Circa tre minuti, credo. Non di più.»

Tre minuti: un lasso di tempo decisamente troppo breve. Non ci sarebbe stato materialmente il tempo fisico per l'esecutore, visto che l'Aula di Geologia è il luogo più isolato e irraggiungibile dell'intero istituto.

La faccenda iniziava ad assomigliare a un vero mistero della camera chiusa. Mentre mi apprestavo a rivedere l'intero ragionamento da zero, Chitanda gridò all'improvviso, battendo le mani: «Ah!»

«Che c'è, Chitanda-san? Hai ricordato qualcosa?»

«Lo so! Ho la soluzione! Pensateci un attimo: chi altri possiede materialmente la chiave di questa stanza in questo momento?»

«Eh? Chi?»

Chitanda sfoggiò un sorriso trionfante. Per qualche oscuro motivo, ebbi l'ennesimo brutto presentimento. Come volevasi dimostrare, si voltò di scatto verso di me, puntandomi l'indice contro, e proclamò: «Oreki-san, ovviamente. Lui ha la chiave, l'assassino è lui.»

Esattamente come previsto. Ma prima ancora che potessimo farle notare quanto fosse poco geniale o credibile come deduzione, lei stessa realizzò l'assurdità della cosa e si corresse portandosi le mani alla bocca: «Ah, ma è una cosa possibile per il carattere che ha? Oreki-san non è forse una persona assolutamente affidabile e... pigra?»

Si dicono cose del genere, mescolando insulti e complimenti, davanti al diretto interessato? Mentre io rimanevo senza parole, un po' ferito nell'orgoglio, Satoshi scoppiò a ridere.

«Beh, non so se Houtarou sia affidabile o meno in linea generale, ma di certo non credo sia il tipo di sociopatico che si divertirebbe a rinchiuderti lì dentro per passatempo. Non ci guadagnerebbe niente e farebbe solo fatica.»

Centrato in pieno. Mi conosceva bene: non avrei mai mosso un dito o faticato per qualcosa da cui non potessi trarre un vantaggio pratico lampante. Questo significava banalmente che non ero stato io a chiudere la porta dall'esterno.

Allora... chi diamine era stato?

Brancolavo nel buio. Tornai a grattarmi rumorosamente la testa. Per qualche strana ragione mi sentii quasi in colpa quando dovetti ammettere: «Così non andiamo da nessuna parte. Voi due avete qualche indizio a cui aggrapparvi?»

«Indizio? Cosa intendi esattamente per indizio?»

Che contro-domanda disarmante. Satoshi mi venne in soccorso, ampliando la mia spiegazione per farla capire a Eru.

«Un dettaglio che si discosta dalla norma, un'anomalia. Hai notato qualcosa di diverso o di strano prima di ritroverti chiusa dentro, Chitanda-san? Pensa bene.»

«Mmh, ora che mi ci fai pensare...»

C'era stato davvero qualcosa di diverso dal solito silenzio? Anche se in fondo al cuore non mi aspettavo certo rivelazioni folgoranti, Chitanda si guardò intorno prima di abbassare lo sguardo e rivelare dolcemente, come se fosse un segreto: «Poco fa, nel silenzio della stanza, ho sentito distintamente dei rumori metallici provenire da sotto i miei piedi.»

Rumori?

Quindi qualcuno aveva effettivamente chiuso la porta armeggiando dall'esterno? Continuavo a non capire come.

No, aspetta un attimo... e se le cose stessero in quel modo semplice e non ci fosse nessun "esterno" legato a questa porta?

...Capisco.

Mettendo insieme i pezzi come in un puzzle, la soluzione mi apparve improvvisamente chiara e nitida. Satoshi notò subito il cambiamento impercettibile nella mia espressione e disse: «Houtarou, mi sa che hai appena capito qualcosa di grosso, vero?»

Presi la borsa a tracolla in religioso silenzio.

«D-dove stai andando all'improvviso, Oreki-san?»

«Andiamo tutti giù ad assistere in diretta alla rievocazione della scena del crimine. Se siamo fortunati, faremo in tempo a vederla coi nostri occhi.»

Scesi le scale, percependo la frenesia di Chitanda alle mie calcagna, seguita a ruota da Satoshi.


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Si era fatto piuttosto tardi e l'orario di chiusura dei cancelli si avvicinava. Fuori dalle finestre, la squadra di baseball stava ritirando l'attrezzatura per andare a casa. Chitanda e Satoshi, che in condizioni normali mi sarei lasciato indietro da un pezzo, avevano finito per seguirmi come ombre.

Chitanda teneva il mio passo e mi premeva impaziente: «Dicci tutto, dai. Come hai fatto a capire il trucco?»

Satoshi fece fastidiosamente eco da dietro: «Ha ragione, sai. Non dovrebbero esserci segreti tra compagni di club.»

Senza degnarmi di voltare la testa, risposi con flemma: «Non è un segreto di stato. È solo una cosa talmente banale da non richiedere chissà quale spiegazione teatrale.»

«Sarà banale per te, Oreki-san. Ma io continuo a non arrivarci.»

Chitanda mise un tenero broncio. Dar spago alle sue lamentele spiegando per filo e per segno il trucco era una scocciatura che avrei evitato volentieri, ma eludere ostinatamente le sue domande avrebbe richiesto un dispendio di energie altrettanto logorante. Mi sistemai la tracolla sulla spalla e cercai il modo più semplice per iniziare.

«D'accordo, sentite qui. E se vi dicessi che la porta della nostra aula è stata chiusa a chiave da qualcuno tramite un passepartout?»

La voce di Chitanda si levò altissima e carica di stupore infantile. A quanto pare dovevo proprio partire dalle basi della logica elementare.

«Ehh? In che senso un passepartout?»

«Riflettete. L'Aula di Geologia si trova in un'ala remota del campus. Se qualcuno ti avesse voluto chiudere dentro con la chiave originale, avrebbe dovuto poi correre a riportarla in portineria, prima ancora che potessi arrivare io a prenderla in prestito. Tre minuti sarebbero stati un intervallo di tempo fisicamente impossibile per chiunque, Bolt compreso.»

«Capisco, ha senso. Quindi dev'essere stata usata un'altra chiave, e dato che esiste una sola copia originale in sala professori, l'unica alternativa logica è la chiave universale, il passepartout. Giusto?»

Esatto. E ovviamente è lecito aspettarsi che gli studenti normali non abbiano libero accesso ai passepartout della scuola.

Inoltre, avevamo a disposizione un'altra prova schiacciante per identificare il colpevole.

«Chitanda-san, poc'anzi hai detto di aver sentito dei rumori metallici provenire dal piano di sotto, corretto?»

«Sì, esatto.»

«Se il suono che hai avvertito proveniva esattamente dal pavimento del quarto piano, qual è la deduzione più logica?»

Satoshi, con l'aria rilassata di chi ha già unito i puntini, rispose al posto suo: «Che il rumore provenisse in realtà dal soffitto del terzo piano.»

«Un applauso. Ed ecco svelato misteriosamente chi ha usato il passepartout.»

L'unica figura all'interno dell'istituto che lavorerebbe ai soffitti delle aule per fare rumorosa manutenzione al termine delle lezioni sarebbe...

«Sono sbalordita che tu sia riuscito a dedurre con così pochi elementi che fosse opera del bidello!» esclamò Chitanda, annuendo energicamente.

La persona che noi due avevamo incontrato poco prima nel corridoio del terzo piano era per l'appunto il bidello, con la sua inseparabile scala a pioli. Uscendo in quel momento da un'aula, piazzò la scala sul pavimento e tirò fuori un grosso mazzo di chiavi dalla tasca dei pantaloni. E proprio davanti ai nostri occhi attenti, iniziò a chiudere le porte del terzo piano, una dopo l'altra.

In altre parole, la sua routine era semplice: prima sbloccava tutte le porte del piano in serie per potervi accedere a piacimento senza intoppi e fare i suoi lavori di manutenzione. Poi, una volta finito, rifaceva il giro in senso inverso chiudendole in blocco senza controllare all'interno. Se un alunno fosse entrato silenziosamente in un'aula al quarto piano mentre la serratura era aperta dal bidello per prepararsi al giro successivo, quello sventurato studente si sarebbe inevitabilmente ritrovato chiuso dentro al momento della mandata.

Proprio come era accidentalmente successo a Chitanda.

Riguardo a cosa diavolo stesse armeggiando il bidello, non ne avevo la minima idea. Visto che passava in rassegna così tante aule, probabilmente stava sostituendo le lampadine fulminate o controllando lo stato dei rilevatori antincendio. A ogni modo, il grande mistero ansiogeno di Chitanda era stato ampiamente risolto.

Il nostro primo caso era chiuso.

«Visto cosa ti avevo detto? Te l'avevo assicurato che ci sarebbe arrivato in un attimo, mettendosi a riflettere un minimo con la sua testa.»

«Avevi ragione. Sono a bocca aperta per la tua intelligenza, Oreki-san.»

Io non mi reputavo certo così geniale... dopotutto, era stato Satoshi a fornirmi il pezzo grosso del puzzle informandomi sul sistema delle serrature scolastiche, ed era stata la stessa Chitanda a notare con prontezza il rumore. Nel mio piano originale c'era pure la codarda intenzione di fare il finto tonto fino all'ultimo per sfuggire alla fatica... Pazienza, che pensino pure quello che vogliono. Per quanto mi fosse costato fatica fisica e mentale scendere fin lì, guardando il viso di Chitanda e scorgendo una così sincera ammirazione brillare in quegli occhi enormi, finii per rimangiarmi ogni possibile lamentela.

«Beh, insomma. Tralasciando il trucco, nonostante ti trovassi in un ambiente chiuso, isolato e silenziosissimo, continuo a non spiegarmi come tu non abbia avvertito il forte rumore metallico della tua stessa porta chiusa a chiave a un metro di distanza.»

Chitanda non percepì minimamente la frase dubbiosa né come una critica né come una frecciatina sarcastica, e si limitò a sorridere angelicamente.

«Beh, per questo c'è una spiegazione banale. Ero... sì, ero completamente assorta a guardare quell'edificio fuori dalla finestra.»

Disse, indicando col dito un edificio isolato vicino alla strada esterna. Era il famigerato Dojo di Arti Marziali. Un logoro e triste capannone in legno, rovinato dal tempo e divorato dalle intemperie a cui era stato esposto inesorabilmente per decenni. Decisi di prendere esempio dalla sua innocenza e diedi voce ai miei pensieri in modo schietto: «Sembri letteralmente ipnotizzata da quel rudere.»

«Non ti sbagli, è solo che lo trovo un edificio misterioso e affascinante a modo suo.»

«Mmh.»

Io non vedevo cosa potesse esserci di misterioso in un ammasso di assi marce, ma Satoshi parve cogliere qualcosa di romantico nel segno quando mormorò con tono solenne: «Beh, in effetti sembra antico e carico di storia.»

«Sì, esatto. Proprio così.»

Era davvero così? Poteva darsi, ma essersi lasciata distrarre a tal punto da un vecchio rudere cadente da non sentire una serratura scattare... non capivo se fosse una questione di eleganza d'altri tempi o di pura sbadataggine incurabile.

Poco dopo arrivammo di fronte a un semaforo pedonale rosso, ponendo fine alla nostra camminata. Attorno a noi c'erano altri gruppetti di studenti sulla via del ritorno.

«A proposito, mi sono accorta che non ci siamo ancora presentati come si deve», disse gentilmente Chitanda rompendo il silenzio dell'attesa.

«Presentati?»

«Sì. Dopo tutto, da oggi in poi il tradizionale Club di Letteratura Classica darà ufficialmente inizio alle sue attività. Promettiamo di impegnarci per divertirci insieme.»

Il Club di Letteratura Classica! Me n'ero completamente dimenticato tra un mistero e l'altro. Ero andato lassù unicamente per assicurarmi di aver ottenuto la mia comoda base segreta privata, ma era andato tutto all'aria dal momento in cui avevo scoperto che Chitanda si era iscritta al mio stesso club. Ormai, però, era acqua passata. Il mio modulo di iscrizione era già stato messo agli atti dal professore incaricato. E in questa scuola severa, era rigorosamente impossibile ritirarsi da un club prima che fosse trascorso almeno un estenuante mese.

Mentre chinavo la testa sconsolato per il mio fato segnato, Chitanda si voltò e rivolse un sorriso abbagliante a Satoshi.

«Ti unisci anche tu, Fukube-san? Vero?»

Satoshi incrociò le braccia con aria teatrale e finse di pensarci su per un interminabile istante, prima di rispondere lesto con un sorrisetto furbo: «Beh, suona come un club decisamente interessante in cui succedono cose assurde. Affare fatto, contatemi a bordo.»

«Sarà un vero piacere conoscerti meglio e condividere quest'esperienza, Fukube-san.»

«No, mia cara, ti assicuro che il piacere è tutto mio... Lieto di conoscerti come nuovo compagno di club anche tu, Houtarou.»

Lanciai un'occhiataccia assassina a Satoshi, che ovviamente decise di fare lo gnorri e ignorarla.

Non appena il semaforo divenne verde, ricominciai a camminare a testa bassa. Infilando per caso la mano nella tasca, sentii la fredda consistenza della carta sotto le dita. Era la lettera di mia sorella.

E in effetti, ripensandoci bene, da quando quella missiva minatoria mi era stata recapitata a casa quella mattina, avevo avuto la sinistra, inequivocabile sensazione che si fossero messi in moto degli ingranaggi irrefrenabili del destino.

Sei contenta adesso, sorellona? Ora ci sono ben tre membri a far parte del Club di Letteratura Classica, lo scrigno dei tuoi ricordi giovanili. Il leggendario e tradizionale club era a tutti gli effetti risorto dalle ceneri. Questo, con assoluta e drammatica probabilità, significava anche dover dire addio ai miei sereni e pacifici giorni liceali all'insegna dell'ozio e del risparmio energetico. Il motivo per cui ne ero così certo era presto detto...

«Ah già, un'ultima cosa, non abbiamo ancora deciso un presidente del club tra di noi. Come vogliamo fare?»

«Hai ragionissima. Anche se il qui presente Houtarou non mi sembra decisamente tagliato per fare il presidente.»

Quei due non avrebbero mai tollerato passivamente il mio noioso stile di vita improntato al risparmio energetico. Fosse stato solo per Satoshi avrei anche potuto gestirla e ignorarlo in qualche modo, abituato com'ero alle sue stravaganze, ma il vero e insormontabile problema era...

I nostri sguardi si incrociarono per un solo secondo. Eru Chitanda mi rivolse l'ennesimo, disarmante sorriso sfoderando i suoi occhioni grandi e vispi, colmi di insaziabile curiosità verso il mondo.

Il vero, enorme problema era proprio quella strana ragazza. Ne avevo il vago, e al contempo terrorizzante, presentimento.


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