Hyouka (Italiano):Volume 1 Capitolo 5

From Baka-Tsuki
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5 - Il sigillo nascosto del Prestigioso Club di Letteratura Classica

Sebbene il Liceo Kamiyama offra programmi di studio orientati agli esami di ammissione all'università, non si sforza più di tanto per scalare le classifiche nazionali. Organizza simulazioni per i futuri universitari solo un paio di volte l'anno e non prevede corsi estivi di recupero. Tutto sommato, si respira un'atmosfera piuttosto rilassata.

Ciononostante, perfino al Kamiyama si tengono i regolari esami di fine quadrimestre. E se la vita di un liceale dovesse davvero essere "color rosa", allora le aule d'esame ne rappresenterebbero il predatore naturale. Le attività del Club di Letteratura Classica avevano quindi subito una battuta d'arresto, essendo severamente vietato frequentare i circoli durante la sessione di test. Anche se, a dirla tutta, non è che avessimo chissà quali mansioni da sbrigare; dovevamo banalmente riconsegnare la chiave dell'aula in segreteria.

Oggi era l'ultimo giorno di esami. Me ne stavo sdraiato sul letto in camera mia, a fissare il soffitto. E come al solito, non c'era assolutamente nulla di nuovo in quell'infinita distesa bianca.

In termini di risultati accademici, i membri del Club di Letteratura Classica avevano offerto uno spaccato interessante.

Partiamo da Satoshi Fukube. Pur essendo un'enciclopedia vivente di nozioni inutili, non nutre il benché minimo interesse per lo studio canonico. Dato che gli esami sono finiti oggi, non so dire con esattezza come sia andato, ma so per certo che nei test di metà semestre ha fatto pena. All'epoca si era giustificato dicendo: «È solo perché ero troppo impegnato a studiare il motivo per cui i giapponesi oggigiorno non scrivono più i kanji in stile corsivo». Se Satoshi ritiene che una cosa sia importante, allora per lui lo è abbastanza. Senza offesa, ma a lungo termine suona come una sciocchezza monumentale. Anche se dubito che a lui importerebbe un bel niente del mio parere: se lo definissi uno "spirito libero", probabilmente la prenderebbe come un complimento. Per farla semplice, è solo un adorabile sciocco.

Poi c'è Mayaka Ibara, che pur facendo formalmente parte del Club di Ricerca sui Manga, si è unita a noi solo per continuare a ronzare attorno a Satoshi. Lei rientra di diritto nella categoria degli sgobboni. Essendo solita ripassare minuziosamente ogni errore, i suoi voti la collocano nella metà superiore della classifica. Tuttavia, dedicare tutto quel tempo a uno studio forsennato non sembra migliorarne le medie in modo sostanziale. In poche parole, Ibara è nevrotica; una perfezionista cronica. Per quanto la sua lingua possa essere tagliente, il suo punto debole è l'essere troppo ossessionata dal trovare la risposta impeccabile. Sospetto applichi questi stessi standard spietati anche a se stessa, nella vita di tutti i giorni.

Infine c'è Eru Chitanda, che svetta su tutti noi con punteggi altissimi. Un rapido sguardo alla bacheca dei risultati ha rivelato che si è classificata sesta nell'intero istituto. Eppure, non sembrava affatto soddisfatta, né dei voti né del curriculum liceale in sé. Una volta mi ha detto che non le bastava imparare singole nozioni: lei voleva "comprendere l'intero sistema".

Non avevo la più pallida idea di cosa diamine intendesse, ma capivo bene perché fosse così ostinata nel saziare la propria curiosità. Prendiamo il caso di suo zio: probabilmente il suo vero scopo è comprendere l'intero "sistema" che ruota attorno alle parole che lui le disse anni fa. È il tipo di persona disposta a tutto pur di risalire alla causa scatenante.

Per quanto mi riguarda, i miei voti erano la normalità assoluta.

Su trecentocinquanta studenti del mio anno, mi sono classificato centosettantacinquesimo. Sembrava quasi uno scherzo del destino: spaccavo esattamente a metà la classifica. Non mi importava che la curiosità di Chitanda le fruttasse ottimi voti o che le eccentricità di Satoshi lo penalizzassero, né compativo Ibara per le sue frustrazioni da perfezionista. Sebbene non fossi così menefreghista da non aprire un libro, il mio livello di studio era "tiepido", per usare un eufemismo. Mi collocavo giusto al di sotto del fiore all'occhiello e al di sopra del fondo del barile. Non nutrivo il minimo desiderio di salire o di scendere.

Capisco. Dev'essere per questo che Satoshi sostiene di non riuscire ad associare altro colore se non il grigio alla mia vita liceale.

Ovviamente, il colore di una vita non si limita ai soli risultati accademici. Ci sono i club, lo sport, gli hobby, l'amore... tutte quelle cose che costituiscono la nostra umanità. Dopotutto, si dice spesso che non si può vedere la foresta se si guarda solo il singolo albero, e un singolo voto non definisce il quadro generale. Sebbene il dizionario definisca la giovinezza "color rosa", queste rose dovrebbero comunque essere piantate nel terreno giusto per poter sbocciare.

Diciamo solo che io non sono affatto il terriccio più adatto per farci crescere delle rose.




Mentre me ne stavo steso sul letto perso in queste elucubrazioni, sentii un rumore provenire dal piano di sotto. Sembrava il tonfo della posta.

Dopo essermi accertato che si trattasse effettivamente di una lettera, rimasi allibito. La busta era decorata con le inconfondibili strisce rosse, blu e bianche della posta aerea internazionale. Controllato il mittente, giunsi alla logica conclusione che l'unica persona al mondo in grado di spedire roba simile a casa Oreki fosse Tomoe. Da dove l'aveva spedita stavolta... da Istanbul?

Aprii la busta lì su due piedi e all'interno trovai diverse lettere, una delle quali era indirizzata a me.

Caro Houtarou,

Al momento mi trovo a Istanbul. A causa di un paio di imprevisti sono rintanata nel consolato giapponese, quindi non ho ancora avuto modo di visitare granché della città.

Sono sicura che sia un posto magnifico. Se potessi usare una macchina del tempo e visitare questo luogo nel passato, credo che mi piacerebbe provare a chiudere le porte della città con le mie mani, forse finirei persino per cambiare la storia. Ma non sono una storica, quindi non sono brava a speculare sui "cosa sarebbe successo se".

È un viaggio molto interessante. Sono certa che tra dieci anni ripenserò a ognuno dei giorni trascorsi qui senza alcun rimpianto.

A proposito, come procede con il Club di Letteratura Classica? I membri sono aumentati?

Non scoraggiarti, anche se ci fossi solo tu! La solitudine aiuta l'uomo a diventare più forte.

Se invece ci sono altre persone, eccellente. Aiuta a migliorare l'interazione con il prossimo.

Comunque, ti scrivo perché c'è una cosa che mi preme.

Avete già iniziato a lavorare alla pubblicazione dell'antologia? Il club ne pubblica sempre una ogni anno, quindi mi chiedevo se aveste intenzione di portare avanti la tradizione.

Se lo state facendo, immagino sarete a corto di idee su cosa diamine scrivere. Dopotutto, le vecchie antologie non sono conservate nella biblioteca dell'istituto.

Dovreste riuscire a trovare i numeri passati all'interno di una vecchia cassaforte per reagenti chimici nell'aula del club. La serratura è già rotta, quindi vi basterà forzarla per aprirla.

Ti chiamo quando arrivo a Pristina.

Con affetto,

Tomoe.

Rintanata nel consolato giapponese? Si può sapere in che razza di guaio ti sei cacciata questa volta, sorellona? Comunque, non che la cosa mi preoccupi più di tanto: i dettagli dell'incidente saranno sicuramente scritti nella lettera indirizzata a nostro padre. E dove avevo già sentito nominare Pristina? Non riuscivo a ricordarlo. Trattandosi delle mete di mia sorella, sarà senza dubbio l'ubicazione di qualche antico campo di battaglia.

A ogni modo, non potei fare a meno di sospirare profondamente. Mia sorella dispone per caso di una rete di spionaggio segreta per raccogliere informazioni su di me? Oltretutto, non sapevo che il club nascondesse in gran segreto i propri arretrati di generazione in generazione. Eppure, stavamo proprio cercando quelle benedette antologie senza aver la minima idea di dove potessero essere finite.

Erano passati pochissimi giorni da quando Chitanda mi aveva affidato il suo gravoso incarico personale, anche se le restava in sospeso il suo dovere in quanto presidente: la pubblicazione dell'antologia. Chitanda era parsa sinceramente afflitta scoprendo che l'archivio della biblioteca non disponeva dei numeri arretrati; se mia sorella aveva ragione, questa dritta ci sarebbe stata di enorme aiuto.

Se lo scopo in sé è ottenere il risultato, allora conseguire tale risultato soddisferà lo scopo. Pur avvertendo che a questa fastidiosa massima si stesse aggiungendo un ulteriore strato di seccature, mi sembrava crudele tenere un'informazione del genere per me.

Come al solito, Tomoe si intrometteva nella mia vita per complicarla. Ficcai rassegnato la lettera nella tasca dei pantaloni della divisa e chiusi l'armadio.




L'indomani, finite le lezioni, mi diressi verso l'aula del club. Il clima era sorprendentemente piacevole per essere una giornata post-esami, al punto che chiunque sarebbe stato dell'umore giusto per partecipare alle attività pomeridiane. Dal campo sportivo si levavano le urla delle squadre, mentre si udivano distintamente le melodie della Banda di Ottoni e del Club di Musica Leggera. Sebbene i club sportivi fossero solitamente i più in vista, il Festival Kanya era rinomato per l'incessante turbinio di eventi organizzati dai circoli culturali. In questo momento della giornata, l'Ala Speciale doveva essere letteralmente formicolante di studenti.

Ed è proprio nell'angolo più alto e remoto di quest'ala che si trova l'Aula di Geologia, dove mi attendevano Chitanda e Ibara. Pur essendosi conosciute solo in occasione del caso in biblioteca, sembrava andassero già d'amore e d'accordo. Oggi erano sedute l'una di fronte all'altra, nel bel mezzo di una fitta conversazione.

Essendo ormai arrivata l'estate, le uniformi a maniche corte donavano loro un'aria fresca. Le braccia abbronzate di Ibara facevano un netto contrasto con quelle candide e pallide di Chitanda. Eravamo già nella stagione in cui il sole picchia duro, eppure sembrava che la nostra signorina fosse del tutto immune alla melanina. Inclinai la testa per cercare di cogliere di cosa diavolo stessero discutendo.

«In altre parole, gli articoli che scriveremo dovranno essere inerenti all'argomento.»

«Vuoi dire che potremmo contare sull'aiuto di esterni per riempire la nostra antologia?»

«Non preoccuparti per questo, credo di potermi muovere tramite le mie conoscenze nel Club di Ricerca sui Manga per avere dei contributi.»

«Riusciresti a fare una cosa del genere?»

Ah, stanno parlando dell'antologia, eh? Beh, buona fortuna.

All'improvviso, il corpo di Chitanda si irrigidì e si coprì in fretta il viso con le mani.

Che le prende?

«...Etciù!»

Starnutì. Lo fece in un modo composto e silenzioso, d'altri tempi.

«Etciù! Etciù!»

«Che succede, Chi-chan? Hai preso freddo? O è un'allergia?»

«...Ah, adesso sto un po' meglio. È davvero imbarazzante, ma mi sa di aver preso un raffreddore estivo...»

Mmh, un raffreddore in piena estate è tosto da smaltire. A pensarci bene, la sua voce suonava decisamente più nasale del solito.

Comunque, decisi di palesarmi.

«Ehi, Chitanda, Ibara.»

«Ah, Oreki-san.»

«Ibara, sicuro che al Club di Ricerca sui Manga stia bene che tu te ne stia a poltrire qui?»

«Yep, è tutto sistemato. Cosa c'è, hai per caso qualche problema con la mia presenza?»

E perché dovrei?

Decisi di saltare i convenevoli. Andai dritto al sodo, estraendo la lettera di mia sorella.

«Come sapete, mia sorella faceva parte del Club di Letteratura Classica. Ieri mi ha scritto indicandomi l'esatta ubicazione degli arretrati della nostra antologia.»

Chitanda mi rivolse uno sguardo puramente confuso. Sembrava non aver ancora processato l'informazione.

«So dove possiamo trovare i numeri arretrati.»

Si morse le labbra sottili più volte, come se stesse lottando per trovare le parole giuste.

«È...» Era talmente a corto di parole che sgranò completamente gli occhi. «È la verità!?»

«Certo che lo è. Cosa ci guadagnerei a mentirti, dopotutto?»

Come a voler confermare intimamente ciò che le avevo appena detto, le labbra sottili di Chitanda si aprirono in un sorriso smagliante. Sebbene l'elegante fanciulla del clan Chitanda non stesse esattamente sorridendo da un orecchio all'altro, era lampante che fosse al settimo cielo. Persino se io ottenessi l'oggetto dei miei sogni più reconditi, dubito sarei riuscito a fare una faccia del genere. In confronto a questa radiosa allegria, la Chitanda tormentata che avevo incontrato al caffè sembrava una persona completamente diversa.

Potevo sentirla sussurrare tra sé e sé, come in tranche: «Capisco, le antologie... Eheh, i numeri arretrati...»

Questa Eru Chitanda può essere una persona davvero pericolosa se le si dà corda.

Tuttavia, Ibara inarcò le sopracciglia e contestò: «Ne sei assolutamente certo? Perché mai qualcuno dovrebbe scriverti una lettera internazionale al solo scopo di rivelarti un'informazione simile?»

Ottima domanda. Nessuna persona sana di mente penserebbe mai di ricevere direttive su dove trovare scartoffie scolastiche tramite una lettera spedita da Istanbul. Ma questa era a tutti gli effetti una missiva di Tomoe, ed era fisicamente impossibile prevedere cosa diamine lei reputasse di vitale importanza.

«Il punto è che ho la lettera proprio qui, quindi potrete giudicare voi stesse se si tratta di una frottola o meno. Volete leggere?»

Spiegai il foglio e lo appoggiai sul tavolo. Man mano che scorrevano le parole inchiostrate, calò un silenzio di tomba. La prima a romperlo fu Chitanda.

«...A tua sorella piace visitare la Turchia?»

«A lei piace visitare il mondo.»

«Hai davvero una sorella straordinaria.»

Sebbene la sua proverbiale curiosità fosse stata stuzzicata dai passaggi più bizzarri del testo, non era su quello che volevo si concentrasse.

«Sono certa che tra dieci anni ripenserò a ognuno dei giorni trascorsi qui senza alcun rimpianto. Ahh, che frase malinconica e profonda.»

Beh, concordo, ma non è nemmeno quello il punto.

Continuando a leggere, aprirono la bocca in contemporanea.

«...La cassaforte dei prodotti chimici?»

«Una cassaforte per reagenti chimici, eh?»

Ibara si guardò in giro nell'Aula di Geologia, per poi portarsi le mani sui fianchi e gonfiare il petto. «Mmh, io qui dentro non vedo niente che assomigli a una roba del genere.»

«Direi di no.»

Non ci voleva un genio per capirlo. Ma Chitanda, all'improvviso, sembrava essersi fatta pallida come un lenzuolo.

«Eh!? E a-allora d-dove sono le antologie...»

«Chi-chan! Calmati, respira, calmati!»

Riguardo a chi Ibara stesse chiamando "Chi-chan", non poteva esserci nessun'altra se non Chitanda. Quell'Ibara le aveva proprio affibbiato un nomignolo adorabile. Quindi la sua famigerata lingua tagliente non veniva utilizzata contro Eru, eh? Anche se, a dirla tutta, è fisiologicamente arduo provare ostilità verso una creatura come lei.

Sventolai la lettera davanti alla faccia di una Chitanda ora più tranquilla:

«Chitanda, questa lettera parla esplicitamente di una "vecchia cassaforte per i reagenti chimici nell'aula del club". Sono passati due anni da quando mia sorella si è diplomata. Molto probabilmente, da allora a oggi, l'aula assegnata al circolo è cambiata.»

«Ah... Dici davvero?»

«Quindi, Oreki, tu hai per caso idea di dove fosse l'aula del club due anni fa?»

Per evitare qualsiasi viaggio a vuoto o svista, mi ero assicurato di fare una capatina in sala professori prima di salire.

«Ho chiesto lumi al nostro insegnante supervisore: mi ha confermato che all'epoca la sede era il Laboratorio di Biologia.»

«Ti sei preparato per bene, a quanto vedo.»

«Era la cosa più efficiente da fare.»

«Che insolito entusiasmo da parte tua.»

Falso. Normalmente non sarei mai così proattivo per fare il lavoro sporco.

«Il Laboratorio di Biologia si trova esattamente al piano di sotto. Ora che lo sappiamo, vogliamo andarci?»

Sentito ciò, Chitanda sgattaiolò fuori dalla porta alla velocità della luce.

Se c'è qualcuno di davvero entusiasta in questo club, è senza dubbio lei.




Il Laboratorio di Biologia si trovava, come detto, proprio sotto l'Aula di Geologia. Se l'aula di Geologia, situata nell'angolo estremo dell'Ala Speciale, rappresentava la regione più remota del liceo, allora anche Biologia al terzo piano poteva essere considerata una zona periferica e morta. Pur avendo affermato che l'Ala Speciale brulicava di studenti, c'erano le dovute eccezioni. Nonostante nel corridoio principale ci fosse un gran viavai, il corridoio che conduceva alla nostra meta era costellato di aule vuote, e non c'era nessun altro diretto da quelle parti.

Lungo il tragitto, Chitanda starnutì svariate volte.

«Il raffreddore è davvero così forte?»

«Vi prego, non preoccupatevi. Forse non riesco a smettere di starnutire, ma è solo colpa del mio naso sensibile... Etciù!»

Sì, certo. Se fossi stato al suo posto, mi sarei sentito uno straccio a forza di starnutire in quel modo. C'era da aspettarselo dalla nostra signorina, capace di mostrare una modestia quasi stoica.

Camminando davanti a noi, Ibara voltò la testa all'indietro:

«Oreki, per caso hai tu la chiave di quest'aula?»

«No, pare l'abbia già presa in prestito qualcun altro in segreteria.»

«Etciù!... Questo significa forse che l'Aula di Biologia è attualmente occupata da un altro club?»

«A patto che non sia stata presa da uno sciocco qualunque per sbaglio, è un'ipotesi plausibile.»

«Oreki-san... è da maleducati dare dello sciocco alle persone a prescindere.»

Mi beccai una sgridata. Se si offendeva persino per una piccolezza del genere, né Satoshi né Ibara avrebbero avuto scampo con lei. Sorrisi amaramente e mi guardai attorno.

Qualcosa appoggiato al muro del corridoio attirò la mia attenzione. Si trattava di una piccola scatola; essendo verniciata dello stesso colore bianco del battiscopa, risultava decisamente mimetizzata e invisibile a un occhio distratto. Guardando verso il lato opposto, notai un'altra scatola identica. Che qualcuno le avesse dimenticate lì per sbaglio? Non sembrando roba di valore, smisi subito di prestarci attenzione. Chinarsi per raccogliere da terra un oggetto che vale meno di uno yen non è un'impresa che valga la fatica: l'energia spesa per il movimento equivale grosso modo a uno yen di sforzo fisico. È l'abc del buonsenso per un risparmiatore di energie come me.

Eravamo giunti davanti alla porta del Laboratorio di Biologia. Mentre valutavo se fosse il caso di bussare, Chitanda aveva già allungato la mano verso la maniglia.

«Eh?»

La porta non voleva saperne di aprirsi.

«È chiusa a chiave.»

«Così sembra.»

Le due ragazze si voltarono all'unisono verso di me: Chitanda con un'aria genuinamente preoccupata, Ibara fissandomi con gelida supponenza. È una vera seccatura avere gli occhi puntati addosso in questo modo accusatorio.

«Guardate che non ce l'ho davvero io la chiave, eh. Quindi non ho la più pallida idea del perché la porta sia bloccata dall'interno.»

Ibara provò a forzare la maniglia una seconda volta, ottenendo in risposta solo lo scricchiolio metallico della serratura. Con tempismo perfetto, Chitanda pronunciò le parole che mi stavano per uscire di bocca: «...Di nuovo?»

Già, di nuovo.

«Chi-chan, cosa intendi dire?»

«Uhm, ecco, ci è successa una cosa molto simile in aprile...»

Dubito che Chitanda se ne sia resa conto, ma a quanto pare le porte delle aule del Liceo Kami sono maledette. Mentre riassumeva a Ibara il famoso incidente di aprile, iniziai a spremermi le meningi su come sbrogliare la situazione.

«...Ed è esattamente così che è andata.»

«Mmh, quindi Oreki è riuscito a dedurre tutto quello, eh?»

Senza pensarci due volte, feci dietrofront e gridai in tono sarcastico contro il legno della porta:

«C'È NESSUNO LÌ DENTRO?»

Ovviamente, non mi aspettavo la minima risposta.

Eppure, una risposta ci fu. Si udì il rumore metallico e sordo del fermo che scattava all'indietro.

«Sì, chi è?»

Subito dopo, la porta scorse e venne aperta.

Sulla soglia si stagliò la figura di uno studente, che indossava la camicia leggera e i pantaloni scuri dell'uniforme. Era un ragazzo piuttosto alto e dalla corporatura esile. Dal portamento, sembrava incarnare più lo stereotipo dell'intellettuale che dello sportivo. Dopo aver dedotto l'anno che frequentavamo dal colore dei nostri colletti, ci rivolse un sorriso formale e disse: «Oh, vi chiedo scusa per l'inconveniente. Avevo chiuso la porta a doppia mandata. Siete per caso interessati a iscrivervi al Club del Giornale Murale?»

Se te ne stavi lì dentro a non fare niente, avresti dovuto aprirci subito la stramaledetta porta, idiota. Mettendo da parte i miei pensieri astiosi, chiesi: «Questa è la sede del Club del Giornale Murale?»

«Esattamente. Non siete qui per dare un'occhiata e unirvi a noi?»

Uscendo in corridoio, lo studente richiuse la porta con cura. In quel preciso istante, fui investito da una zaffata di odore chimico, simile a un disinfettante al mentolo, che proveniva dai suoi vestiti. A quanto pare, il nostro amico intellettuale ha un debole quasi maniacale per i deodoranti stucchevoli. Notando che stavo arricciando il naso per la puzza invadente, inarcò le sopracciglia con aria di sfida, come a voler dire: Hai forse qualche problema, pivello?

Tuttavia, recuperò in fretta il suo contegno cortese e chiese: «Dunque, in cosa posso aiutarvi?»

Ci scambiammo una tacita occhiata, stabilendo all'unanimità che la mossa migliore fosse lasciare la parola alla nostra presidente.

«Buon pomeriggio. Il mio nome è Eru Chitanda, Presidente del Club di Letteratura Classica. Lei dev'essere Toogaito-senpai della 3-E, se non erro?»

Il ragazzo chiamato Toogaito inarcò le sopracciglia, palesemente sbalordito.

«Come fai a conoscere il mio nome?»

Ottima domanda. Chiunque resterebbe sbigottito se venisse interpellato per nome da una totale sconosciuta. In fondo, era la stessa, identica sensazione di spaesamento che avevo provato io ad aprile. E proprio come ad aprile, Chitanda si limitò a sorridere con la massima naturalezza.

«Abbiamo avuto il piacere di incontrarci alla residenza dei Manninbashi, l'anno scorso.»

«Manninbashi... Aspetta un secondo. Hai detto Chitanda? Potresti per caso essere imparentata con la famiglia Chitanda di Kanda?»

«Sì, lui è mio padre. La ringrazio per essersi preso cura di lui in quell'occasione.»

Mmh, mi sembra di assistere a una squallida rimpatriata dell'alta società. Sapevo che i Chitanda, in quanto famiglia storica, possedevano enormi latifondi, ma non mi sarei mai aspettato che avessero agganci a un livello così alto della scala sociale. Sembra proprio che questo mondo di influenze e convenevoli a me oscuro esista per davvero. A ben pensarci, Satoshi aveva citato i vecchi clan blasonati, e il clan Toogaito faceva parte della medesima ristretta cerchia.

«Ah, no, ci mancherebbe, il piacere è stato tutto mio. Capisco, quindi tu appartieni ai Chitanda.»

«Sì... Etciù!»

«Un raffreddore estivo? Deve essere una bella scocciatura. Abbi cura di te.»

Non appena aveva realizzato di trovarsi di fronte all'erede del rinomato Clan Chitanda, l'atteggiamento di Toogaito era mutato in modo quasi grottesco. Sebbene a livello formale fosse rimasto cortese, il suo sguardo si era fatto improvvisamente teso e sulla difensiva. Che avesse paura del suo peso politico? Non potevo nemmeno iniziare a immaginarlo, ma era palese che tra le antiche famiglie locali intercorresse una complessa rete di influenze. Toogaito sembrava evitare di incrociare direttamente lo sguardo di Chitanda e parlava con estrema cautela, quasi stesse soppesando ogni singola parola col bilancino.

«Dunque, cosa vi porta qui?»

Chitanda non sembrò far minimamente caso alla bizzarra reazione e andò avanti per la sua strada: «Sì, ci è giunta voce che i numeri passati dell'antologia di saggi del nostro club siano gelosamente custoditi qui. Dopotutto, in passato questa stanza fungeva da nostra sede ufficiale, corretto?»

«...Sì, lo era ai tempi in cui frequentavo il primo anno. Ma come saprete, l'anno scorso l'istituto ha deciso di rimescolare e riassegnare in blocco tutte le sedi dei club.»

«In tal caso, per caso lei ha idea di dove possano essere finite le antologie in questione?»

Toogaito fece una pausa strategica prima di replicare laconico: «No, non ho mai visto niente del genere.»

Avendo ascoltato lo scambio di battute in rigoroso silenzio, Ibara si voltò verso di me con fare interrogativo; io mi limitai ad annuirle in modo impercettibile. Chiunque fosse dotato di un minimo di intuito si sarebbe reso conto che Toogaito si stava comportando in modo dannatamente sospetto e reticente.

«Capisco...»

Nonostante possedesse una memoria di ferro prodigiosa, l'intuito di Chitanda per sgamare le bugie rasentava lo zero assoluto. Così, visibilmente abbattuta dalla risposta negativa, fece per fare dietrofront e andarsene, ma venne interrotta dal pronto intervento di Ibara: «Mi scusi, senpai, le dispiacerebbe se dessimo noi una rapida occhiata all'interno per cercarle?»

«E tu chi saresti?»

«Mayaka Ibara del Club di Letteratura Classica. Visto che a lei delle nostre vecchie antologie non importa un fico secco, è molto probabile che fossero qui da qualche parte e che lei non ci abbia semplicemente fatto caso, non crede?»

Sebbene non ne vedessi la reale utilità pratica, decisi di buttarmi nella mischia e di reggere il gioco di Ibara.

«Cercheremo di perquisire l'aula senza arrecare il minimo disturbo o intralciare in alcun modo le attività del vostro club. O forse per lei rappresenta un fastidio troppo grande averci tra i piedi per cinque minuti?»

«La preghiamo.»

«Glielo chiedo per favore.»

Sottoposto a quel tiro incrociato di richieste martellanti, Toogaito assunse un'espressione decisamente torva.

«Sinceramente, preferirei evitare di avere degli estranei che ficcano il naso nell'aula del mio club...»

Non appena udì quella scusa patetica, Ibara gli saltò letteralmente alla giugulare.

«Ma senpai, pur essendo la sede temporanea del vostro circolo, questa è prima di tutto un'aula pubblica dell'istituto, mi sbaglio forse?»

Feci una fatica tremenda a trattenere una risata. Tradotto dal politichese, Ibara gli stava brutalmente rinfacciando: Non hai alcun fottuto diritto di vietare a degli studenti di entrare nelle aule di questa scuola. Di fronte a un simile affronto logico, Toogaito parve in seria difficoltà e, fiaccato dalla caparbietà della ragazza, finì per capitolare.

«...E va bene, fate come vi pare. Potete entrare a dare un'occhiata, ma mi raccomando, vedete di non mettere a soqquadro i materiali.»

E così, il Presidente del Club del Giornale Murale scostò la porta scorrevole e ci diede il lasciapassare.




La stanza in cui mettemmo piede aveva la stessa anonima planimetria dell'Aula di Geologia; partendo dalla lavagna verde, passando per i banchi scarni e la cattedra, fino agli attrezzi per la pulizia ammucchiati in un angolo, era tutto identico... Con un'unica, cruciale differenza: una porta in più. Sopra lo stipite spiccava una targhetta con su scritto "Stanza di Preparazione Biologica". Facendo le dovute proporzioni col quarto piano in cui ci riunivamo noi, quella doveva essere l'equivalente della stanza ripostiglio inaccessibile.

Oggi non c'era l'ombra di altri membri del Giornale Murale. Toogaito ci tenne a precisare: «Di solito siamo in quattro, ma visto che oggi non c'è in programma nessuna attività ufficiale, sono venuto solo io a buttare giù qualche idea sugli articoli da pubblicare per il Festival Kanya.»

Se la memoria non mi ingannava, il Festival Kanya era programmato per il mese di ottobre. Mancavano la bellezza di due mesi e mezzo.

«Che differenza c'è, all'atto pratico, tra voi e il Club del Giornale d'Istituto?»

Chitanda pose una domanda del tutto fuori contesto, alla quale Toogaito rispose con la consueta e affettata cortesia di facciata.

«Al Liceo Kami vengono pubblicati ufficialmente tre periodici distinti. C'è il Seiryuu, che viene distribuito in formato cartaceo nelle aule a mesi alterni; le News del Consiglio Studentesco, che vengono affisse fuori dalla sede del Consiglio a scadenze irregolari; e infine il Mensile del Liceo Kami, che viene redatto mensilmente con la sola eccezione di agosto e dicembre, ed è regolarmente affisso sulla grande bacheca all'ingresso principale. Il nostro compito è occuparci interamente della stesura del Mensile

«E chi si occupa della redazione degli altri due?»

«Il Seiryuu è gestito in toto dal Club del Giornale d'Istituto, mentre le News sono, banalmente, a cura del Consiglio Studentesco stesso. Tuttavia, a livello storico, la nostra è la testata più antica e prestigiosa. Il Mensile sta per tagliare il traguardo storico del quattrocentesimo numero pubblicato, mentre gli altri due non sono nemmeno arrivati alla tripla cifra.»

Quattrocento uscite, eh? Quindi, oltre a noi poveracci, a quanto pareva anche loro potevano fregiarsi di una tradizione solida e antica. Ora che ci penso bene, se lo zio di Chitanda militava nel Club di Letteratura Classica ben trentatré anni or sono, questo implicava che il nostro circolo sopravvivesse da almeno tre decenni. Per quanto la mia vita liceale possa subire scossoni ed eventi turbolenti da qui in avanti, non potrà mai reggere il confronto col peso storico schiacciante di un club simile. D'altronde, non è che fino a questo momento la mia vita sia stata un concentrato di pura adrenalina.

«Non sembra esserci niente del genere in questa stanza» sentenziò Ibara dopo aver ispezionato con cura certosina l'aula. Essendo il laboratorio visibilmente spoglio, era davvero dura che le fosse sfuggito un dettaglio grande quanto una cassaforte.

Questo lasciava una sola opzione sul tavolo. Chiesi l'autorizzazione per varcare la soglia incriminata: «Possiamo dare un'occhiata anche all'interno della Stanza di Preparazione, per favore?»

«...Sì, fate pure.»

Dopo aver incassato il via libera mormorato a denti stretti da Toogaito, entrai nella saletta. Fui subito accolto dal fruscio frenetico di fogli di carta svolazzanti, unito al ronzio meccanico di quello che sembrava un piccolo motore elettrico. Chissà di cosa si trattava.

Esattamente come avevo pronosticato, la Stanza di Preparazione era un bugigattolo grande circa un terzo dell'aula principale. In origine, quel locale era stato concepito per stipare l'attrezzatura didattica per gli esperimenti, ma al momento sugli scaffali impolverati facevano bella mostra di sé solo alcuni microscopi in disuso. Dal momento che l'impostazione accademica del Liceo Kami privilegia lo studio teorico dai libri rispetto agli esperimenti sul campo, sembrava proprio che la quasi totalità dell'attrezzatura scientifica fosse stata trasferita in chissà quale altro magazzino. Così, per forza di cose, quello stanzino era stato riadattato a ripostiglio abusivo per il Club del Giornale Murale.

C'erano in bella vista una macchina fotografica dall'aria amatoriale, un set sterminato di pennarelli sparpagliati, un muro di scatoloni di cartone accatastati di fianco a una fotocopiatrice, e persino un piccolo altoparlante. Ma l'oggetto che attirò magneticamente i nostri sguardi fu lo pseudo-tavolo improvvisato, piazzato al centro esatto dell'angusto locale. Più che un tavolo, si trattava in realtà di una spessa tavola di compensato adagiata in equilibrio precario sopra un grosso scatolone. Sulla sua superficie erano sparpagliati a ventaglio numerosi fogli in formato B1, zeppi di appunti e geroglifici incomprensibili. A fungere da rudimentale fermacarte su tutto quel caos cartaceo c'era un massiccio e pesante astuccio di metallo. Il fruscio continuo che avevamo udito proveniva proprio da questi enormi fogli di carta, scossi costantemente da una corrente d'aria.

Vento?

C'era una spiccata corrente d'aria all'interno di quella stanza chiusa. Sebbene l'unica finestra presente fosse effettivamente spalancata, la fonte del vento proveniva palesemente dall'interno. Ed era proprio da lì che scaturiva il ronzio del motorino. Non era per niente facile individuarlo a colpo d'occhio a causa della pila di scatoloni che lo impallava, ma, piazzato proprio di fronte al tavolo improvvisato e rivolto dalla parte opposta rispetto alla finestra aperta, c'era un piccolo ventilatore elettrico impostato alla massima velocità.

Inoltre, la forte corrente generata dalle pale stava soffiando anche contro qualcos'altro. Appesa in bella mostra vicino al davanzale c'era la camicia estiva maschile dell'uniforme del liceo. Se ne stava lì, lasciata a sventolare con apparente noncuranza.

«...?»

«Oreki, hai trovato qualcosa di interessante?»

Mi voltai di scatto e vidi Chitanda e Ibara ferme immobili sulla soglia della Stanza di Preparazione.

Ah già, eravamo entrati qui dentro con lo scopo preciso di scovare una fantomatica cassaforte.

Eppure, in un ambiente così angusto e letteralmente saturo di cianfrusaglie sparse a casaccio, una ricerca visiva sommaria si rivelava un'impresa disperata. A un primo e rapido esame, non c'era l'ombra di nulla che ricordasse le fattezze di una cassaforte. Doveva pur essere un solido blocco di ferro vecchio stile, con la serratura palesemente manomessa. Probabilmente ci avevo persino posato gli occhi sopra, ma ero stato troppo distratto per riconoscerla in mezzo a quel bordello.

Mmh...

Incrociai le braccia al petto, feci un passo indietro per uscire dalla stanzetta e chiesi a bruciapelo a Toogaito, che ci aveva scrutati con insistenza per tutto il tempo: «Per puro caso, sapresti dirmi per quale oscuro motivo l'istituto ha deciso di rimescolare le aule dei club l'anno scorso?»

«No, ne so quanto te. Forse volevano solo rimpiazzare e riassegnare gli spazi lasciati vuoti dai club che erano stati soppressi.»

«E quanti scatoloni vi siete portati dietro quando avete effettuato il trasloco in quest'aula?»

Toogaito finse di pensarci su per qualche secondo prima di replicare: «...Ora che me lo chiedi, quanti diamine di scatoloni avevamo trasportato fin quassù?»

«Intendi quegli scatoloni di cartone?»

«Già, proprio quelli.»

Capisco il gioco. In tal caso, doveva per forza trovarsi lì sotto. Avevo quasi rimosso dalla memoria il piccolo dettaglio che il clan Toogaito godesse di enorme prestigio; incrociando i dati e valutando le pressioni sociali legate allo status della sua famiglia, i pezzi del puzzle si incastravano alla perfezione.

Ero più o meno arrivato a dedurre con certezza matematica dove diavolo fossero occultate le antologie, ma il vero ostacolo ora era riuscire a estrarle da lì sotto... Credo che l'unica via d'uscita sia tendergli una trappola in piena regola. Mi voltai a fissarlo dritto negli occhi.

«Senpai, considerata la mole spropositata di scatoloni e cianfrusaglie ammassate in questa stanza, mettersi a frugare in questo caos si rivelerebbe un lavoro estenuante. Forse la cosa le arrecherà un leggero fastidio, ma le dispiace se andiamo a chiamare Ooide-sensei per farci dare una mano con le ricerche?»

Nonostante fino a quel momento avesse fatto di tutto per mantenere una solenne e algida compostezza, le sopracciglia di Toogaito scattarono verso l'alto.

«...Scordatelo. Ti ho già detto chiaramente di non mettere le mani su niente qui dentro.»

«Le assicuro che, una volta finito, rimetteremo ogni singolo oggetto esattamente al suo posto, la prego, ci lasci solo cercare.»

«Ho detto di no!» alzò violentemente il tono di voce, perdendo le staffe.

«Oh, la prego di perdonare la nostra insistenza, Toogaito-senpai. Non fa niente, vorrà dire che rinunceremo all'impresa» si affrettò a scusarsi Chitanda in preda al panico, mentre lui continuava a sbraitare senza ritegno.

«Sono già sommerso di scartoffie e scadenze oggi, devo assolutamente consegnare le mie fottute bozze al team editoriale entro domani! Ma che diamine vi salta in mente di irrompere nella nostra sede e pretendere di frugare ovunque in cerca di spazzatura? Le vostre stramaledette antologie non sono qui, quindi vedete di togliervi dai piedi!»

Mentre Toogaito dava in escandescenze in modo sempre più sguaiato, io mi limitai a fissarlo con glaciale distacco. Sembrava esserci cascato con tutte le scarpe, azzannando l'esca proprio come avevo meticolosamente calcolato.

Gli sorrisi in modo fin troppo cordiale.

«Senpai, vede, la nostra indagine riguarda il contenuto di una specifica cassaforte per composti chimici.»

«...Cosa?»

«Stando alle nostre fonti, le antologie che cerchiamo dovrebbero trovarsi all'interno di quella famigerata cassaforte. Se lei ci assicura categoricamente che non si trovano qui, allora dobbiamo dedurre che non ci siano davvero. E di certo non è nostra intenzione arrecarle ulteriore fastidio.»

Cancellai istantaneamente il sorriso dal volto e aggiunsi con tono letale: «Ah, a proposito, noi adesso ci dirigeremo in biblioteca. Se, per puro caso, dopo la nostra partenza dovesse magicamente scovare le antologie, sarebbe così magnanimo da farci il favore di portarcele di persona giù nell'Aula di Geologia? Le lasceremo la porta gentilmente aperta.»

A quanto pare, la mia proposta indecente lo mandò letteralmente su tutte le furie; il suo viso, un tempo riflessivo e pacato, si contorse in una smorfia di puro odio mentre mi fulminava con lo sguardo. Io, in netta contrapposizione, incassai l'occhiataccia come se mi stesse chiedendo l'ora. Dopotutto, nella storia dell'umanità non è mai stato registrato alcun caso clinico di lesioni fisiche causate dall'essere semplicemente fulminati con lo sguardo.

«B-brutto bastardo, come hai fatto a...»

«Sì, senpai? Diceva?»

Sforzandosi visibilmente di reprimere l'impulso omicida, Toogaito si strozzò con le parole che gli stavano per uscire di bocca e deglutì a fatica. Esalò un respiro profondo e sfiancante, per poi costringersi a indossare nuovamente la maschera del bravo ragazzo.

«D'accordo, se dovessi per caso imbattermici, ve le farò recapitare.»

«Le sono infinitamente grato... Beh, togliamo il disturbo, Chitanda, Ibara?»

Essendo rimaste probabilmente del tutto tagliate fuori dalle reali implicazioni celate dietro al mio scontro verbale, le due ragazze si accodarono stranite e mi seguirono in corridoio; non c'era alcun motivo strategico per trattenerci un secondo di più.

«Oreki-san, si può sapere cosa diavolo è appena successo?»

«Vi farò il resoconto più tardi.»

Liquidandole con quella mezza risposta, feci loro strada. Una voce carica di livore mi richiamò da dietro le spalle:

«Ehi tu, primino. Non mi è ancora giunto all'orecchio il tuo nome.»

Mi bloccai, mi voltai a malapena e replicai con l'indifferenza di un passante: «Houtarou Oreki... Mi scuso ancora per il teatrino di prima.»




Raggiunto il corridoio coperto che fungeva da arteria di collegamento tra l'Ala Speciale e l'Edificio Principale, mi appoggiai svogliatamente contro il muro in cemento. Dato che ci eravamo chiaramente piazzati lì per ammazzare il tempo, le due ragazze colsero al volo l'occasione per mettermi sotto torchio.

«Sentiamo un po', Oreki, non ho la minima idea di cosa stia succedendo, ma non avevi detto che saremmo andati dritti in biblioteca?»

Feci un rapido cenno di diniego. «Falso allarme, non ce n'è alcun bisogno.»

«Continuo a non seguirti. Se non abbiamo nulla da fare lì, per quale arcano motivo non torniamo subito dritti alla nostra aula?»

«Perché non possiamo. Abbiamo bisogno di pazientare qui ancora per qualche minuto.»

Ibara borbottò a mezza voce un "Ma che diavolo ha in mente questo idiota", continuando a scrutarmi con aria palesemente scettica. Chitanda, tra un tiro su col naso e l'altro, diede il cambio a Ibara: «Oreki-san, l'espressione di Toogaito-senpai era davvero spaventosa, sembrava furibondo.»

«A quanto pare sì.»

«Certo, sarebbe una notizia fantastica se i numeri arretrati saltassero fuori per davvero, ma fargli una richiesta con così tanta prepotenza...»

«Prepotenza? Le mie richieste mi sono sembrate del tutto ragionevoli e pacate.»

Chitanda aprì e chiuse la bocca a vuoto. C'era da aspettarselo. In fondo, io mi ero limitato a chiedergli il minuscolo favore di darci una mano a cercare e, nel caso remoto, di farcela avere una volta trovata.

«Sì, ma... Toogaito-senpai era letteralmente fuori di sé dalla rabbia.»

«Dici davvero? A te è parso così genuinamente furibondo?»

Ibara inarcò un sopracciglio e smontò la sua tesi: «In realtà, dopo l'uscita sarcastica che gli ha fatto Oreki, la sua scenata di rabbia puzzava parecchio di finta, sembrava stesse palesemente recitando una parte.»

Oh, la perfettina se n'era accorta.

«Dici davvero?» mormorò Chitanda, che a quanto pareva brancolava ancora nel buio pesto.

Diedi una rapida controllata al quadrante del mio orologio da polso. Erano trascorsi tre minuti esatti. I tempi dovrebbero essere maturi.

Mi staccai dal muro a cui ero appoggiato e sondai il terreno: «Chitanda, per caso sai dirmi quanta influenza politica e notorietà possieda la famiglia Toogaito in città?»

Chitanda piegò la testa di lato, incuriosita dal fatto che me ne uscissi con una domanda simile in quel contesto, ma rispose in modo enciclopedico: «I Toogaito? Godono di un potere e di un'influenza enorme negli ambienti accademici ed educativi. Possono vantare un seggio nel Provveditorato agli Studi Prefetturale e uno in quello Cittadino, senza contare che in famiglia hanno persino un preside e due professori liceali in cattedra.»

Il quadro ora era cristallino.

«Insomma, Oreki, si può sapere che fine hanno fatto le nostre antologie?»

Replicai con un sorriso soddisfatto: «Direi che l'attesa è finita. Possiamo tornare indietro.»

Chitanda e Ibara si scambiarono un'occhiata pregna di perplessità. Io mi limitai a sorridere tra me e me.




E così giungemmo nuovamente all'Aula di Geologia.

«Ah, eccole qui.»

Esattamente come avevo predetto. Ammonticchiate al centro della cattedra troneggiavano decine di quadernetti sottili. Non riuscii a trattenermi dal serrare il pugno in segno di vittoria. Procura sempre una certa soddisfazione quando un piano si concretizza alla lettera senza sbavature.

«Sono saltate fuori? Com'è fisicamente possibile una cosa del genere?» esclamò Ibara, fiondandosi incredula verso la cattedra. Raccolse uno dei quadernetti con mani tremanti e sussurrò: «...Ma sono davvero le antologie che stavamo cercando...»

«Eh, eh?? Eru, ti prego, fammi dare un'occhiata!»

«Come diavolo ci sei riuscito, Oreki? Eri a conoscenza di qualche segreto che noi poveri mortali ignoravamo?»

Il tono inquisitorio e severo di Ibara faceva suonare la domanda come se mi stesse accusando di un reato penale. Non essendo un asso nell'eludere gli interrogatori incrociati, mi appoggiai svogliatamente al bordo del tavolo e vuotai il sacco: «L'ho solo ricattato un pochino, niente di drammatico.»

«Ricattato? Hai ricattato spudoratamente il Presidente del Club del Giornale Murale?»

«Yep. Ma, Ibara, ti spiacerebbe abbassare il volume e mantenere un profilo più basso?»

Ibara fece una smorfia stizzita. «Guarda che non ho la minima intenzione di andare a spifferarlo in giro.»

«Forse, ma il tuo tono non ispira esattamente fiducia in tal senso. Dovrebbe rimanere un segreto di stato il fatto che il potente Toogaito si sia ridotto a farsi mettere i piedi in testa e a fare da sguattero per uno studente del primo anno; se una voce del genere si spargesse per l'istituto, per lui sarebbe la fine.»

«Ti ripeto che sarò muta come un pesce... E se proprio non riesci a fidarti di me, mi sta bene anche se non mi dai spiegazioni» sibilò bruscamente. C'era un'alta probabilità che non stesse bluffando.

Per Chitanda, invece, la questione assumeva connotati del tutto diversi; assecondare la sua sete di curiosità non figurava in cima alla lista delle mie priorità, ma di certo era un istinto prepotente per lei. Quindi, se si fosse resa conto che il solo fatto di mettermi a spiegarle il trucco avrebbe potuto far nascere dei casini, avrebbe scelto dolorosamente di turarsi le orecchie e non ascoltare. È esattamente il tipo di fanciulla capace di optare per una via di fuga del genere.

A ogni modo, superato questo piccolo test di affidabilità, potevo dare per assodato che le due ragazze avrebbero tenuto la bocca chiusa sull'argomento.

«Scusami, non volevo offenderti. Ad ogni modo, Ibara, non ti è sembrato fin da subito bizzarro che Toogaito si fosse barricato nell'aula chiudendo a doppia mandata in pieno pomeriggio?»

Ibara replicò con tono asciutto: «Molto probabilmente non voleva avere scocciatori tra i piedi. Dopotutto, aveva detto di essere impegnato nella stesura e correzione degli articoli, o sbaglio?»

«Se la metti su questo piano, come mi giustifichi la Stanza di Preparazione? Perché diavolo aveva acceso un ventilatore alla massima potenza quando l'unica finestra della stanza era già spalancata?»

«Magari stava schiattando dal caldo?»

«Allora gli sarebbe bastato piazzare il ventilatore vicino al davanzale per smuovere l'aria. Invece, la ventola era posizionata dal lato diametralmente opposto, puntata verso la finestra. Con l'aria sparata in quella direzione, bastava spostare di mezzo millimetro il grosso astuccio metallico perché tutti i suoi preziosi fogli B1 venissero spazzati via come coriandoli.»

Ibara si scompigliò i capelli in un gesto di palese irritazione.

«E con questo che vorresti insinuare?»

«Ancora non ci sei arrivata? Non capisci cosa stesse maldestramente cercando di fare Toogaito?»

«Ora che mi ci fai pensare in questi termini, in effetti... Stava per caso cercando disperatamente di far arieggiare la stanzetta a tutti i costi?»

Alzai lentamente il pollice in aria e mi congratulai con lei. Ovviamente, Ibara non trovò affatto divertente il mio teatrino di approvazione e distolse seccata lo sguardo.

«Bene, la prossima domanda sorge spontanea: perché diavolo avrebbe dovuto sentire il bisogno impellente di arieggiare forzatamente il locale? Per contestualizzare meglio il quadro clinico: cosa ci faceva mai Toogaito, fiero rampollo di una dinastia di onorati educatori, rintanato tutto solo nell'aula del club, con la porta barricata dall'interno e dei sensori a infrarossi piazzati di guardia fuori in corridoio?»

«A-aspetta un attimo, frena! Quali sensori a infrarossi? Ma in che film di spionaggio credi di trovarti?»

Ah, già, mi era sfuggito di aggiornarle su quel piccolo dettaglio hi-tech.

«Non vi è mai capitato di sfogliare riviste di gadget o roba simile? Fino a poco tempo fa andavano a ruba quei micro-sensori a infrarossi che facevano scattare degli allarmi di sicurezza. Roba commerciale che ormai ti tirano dietro per cinquemila yen.»

«E dove li avresti scovati, di grazia?»

«Erano piazzati strategicamente lungo il muro del corridoio del terzo piano, proprio in prossimità dell'ingresso. Li avevano sapientemente mimetizzati dipingendoli di bianco. Basandosi solo su un'occhiata fugace è quasi impossibile etichettarli con certezza come sensori di movimento, ma il fatto inequivocabile che all'interno della Stanza di Preparazione ci fosse collegato un piccolo altoparlante ha spazzato via ogni mio ragionevole dubbio.»

Ibara inarcò vistosamente le sopracciglia ed esclamò: «Sei un tipo davvero inquietante, te l'ha mai detto nessuno?»

«Piantala di trattarmi come un reietto asociale... Comunque, dov'eravamo rimasti col ragionamento? Ah sì, appurato che i sensori lo avvertivano tempestivamente dell'avvicinarsi di potenziali scocciatori, perché rischiare di far volar via dalla finestra i suoi preziosi fogli B1 pur di arieggiare in fretta e furia la stanza in caso di emergenza? Ti viene in mente nessuna idea?»

Ibara si ammutolì, spremendosi le meningi sulla mia provocazione, e io aspettai pazientemente che facesse due più due. Poi, tradendo un'espressione colma di genuina incredulità che mal si sposava con la sua proverbiale lingua tagliente, azzardò: «...Si trattava per caso di far sparire... un qualche odore compromettente?»

Battei le mani lentamente un paio di volte in segno di placido encomio.

«Centrato in pieno. Stava lottando contro il tempo per sbarazzarsi di un odore sospetto. Seguendo questo filo logico, il fatto che si fosse cosparso di spray anti-odore fino alla nausea non aveva assolutamente nulla a che vedere con una sua ipotetica fobia germofobica. Dunque, di quale odore compromettente stava cercando disperatamente di far svanire le tracce? A titolo puramente informativo, prima che partiate in quarta, non stiamo parlando di droghe illegali o narcotici.»

«Ma allora, potresti forse alludere al...»

«Esattamente, il nostro amichetto intellettuale con tutta probabilità si stava fumando delle sigarette di contrabbando in gran segreto... L'intero apparato di sicurezza artigianale era stato allestito appositamente per permettergli di soddisfare il suo vizio in totale tranquillità. Considerando il blasone inattaccabile del suo clan, potete solo immaginare le proporzioni bibliche dello scandalo qualora il rampollo di punta venisse colto con le mani nel sacco a commettere un reato all'interno delle mura scolastiche. Dopotutto, i Toogaito si fregiano del titolo di eminenti e stimati educatori liceali. Di questi tempi balordi, ti basta persino farti beccare a sbadigliare goffamente in un luogo pubblico per finire nella gogna pubblica e rovinarti la carriera per sempre.»

«...Capisco. Messa giù in questi termini, bisogna ammettere che si è fatto un mazzo non indifferente pur di architettare tutto questo teatrino per non farsi scoprire.»

Puoi dirlo forte. Anch'io ho fatto la stessa identica riflessione. Se il contesto sociale fosse stato diametralmente opposto, il rischio a cui andava incontro sarebbe stato irrilevante. Col senno di poi, la sua maschera aveva iniziato visibilmente a creparsi nel preciso istante in cui aveva appreso che Chitanda era l'erede legittima dell'intoccabile clan Chitanda. Il panico deve averlo assalito al solo pensiero che, se le sue gesta criminose fossero state scoperte da un'esponente di un'altra famiglia di pari se non superiore prestigio, i delicati equilibri diplomatici tra i due clan sarebbero saltati in aria con conseguenze disastrose. In fondo, è un dato di fatto scientificamente provato quanto il fiuto investigativo di Chitanda sia sovrumano. Se la nostra amica non avesse avuto l'enorme sfortuna di beccarsi un forte raffreddore estivo proprio oggi, non sarebbero bastate correnti d'aria a velocità supersonica o goffi cambi di camicie sudate per depistarla dal pungente lezzo di tabacco stagnante in quella stanzetta.

«Sì, d'accordo, ma sfugge ancora alla mia limitata comprensione la logica contorta che lo spinge a un rischio così stupido pur di potersi fumare mezza sigaretta in santa pace all'interno del perimetro scolastico. Sei finalmente appagata da questa estenuante spiegazione logica?»

All'udire quelle mie sprezzanti parole, lo sguardo e la prossemica di Ibara subirono una repentina e allarmante metamorfosi. Oh-oh, eccola qui che sfodera il suo inconfondibile sguardo gelido da inquisitrice per mostrare il suo vero valore.

«Senti un po', cervellone, la mia originaria, ingenua e semplice domanda verteva unicamente sul capire come diamine Toogaito-senpai avesse fisicamente fatto arrivare fin qui quelle maledette antologie per magia. Okay, ho inteso perfettamente il diabolico e subdolo piano che hai orchestrato ricattandolo col suo sordido segretuccio, ma... hai miseramente ed elegantemente omesso di spiegarmi DOVE diavolo le tenesse nascoste fino a cinque minuti fa.»

Capisco, devo aver colpevolmente saltato a piè pari quella fase cruciale della narrazione. Rimediai alla mia sbadataggine e le snocciolai i fatti: «Dovevano per forza trovarsi all'interno della famosa cassaforte dei chimici.»

«O-re-ki!»

«Ehi, calmati... mica ti sto prendendo in giro! Il fulcro del problema risiedeva proprio nello scoprire l'esatta ubicazione di quella stramaledetta e invisibile cassaforte... Hai presente quando Toogaito, colto di sorpresa, si è lasciato sfuggire di bocca quel ridicolo passo falso sul presunto "trasloco compulsivo di scatole di cartone"? Non sussisteva alcun valido motivo per sparare una frottola colossale su un dettaglio così irrilevante, quindi sono giunto alla serena deduzione che, con ogni probabilità, la maledetta cassaforte blindata stazionasse da qualche dannata parte all'interno della sua aula.»

«...Peccato che non ce ne fosse la minima ombra visibile a occhio nudo.»

«Che tu non l'abbia vista troneggiare in mezzo alla stanza non implica magicamente che non esistesse o non fosse lì. Ti è semplicemente sfuggita perché era stata occultata con astuzia e ingegno... Sto parlando della massiccia cassaforte fisica in sé, non solo dei quadernetti sfigati che conteneva.»

Lasciai volutamente che Ibara macinasse per bene il significato di quell'affermazione, e proseguii: «Per logica conseguenza, se ne evinceva che le introvabili antologie se ne stavano tranquillamente occultate insieme all'ingombrante cassaforte stessa. Quanto al movente del perché diavolo l'avesse nascosta con tale e tanta cura... era semplicemente perché la sfruttava come nascondiglio segreto per stoccarci dentro le sue care sigarette e le prove del suo reato. Non ti è per caso saltato all'occhio l'anomalo fatto che, pur avendo fiutato l'inganno, non avessimo avvistato in giro manco l'ombra o il mozzicone di una cicca, di un accendino o di un comunissimo posacenere? Era l'ovvia conseguenza dell'aver sigillato con cura maniacale l'intero arsenale del fumatore all'interno della cassaforte corazzata e di averne poi celato la mole alla vista. E dimmi, per puro caso non avevi notato la sua faccia stravolta di panico quando ho bonariamente suggerito di tirare in ballo Ooide-sensei? Insomma, per concludere il quadro indiziario: se mi si chiedesse di scommettere su dove diamine fosse nascosta l'ingombrante bestia metallica, la mia banconota da mille yen andrebbe sparata su quell'improbabile e instabile tavolinetto improvvisato costruito con un enorme e strambo scatolone rovesciato in cartone rinforzato.»

Al termine della mia lunga e faticosa esposizione accusatoria, lasciai andare un profondo e pesantissimo sospiro di liberazione.

Ero perfettamente consapevole e intimamente cosciente di aver tirato un bel colpo basso, sporco e meschino a Toogaito, mettendolo scientificamente e spietatamente con le spalle al muro in una posizione di estrema e letale vulnerabilità. Certo, non covavo la benché minima intenzione di smascherare in pubblico il suo misero segreto. Dopotutto siamo tutti esseri umani e chiunque ha i propri impresentabili scheletri stipati nell'armadio; a me per primo roderebbe all'inverosimile se i miei piccoli altarini venissero brutalmente spifferati in piazza e dati in pasto ai leoni. Diciamo solo, per sua sfortuna e quieto vivere, che si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Ibara, a cui avevo sprecato prezioso fiato nel rivolgere fino a quel momento l'estenuante monologo, scoccò una rapida e strana occhiata di sbieco. Seguendo con lo sguardo la direzione della sua espressione stranita, realizzai con colpevole ritardo l'inquietante e ingombrante presenza dell'unica persona in quella stanza che avrebbe dovuto saltellare e sommergermi di pressanti domande su questa indagine andata a buon fine. Mi voltai per fronteggiarla direttamente.

«Chitanda?»

Chitanda se ne stava impalata lì a fissare la pila di antologie sulla cattedra. Era letteralmente imbambolata a fissarle, senza nemmeno essersi presa la briga di aprirne mezza per sbirciare i contenuti tanto agognati. Il suo sguardo, carico di insopportabile serietà, era la copia carbone di quello che mi aveva intimorito ed esaminato nel caffè. Sembrava completamente avulsa dalla realtà, quasi come se non mi avesse affatto sentito chiamarla a voce alta in un'aula vuota.

«Ehi, Chitanda, che succede?»

Poiché la fanciulla pareva non sentire, scollai a fatica le mie chiappe dalla comodità del tavolo su cui ero rimasto beatamente sdraiato e mi avvicinai trascinando i piedi per assestarle un debole, delicato colpetto sulla spalla.

«C'è per caso qualcosa che ti turba?»

«Oh, scusami, Oreki-san... Ti prego, dai un'occhiata a questo.»

Così dicendo, mi allungò mollemente una delle sottili antologie che aveva prelevato in cima alla pila.

Si trattava di un quadernetto dallo spessore a dir poco misero, che ricalcava approssimativamente le scarse proporzioni e la banalità estetica dei soliti, anonimi "Campus Notebook" che si trovano buttati nei cestoni in saldo delle cartolerie. Le pagine che lo componevano, tuttavia, risultavano rilegate a mano tra loro con una sorprendente eleganza e cura per i dettagli. Di sicuro si erano affidati alle mani esperte di un professionista esterno per stampare questi fascicoletti studenteschi. La copertina era rivestita in similpelle di una squallida sfumatura di marrone e, stampato in primo piano, spiccava l'inquietante dipinto a china di un cane e di una lepre schizzati in modo bizzarro, deformati ed esasperatamente stilizzati a mo' di macabra vignetta satirica.

Svariate lepri deformi andavano a formare un macabro anello esterno a incorniciare la scena, e intrappolati in quella bizzarra e sinistra arena improvvisata, proprio al centro esatto, lottavano all'ultimo sangue un cane e un'altra lepre intenti a sbranarsi e mutilarsi vicendevolmente. I letali e aguzzi canini dell'orrido mastino sprofondavano brutalmente nel morbido busto dell'inerme lepre, quasi nell'intento feroce di farla a pezzi, squartarla e smembrarla, mentre in un macabro rovesciamento di ruoli, gli incisivi affilati della lepre dilaniavano con uguale furia spietata la carne viva del collo del molosso. A causa del tratto fortemente caricaturale, l'intera scena trasmetteva una sensazione di folle assurdità comica piuttosto che di puro e semplice disgusto. Eppure, a un esame più attento, l'illustrazione emanava un'aura profondamente opprimente e sinistra. C'è un antico proverbio che narra di come i fedeli cani da caccia finiscano inesorabilmente macellati in pentola assieme alle povere lepri che si sono appena affannati a stanare per i loro padroni. Ma in quest'allegoria distorta, il predatore e la sua preda naturale si stavano scannando a vicenda in uno scontro fratricida. A completare il quadro grottesco, due dei conigli che componevano il circolo esterno assistevano alla mattanza impassibili, quasi ritenessero l'esecuzione un siparietto adorabile e divertente.

Sopra l'inquietante illustrazione, campeggiavano delle parole impresse con caratteri tipografici netti e formali, che componevano la scritta Hyouka Volume 2. La data di stampa riportata indicava l'anno 1968... Roba decisamente preistorica, e poi quel nome astruso...

«Hyouka...?»

Possibile che fosse quello il titolo dell'opera?

«Ma che razza di titolo strampalato è?»

Ibara si sporse per allungare il collo da sopra la mia spalla, concordando appieno con la mia perplessità: «Già, per non parlare del fatto che è un concetto impossibile da decifrare.»

Stavamo entrambi sperimentando la stessa identica sensazione di spaesamento totale che ci aveva colti la prima volta che avevamo udito coniare l'assurdo nome "Festival Kanya", anche se in quel frangente azzardare l'origine etimologica si era rivelato un gioco da ragazzi in confronto a questo. Se gli autori materiali di questa raccolta avessero dovuto partorire un titolo degno, la logica impone che avrebbero propeso per una scelta che rispecchiasse a chiare lettere i contenuti dei loro saggi. Eppure, la mia mente si rifiutava ostinatamente di trovare la benché minima correlazione tra il concetto logico di un'antologia del club e la bizzarra parola Hyouka.

Puntando l'indice contro l'illustrazione in copertina, incalzai Ibara: «Visto che bazzichi gli ambienti del Club di Ricerca sui Manga, qual è il tuo verdetto critico su questa copertina?»

«A livello puramente tecnico, trovo che sia stata inchiostrata con una maestria eccezionale. L'impostazione visiva dell'illustrazione ha saputo cestinare con genialità assoluta ogni nozione accademica di prospettiva applicata alle distanze spaziali... Mmh, sì, è di ottima fattura. Non mi dispiace affatto.»

Rimasi in parte interdetto dalla sua reazione, dal momento che, per indole, Ibara fatica enormemente a sbilanciarsi in giudizi così netti per etichettare cosa le piaccia o cosa disprezzi in ambito artistico. Evidentemente, quella macabra illustrazione aveva sortito l'effetto desiderato di scolpirsi a fuoco nella sua mente di critica. Come colta da un improvviso ripensamento, quasi pentendosi di essersi esposta lodando il disegno in quel modo spudorato, Ibara mi strappò via il quaderno dalle mani e imbastì una raffazzonata marcia indietro per giustificarsi.

«Ehm, a onor del vero, dire che 'non mi dispiace' è un'espressione decisamente fuori luogo. Visto e considerato che il tratto in sé non risponde affatto a canoni di bellezza oggettiva... in fin dei conti sprigiona anche un'inquietante e opprimente aura di minaccia. E tenevo a precisare che la mia analisi non si basava su rigidi dettami accademici e artistici, bensì da una prospettiva puramente legata ai mass media...»

Mentre Ibara si arrampicava goffamente sugli specchi per salvare la faccia, Chitanda non pareva minimamente in procinto di piangere lacrime di gioia o di tremare per l'emozione al pensiero di aver finalmente recuperato i leggendari arretrati che bramava da mesi. Al contrario, il suo viso appariva esangue e vuoto, quasi un vampiro assetato le avesse appena risucchiato via a forza ogni singola goccia di vitalità.

Le ripetei la domanda, calcando il tono: «Chitanda, c'è per caso qualcosa di grave che ti turba?»

Nel sentire l'apprensione nella mia voce, mi trascinò di peso in un angolo cieco dell'aula e sussurrò: «Questa.»

«Questa cosa?»

A differenza dei soliti brillanti scintillii di famelica curiosità che ero avvezzo a vedere danzare nei suoi occhi, l'espressione perfetta e composta della nostra elegante signorina, ora inondata dalla calda luce arancione del tramonto calante, sembrava più quella di una complice che aveva appena disseppellito un terribile segreto mortale. Soffiò in un sussurro: «Ho finalmente trovato la prova. È esattamente questo il fascicolo che mio zio bramava mostrarmi. Con questo indizio in pugno, dovrei avere tutte le carte in regola per ricostruire con esattezza matematica quali furono le oscure parole che mio zio mi rivolse quel giorno.»

Capisco il quadro generale.

«Quindi ti è magicamente tornato in mente qualcosa del tuo passato?»

Invece di degnarsi di rispondere a voce, puntò l'indice tremante dritto sulla copia di Hyouka Volume 2 che tenevo saldamente stretta tra le mani.

«In queste pagine c'è una chiara menzione a mio zio in persona. Qualcosa di traumatico e definitivo deve essersi consumato all'interno del Club di Letteratura Classica la bellezza di trentatré anni or sono... Ti prego, dai un'occhiata all'interno.»

Eseguii obbediente il suo ordine, aprii la copertina rigida, e mi ritrovai faccia a faccia con un testo stampato. Si trattava di una prefazione.




Prefazione

Ed eccoci giunti al consueto appuntamento annuale del Festival Culturale.

È trascorso un anno solare da quando Sekitani-senpai ci ha lasciati.

Nel corso di questi lunghi dodici mesi, la figura del Senpai si è ammantata di leggenda, ergendosi allo status di eroe scolastico. E proprio grazie al suo sacrificio, l'imminente Festival Culturale della durata di cinque giorni aprirà i battenti e si svolgerà regolarmente come da copione.

Tuttavia, mentre i racconti eroici si moltiplicavano a dismisura e si propagavano per i corridoi, mi sono ritrovata a perdermi in cupe riflessioni. Tra dieci lunghi anni, la futura generazione di studenti si curerà ancora di onorare la memoria del nostro paladino silenzioso e dell'eroe dal cuore gentile? L'unica, flebile eredità tangibile che il Senpai ci ha lasciato in dono è proprio la stesura di questa antologia, da lui stesso intitolata "Hyouka".

Come tragica vittima sacrificale immolata sull'altare di questo conflitto, temo che persino il ricordo del dolce sorriso del Senpai sia inesorabilmente destinato a scivolare via lungo la corrente del tempo, perdendosi per sempre nell'oblio dell'eternità.

No, a conti fatti, forse è persino meglio auspicare che nessuno serbi più memoria di quegli oscuri eventi. Dopotutto, la nostra non aveva alcuna pretesa di assurgere a epica fiaba eroica.

Una volta rimossa l'ingerenza della soggettività emotiva, questa nostra banale storia diventerà a tutti gli effetti un classico, trascendendo e facendosi beffe di ogni sterile prospettiva storica futura.

Verrà mai il fatidico giorno in cui queste nostre modeste storie si ergeranno a classico della letteratura agli occhi di qualcuno in un remoto futuro?

13 Ottobre 1968, Kooriyama Youko




«Questo testo è...»

«Il generico "anno scorso" citato in apertura dal redattore coincide esattamente con la data di trentatré anni fa. Seguendo questo rigido filo logico, il fantomatico Sekitani-senpai che militava nel Club non può essere altri che mio zio in persona. Ma quale terribile sciagura si è abbattuta su mio zio in quel periodo? La misteriosa rivelazione che mi sussurrò all'orecchio in lacrime doveva essere imprescindibilmente legata ai fatti di sangue del club dell'epoca...»

Rivolsi un sorriso incoraggiante verso Chitanda, ed evitai volutamente di chiederle per quale assurdo motivo lei non stesse esultando. Le feci notare: «Ma non è una fantastica notizia? Da questo punto in poi dovrebbe essere una passeggiata ricostruire il puzzle e far riaffiorare i ricordi assopiti.»

Eppure, il volto imperscrutabile e atono di Chitanda collassò istantaneamente sotto il peso di una cupa e disperata rassegnazione, mentre le parole le morivano in gola in un sussurro stentato.

«Non è così semplice, io non ce la faccio. Seppur fossi arrivata a un soffio dalla verità! Io... possibile che la mia memoria sia talmente fallata e inaffidabile? Cosa diavolo mi sibilò mio zio quel maledetto giorno? Quale oscurità ha fagocitato la sua vita trentatré anni fa?»

Non saprei dire con esattezza se la sua voce strozzata e attutita fosse il triste risultato del naso chiuso dal raffreddore estivo o se stesse stoicamente trattenendo a stento le lacrime di frustrazione.

Chitanda...

Decisi di farmi carico della responsabilità della mossa successiva: «Procediamo a investigare a fondo sulla faccenda, allora.»

Non credo che la mia voce suonasse particolarmente distaccata o cinica in quel momento.

Il fatidico fascicolo di Hyouka Volume 2 che avevo sfilato dalle mani di Chitanda portava in calce la data di pubblicazione di ben trentadue anni fa. Sulla sua copertina campeggiava l'impronunciabile titolo Hyouka, un criptico lascito coniato personalmente da Jun Sekitani prima di svanire, affiancato alla fugace ma inequivocabile menzione di un oscuro e traumatico incidente scolastico finito poi nell'oblio.

Era un'opportunità che aveva del miracoloso. A livello investigativo, questi indizi lapalissiani si innalzavano come fari luminosi a squarciare le tenebre in cui fino a un momento prima brancolavamo alla cieca. Per far sì che Chitanda potesse finalmente riappropriarsi del legittimo possesso del proprio passato negato, covavo la cieca convinzione che cestinare indizi di questa portata sarebbe stato un errore imperdonabile.

Fu per questa inoppugnabile logica che ribadii con pacata fermezza: «Allora il percorso è tracciato: l'unica via d'uscita è tuffarci a capofitto nelle indagini e far venire a galla la verità su cosa diamine sia andato storto in questo istituto trentatré anni fa.»

«Ma, vedi...» Chitanda chinò le spalle, svuotata di ogni energia combattiva. «Ma la prefazione afferma a chiare lettere che, a conti fatti, preferirebbero che questa storia marcisca per sempre sepolta e dimenticata negli archivi polverosi.»

Rimasi spiazzato e quasi infastidito di fronte alla sua arrendevolezza.

«Scusa tanto, ma tu smaniavi dal desiderio di rimettere insieme i pezzi e ricordare ogni cosa a tutti i costi, o mi sbaglio di grosso?»

«Certo che lo voglio con tutta me stessa, ma se decidessimo consapevolmente di andare a smuovere il fango e a scoperchiare il vaso di Pandora con un'indagine formale...» Si interruppe per un interminabile secondo, per poi concludere con un filo di voce: «...Se davvero indagassimo fino in fondo, correremmo l'altissimo rischio di far saltare fuori dei cadaveri putrefatti o dei segreti disgustosi e inaccettabili. Non credi anche tu che, in fondo in fondo, a questo mondo esistano orrori che meritano solo di essere sotterrati e dimenticati per sempre?»

«...»

La verità incontrovertibile è che ti fai troppi scrupoli morali per via del tuo cuore fin troppo empatico e gentile, Chitanda.

«Anche se si tratta a tutti gli effetti di polverosi segreti scaduti e caduti in prescrizione la bellezza di trentatré anni or sono?»

«Ritieni forse che il mio timore sia moralmente sbagliato?»

Feci seccamente cenno di no con la testa.

«Esattamente il contrario. Dopotutto, l'autore non l'ha forse scritto nero su bianco in quella stessa prefazione allarmista? "Una volta rimossa l'ingerenza della soggettività emotiva, questa nostra banale storia diventerà a tutti gli effetti un classico, trascendendo e facendosi beffe di ogni sterile prospettiva storica futura."»

«...»

«In parole povere, il divieto morale di indagare ha stampata sopra una bella data di scadenza, ormai passata da un pezzo.»

Non riuscii a trattenermi dall'abbozzare un mezzo sorriso di sbilenca rassicurazione. Per quanto il mio gesto fosse goffo e Chitanda non avesse minimamente la forza o la voglia di ricambiarlo con un sorriso a sua volta, annuì lentamente.

«...E va bene.»

E allora così sia. Risi di puro gusto e autocompiacimento cinico nel profondo della mia anima, continuando a sfoggiare all'esterno la mia maschera beffarda e imperturbabile.

Scavare in questi vecchi archivi e condurre l'indagine cartacea non avrebbe richiesto il benché minimo dispendio sproporzionato di preziose energie vitali da parte mia. Se il secondo volume dell'antologia si era già preso la briga di citare minuziosamente eventi legati allo "scorso anno scolastico", il gioco era fatto: non ci restava altro da fare che frugare tra le pagine incriminate del primissimo volume d'esordio per decifrare per filo e per segno l'amara sorte toccata in dote a Jun Sekitani. A conti fatti, sarebbe stata un'operazione lampo e indolore da risolvere nello spazio di un caffè. Pur dovendo essere brutalmente sincero con me stesso, a questo punto non avrei più saputo dire con certezza quale delle due vie avrebbe paradossalmente comportato uno spreco di sforzi maggiore tra la patetica evasione del problema e la pedante risoluzione logica del rompicapo.

...Come non detto, i miei piani di evasione dalla fatica si sono sbriciolati. Ero stato fin troppo ingenuo e miope a farmi simili castelli in aria. Mentre io sprofondavo nelle mie riflessioni inattaccabili, Ibara stava metodicamente scartabellando con estrema calma in mezzo all'ammasso scomposto dei restanti volumi accatastati, per poi esclamare in tono carico di bruciante indignazione:

«Ma che razza di presa in giro è mai questa? Manca il maledetto Volume 1!»

Per processare a livello neurologico la portata catastrofica di quella frase, dedussi che il mio cervello avrebbe avuto seriamente bisogno di staccare la spina e chiudersi in lutto per un bel pezzo.